RASSEGNA STAMPA ITALIANA SULLA LETTERA DI RATZINGER

 

VATICANO: TRA CRITICHE E APPLAUSI LETTERA RATZINGER
(ANSA) - ROMA, 31 LUG –

Non sono mancate le critiche, ma anche i messaggi di benvenuto, in Italia e all'estero, alla lettera che la congregazione per la Dottrina della Fede, l'ex Sant'Uffizio presieduto dal card. Joseph Ratzinger, ha inviato ai vescovi sulla ''collaborazione dell'uomo e della donna nella chiesa e nel mondo'', resa nota oggi dal Vaticano. Se da parte cattolica padre Bernardo Cervellera rileva che la lettera non e' un ''anatema oscurantista'', ma anzi 'un racconto di come e' possibile guardare alla donna e all'uomo, al sesso e all'amore fisico, all'impegno nella societa' di maschi e femmine in modo positivo e creativo'', duri rilievi sono venuti a Ratzinger e al Vaticano dalle femministe, da esponenti politici come Franco Grillini ed Emma Bonino e dai verdi tedeschi.Il documento, secondo le femministe della Casa internazionale della donna, ''ribadisce, senza sostanziali novita' la diffidenza e la paura vaticana nei confronti della liberta' e dell'iniziativa femminile''.
''Il card. Ratzinger - spiegano le rappresenti delle femministe - sembra ignorare perfino la profonda e articolata riflessione della teologia femminista sulla differenza sessuale, e vorrebbe ricondurre i soggetti femminili nella tradizionale collocazione biologica e naturale, certo molto piu' rassicurante per il potere maschile, e non solo per quello clericale''.
Per il Ds Grillini, presidente onorario Arcigay, ''esiste un diritto universale per ogni essere umano: il diritto alla propria identita''', a viverla ''nel modo piu' felice e sereno possibile''. ''L'esistenza di una 'antropologia biblica' - ha aggiunto Grillini - costituisce un fatto rispettabile in se' ma non puo' essere meccanicamente tradotta sul piano legislativo o morale, magari attraverso le leggi dello Stato laico, per imporla con la forza anche a chi non ci crede''.
Duro il commento dell'europarlamentare Emma Bonino: '''La Chiesa ha i suoi credenti e predica quello che vuole.
E' certo, pero', che qualche milione di omosessuali cattolici e di donne cattoliche divorziate si sentiranno esclusi da questa visione del mondo''.
Di parere opposto Riccardo Pedrizzi, responsabile nazionale di An per le politiche della famiglia: ''Questo documento e' il benvenuto. Perche' si oppone chiaramente alla mefitica visione secondo cui quanto piu' la donna diventa uguale all'uomo, tanto piu' e' libera ed emancipata''.
I giovani cattolici, rappresenti dal sito Korazym, hanno detto che il documento di Ratzinger puo' essere un buon punto di partenza per calare i fiumi di retorica sul rapporto uomo-donna, in una realta' per certi aspetti sconcertante, che spesso e' fatta di donna trattate come non persone anche nella nostra societa'.
Dal punto di vista dell'antropologia, l'intervento del Vaticano sul rapporto uomo donna non e' repressivo,
ma forse giunge oramai troppo tardi, come ha osservato Cecilia Gatto Trocchi, docente all' Universita' di Roma Tre, che ha ricordato come sia proprio la ''solidarieta' tra uomo e donna, allargata anche agli affini, la base della specie umana, che si e' potuta salvare proprio perche' maschio e femmina avevano ruoli diversi e complementari''. (ANSA).

 

 

La differenza tra i sessi esiste (grazie al Cielo), e Ratzinger la spiega in una lettera ai vescovi

Da “il foglio” di Giuliano Ferrara

(31/07/2004)

 

Roma. “Maschio e femmina li creò” è scritto nel Libro della Genesi, ed è il tema centrale del documento a firma del cardinale Joseph Ratzinger che verrà reso noto oggi (e pubblicato integralmente dal Foglio rosa lunedì prossimo). E’ una “lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo” che valorizza le differenze dei sessi e spiega ampiamente perché queste differenze non devono diventare motivo di conflitto né di sopraffazione. E’ un argomento caro a Giovanni Paolo II, che nella “Lettera alle donne” del 1995 parla del “genio delle donne” e spiega che “la femminilità realizza l’umano quanto la mascolinità, ma con una modulazione diversa e complementare”. Niente a che vedere, naturalmente, con la “teoria del gender”, che minimizza fino a farle scomparire le differenze sessuali, per valorizzare invece, al fine di modificarla, la dimensione culturale, chiamata appunto genere. Un’ideologia nata dal femminismo radicale americano e già esaminata nel Lexicon del Pontificio consiglio per la famiglia, uscito un anno fa: Judith Butler, citata nel Lexicon come leader di questo movimento, ritiene che sia la natura sia la cultura sono leggibili come relazioni di potere, e allora anche il sesso è una costruzione, perché assorbito e sostituito dal genere, “costrutto culturale impresso sulla superficie della materia”. Non c’è quindi differenza tra uomo e donna, se non quella imposta dalle relazioni di potere. E se non c’è differenza, c’è sempre la possibilità di scegliere il proprio genere, o di mescolarlo. La Chiesa cattolica, che secondo Rosetta Stella, saggista e studiosa della differenza sessuale e delle forme di spiritualità cristiana, “sta facendo sforzi da gigante per cercare di mettere d’accordo contraddizioni di natura millenaria”, è spaventata da quest’ideologia, e Giovanni Paolo II, pur nella “rinnovata e universale presa di coscienza della dignità della donna”, ha sempre voluto valorizzare “le peculiarità dell'essere maschile e femminile”, per le quali è possibile accogliere “anche una certa diversità di ruoli”, inconcepibile per chi invece sposa la teoria del genere. Oggi il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Ratzinger, è tornato sul tema in modo approfondito, ribadendo, come anticipato da Luigi Accattoli nel Corriere della Sera, il no alla donna “copia dell’uomo”, anche se certo uguale per dignità e valore. Con la conseguenza evidente della preclusione, almeno in questo Pontificato, per il sacerdozio femminile; ma si va oltre e si mette in discussione un certo tipo di femminismo, e il rapporto tra uomo e donna. “Il Papa ha sempre dimostrato molta attenzione alla figura della donna – dice Letizia Paolozzi, giornalista e femminista, del sito donnealtri.it – e la sua polemica verso quel femminismo di parità istituzionale e statuale mi trova d’accordo: siamo passati da una società dei padri a una società dei pari, ma bisogna procedere sui due sessi con una sperimentazione dolce. Ha ragione Ratzinger, se tiene a mostrare e approvare la ricchezza della differenza tra i due sessi: questo è un pensiero forte che noi femministe da sempre portiamo avanti, nella ricerca dell’armonia possibile”.
La teoria del genere e la complementarietà
La teoria del genere, però, è una teoria femminista, tesa a cancellare qualsiasi tipo di differenza, partendo proprio dal mancato riconoscimento di una diversità. “Viviamo dentro un universo simbolico complicatissimo, in cui non sappiamo più cosa sia la femminilità, certo non è quella di Rita Hayworth, come il modello maschile non è più Clark Gable, ma il dibattito sull’identità è già qualcosa di superato, riprenderlo sarebbe un passo indietro. Certo però, se il discorso simbolico va a toccare il ruolo, ci si deve chiedere dove si ferma e dove si allarga la possibilità che il ruolo sia diverso da quello del passato”. E secondo Rosetta Stella, “potrebbe esserci un equivoco da parte della posizione vaticana: chiamare femminismo radicale quello che noi chiameremmo emancipazionismo compiuto, dove la minaccia sta nel fatto che la donna assimili totalmente le caratteristiche maschili, avendo già raggiunto un’eguaglianza uniformata ai modelli dell’uomo”. Spiega Stella che questa posizione viene da molto tempo criticata dalle femministe, “perché la maniera di essere donne è irriducibilmente diversa dal modo di essere uomini”. Però il sospetto resta: “Forse con questo documento la Chiesa approfitta dell’equivoco per ridurre l’eguaglianza sostanziale, e marca una vistosa differenziazione a detrimento dell’emancipazione femminile, pur ribadendo che sul piano dei valori differenza non c’è: ma finirà che le suore faranno sempre le serve dei preti”. A causa di quella “complementarietà” fra uomo e donna, già utilizzata da Giovanni Paolo II nella “Lettera alle donne” che alla fine, secondo le femministe, servirebbe anche a giustificare “il permanere, inaccettabile sul piano pratico, del predominio dell’uomo”.

http://www.ilfoglio.it/articolo.php?idoggetto=17922

 

 

RATZINGER IL "MASCHIO CRETINO"

07 agosto 2004 , di la Repubblica

FRANCESCO MERLO

 

CI PERMETTIAMO di consigliare al cardinale Joseph Ratzinger, autore di una sapiente lettera episcopale sulla Donna, di andare a trovare il sindaco di Cosenza, la signora Eva Catizone, che è una donna reale e non teoretica, una persona e non una figura retorica, un corpo e non un fantasma ideologico, una storia e non una fantasia, un aldiquà e non un aldilà, un´anima con i suoi desideri, i suoi pudori, le sue ambizioni, i suoi valori, tutti non "sponsali". Sindaco, madre e femmina, la signora, com´è noto, si è regalata un bambino, un dono d´amore fuori dal matrimonio e dentro il legittimo desiderio di maternità, fregandosene dell´antropologia biblica di cui discetta il cardinale, perché somiglia a una silloge dei luoghi comuni di paese. Quella dotta lettera sulle donne alimenta, per via involontaria ma diretta, i sorrisetti salaci e l´imbarazzo di Cosenza: sacre scritture e volgari storture per il gossip pruriginoso di fine estate su cui si è avventato il peggiore giornalismo italiano, il trash moralistico dell´informazione.

Oppure, se Cosenza può apparire un po´ troppo fuori mano, il prefetto Ratzinger venga con noi che, sdraiati sulla spiaggia, con in mano la sua lettera, cerchiamo il punto di coincidenza tra la fisica e la metafisca. In quest´agosto, caldo di minacce terroristiche, rimuginiamo sulla connessione tra la fisica dei corpi femminili che ci passano davanti, bagnati, sudati e abbronzati, e la metafisica della "antropologia biblica" di cui scrive il Prefetto Vaticano della Congregazione della Fede. In riva al mare, a colpi d´occhio mettiamo sottosopra, dentro e fuori, tutte le costole e le costolette d´Adamo.

Nessuna bagnante ci sfugge, né grassa né magra, né altera né dozzinale, né mamma né figlia, né casalinga né in carriera, né studentessa né insegnante, né giornalaia né giornalista. Tutte insieme, desiderate, teorizzate o bocciate, esprimono la faticosa banalità di essere donna. Ma in nessuno dei corpi, che qui si espongono senza veli e senza morbosità, troviamo traccia dell´alambiccato "carettere sponsale" che, al contrario, lampeggia nell´intera lunghissima disamina, nell´acribìa sacro-testuale, nel dissezionamento della Donna operato col bisturi ideologico da un cardinale teologo che permettendosi di dare il tu a Dio tratta la donna come i conquistadores trattarono gli Incas, gli Atzechi, i Selvaggi del Nuovo Mondo.

Si presume che un cardinale, sia pure intramondano, non conosca e non frequenti con assidua familiarità e con intima commozione i reali corpi femminili che pure egli ci spiega. Eppure Ratzinger, professpore di "donnologia", invita le nostre donne a starsene a casa, "ad accudire all´altro per cui sono state create", a piangere perché le lacrime distinguerebbero gli uomini (le donne in questo caso) dagli animali (dalle animale), a lavare i piatti quando non asciugano il moccio al bambino, a "non concupiscere", a battersi contro "la sessualità polimorfa", che per Ratzinger è una degenerazione tutta maschile perché il male come il bene hanno sostanza maschile. Dunque di omosessualità femminile neppure ne parla, perché è il peccato del peccato, impensabile per chi ritiene che ?la mascolinità pisellica´, secondo l´antropologia ratzingeriana, sia il dato assoluto dal quale deriva tutto, anche il sesso femminile, come una essudazione, come un disfacimento fisico, come un baccello di piselli dischiuso.

Nel dibattito estivo su questa lettera cardinalizia, più esaltato dell´interesse nevrotico sul "lupo", più appassionato del coro discorde sul concerto di Simon e Garfunkel, nessuno si chiede perché un cardinale debba spiegarci la donna, per quale scienza infusa un maschio, celibe per voto, trovi, nelle sacre Scritture di cui è fatta la sua vita, quella donna che in un´altra vita, nelle nostre vite, semplicemente non c´è. È come se un Tuareg del deserto subsahariano ci parlasse di ghiacci, ghiaccioli, granite e surgelati; come se una geisha o una pornodiva ci spiegassero il celibato religioso, definissero la reale fisionomia di Ratzinger, la sua carta d´identità sostanziale, con i criteri dell´ossessione sessuale.

Di sicuro sulle nostre spiagge, dove davvero c´è di tutto, la donna del cardinale non s´è mai vista. Perché la donna del cardinale non esiste. Ed è una inesistenza piena, come vuole la pur nobile tradizione di quei pensatori che trovano insignificante ai fini della forza dell´Idea la dura concretezza, come quei filosofi naturalisti che prescindevano dalla conoscenza della Natura nella produzione dell´Idea di Natura.

Sono in tanti ad avere sicurezze sulla donna: gli imam coranici che hanno fatto annegare le cinque ragazzine arabe, costrette a suicidarsi immergendosi con la zavorra dei pregiudizi "scientifici" della teologia islamica; le bagnanti musulmane della piscina di Piacenza intabarrate dentro l´acqua come comanda la sapienza del Profeta; i Taliban del burqa, ma anche i disperati alla Bukowski che, strateologando sull´essenza femminile, ritengono le donne "macchine da fottere", i poeti dell´altra metà del cielo, i campioni di Sanremo, i sociologi femministi delle quote riservate, i politici marpioni che demagogizzano sulla fecondazione assistita, infamando la faticosa problematicità della ricerca scientifica cacciata, per comodo, nelle allucinazioni dell´eugenetica.

Dunque la lettera di Ratzinger, che ad un esame ravvicinato risulta un poco troppo impegnativa e male serve la grande forza evocativa del racconto biblico, non meriterebbe più di un´occhiata se non fosse un segno dei tempi: la donna, infatti, ad Oriente e ad Occidente, è diventata il problema reale dello scontro tra civiltà, come se la donna fosse un animale feroce da catturare, lì con il burqa e qui con "la cura dell´altro". Insomma, abbiamo il sospetto che più del petrolio, più della democrazia, più del rispetto della vita umana, più dei territori occupati, la libertà si vada identificando con l´ontologia femminile. Invitiamo perciò il cardinale a chiacchierare con le donne vere delle nostre spiagge, a toccarle, a viverle. Oppure vada a Cosenza a scoprire che una sola emozione della signora Catizone vale più di un´intera bibliografia sulle donne, più della teologia e della storiografia internazionali, più dell´antropologia femminista e antifemminista, più di una disputa epocale sull´ontologia mariana.

Il cardinale si accorgerà, per prima cosa, che le donne non sono costolette che aspettano la graticola biblica dei luoghi comuni maschili. Si accorgerà poi che sono loro la nostra graticola come noi siamo la loro, e che è già molto farsi un´idea della donna con cui viviamo perché non solo la donna non è uguale all´uomo, ma non c´è nessuna donna uguale ad un´altra donna, e nessuna abita le Sacre Scritture; una donna che non vuole figli vale una mamma casalinga; tutte le donne reali subordinano la riproduzione al piacere, uguali ai maschi e diverse dai preti e dalle suore. Si accorgerà infine che nessun burqa le cambierà, né quello della religione islamica, né quello dell´antropologia biblica. Le donne si possono annientare con luoghi comuni o con prigioni dorate. Ma sempre in quell´annientamento galleggia un mostro: il maschio cretino.

 

Piccola risposta all'editorialista di «Repubblica»

Le tante donne che Merlo non conosce

Marina Corradi

L’Avvenire - 01-08-04

Ci permettiamo di consigliare a Francesco Merlo, grande firma di «Repubblica» e autore di un editoriale dal titolo «Ratzinger e la metafisica della donna», di cambiare il suo luogo di meditazione, qualora voglia continuare a riflettere «sulla connessione tra la fisica dei corpi femminili che ci passano davanti bagnati, sudati e abbronzati, e la metafisica della "antropologia biblica"di cui scrive il Prefetto della Congregazione della Fede» nella sua «Lettera sulla collaborazione dell’uomo e della donna». Una spiaggia affollata, infatti, non è il luogo adatto, scientificamente parlando, a rappresentare l’universo femminile, giacchè diverse categorie di donne non ci mettono piede; inoltre, il caldo d’agosto può provocare purtroppo colpi di sole.

Merlo assicura d’essersi messo d’impegno, e non ne dubitiamo, per rintracciare per esempio il «carattere sponsale» di cui parla Ratzinger in quell’universo femminile abbronzato: «Nessuna bagnante ci sfugge, né grassa né magra, né altera né dozzinale, né mamma né figlia, né casalinga né in carriera… Tutte insieme, desiderate, teorizzate o bocciate, esprimono la faticosa banalità di essere donna».

Macché carattere sponsale, macchè «capacità dell’altro», o, come ha detto in altri termini uno che si chiama Giovanni Paolo II, macchè «genio della donna». Solo «banalità». Casalinghe, madri, figlie, su quella spiaggia, tutte banali uguali. Possibile? Certamente: possibile, negli occhi di chi le guarda. Considerandone le gambe e il resto, per niente immaginando che cosa queste donne «banali» abbiano in testa. Non c’è bisogno d’essere Cardinali: perfino un parroco di campagna capisce, di queste donne, più di certe grandi firme sulla spiaggia - e sa quanto non banali, e belle, o drammatiche, siano le loro storie.

Ma l’editorialista di «Repubblica» prosegue nella sua reprimenda verso Ratzinger. Lo irrita particolarmente, sembra, il riferimento all’«accudire - le donne - l’altro per cui sono state create». Ora, ciò che Ratzinger dice è che un valore fondamentale della donna è la sua «capacità dell’altro», collegata alla capacità fisica di dare la vita. Come un timbro originario che al di là della maternità lascia un’inclinazione all’«altro», alla protezione, alla crescita, alla difesa di chi non ce la fa. E’ una cosa falsa, o offensiva? A noi sembra uno sguardo più grande che quello fisso su di sé e sulla propria «realizzazione». Comunque, ognuna sceglie, ma anche sulle scelte di certo femminismo «liberato» si potrebbe fare parecchia ironia.

La donna descritta da Ratzinger, denuncia Merlo, sui nostri lidi non c’è, anzi, conclude tranchant, proprio "non esiste". Qui l’illustre editorialista esagera. Innanzitutto, crede davvero di conoscerle, quelle donne magari splendide che gli passano accanto, per quel suo sguardo da maschio annoiato? E conosce, inoltre, tutte le altre, quelle a casa loro, con le loro speranze e i loro desideri, con quattro figli o neanche uno, con un malato da curare, o vecchie, oppure sole, o madri affidatarie di figli che non vuole nessuno; o volontarie che imboccano in ospedale malati sconosciuti; o missionarie nei posti più dimenticati da Dio, o nell’Est a raccattare orfani dalle strade?

Queste donne, in spiaggia, non si vedono. Merlo conclude così il suo editoriale: "Le donne si possono annientare con luoghi comuni o con prigioni dorate. Ma sempre in quell’annientamento galleggia un mostro: il maschio cretino". Nel finale, come un lampo di lucida autocoscienza.

 

 

 

 

Nella donna c'è quel «dato» che, col potere di accogliere la vita, è un di più straordinario

L’Avvenire  - 01-08-04

«Gender», «genere», è una parola che torna continuamente nei documenti dell'Onu incentrati sui diritti della donna o l'uguaglianza fra i sessi. E il frequentatore di quei convegni sa bene ormai quale sia l'architettura ideologica che sta sotto quel termine, ripetuto come un codice di lettura, e quasi come parola d'ordine. L'ideologia del "gender" - o del "genere" - afferma che maschi e femmine non si nasce per un dato biologico, ma si diventa per successive sovrastrutture culturali. Di modo che, abbattendo queste "sovrastrutture", ognuno potrà scegliersi la sua sessualità, etero o omosessuale, o altro, secondo una propria libera inclinazione. È per fronteggiare questa visione dell'uomo e della donna che la Chiesa, attraverso la lettera del cardinale Ratzinger, entra - non per la prima volta peraltro - in campo, ribadendo l'ancoraggio millenario dell'antropologia, riassumibile nelle antiche, lapidarie parole: «Maschio e femmina li creò». Gender? Sovrapposizione culturale? Le trentasei paginette del prefetto per la Congregazione della Fede ripercorrono Antico e Nuovo Testamento a mostrare quali radici possenti abbiano l'Eva e l'Adamo, e quale profonda e misteriosa impronta porti questa duplicità. «La luce e le tenebre, il mare e la terraferma, il giorno e la notte», scrive Ratzinger. E infine, l'uomo e la donna: «Le differenze sono altrettante promesse di relazione». Le differenze, dunque, indispensabili. «La» differenza, senza la quale ci sarebbe solo appiattimento, desolazione, sterilità, e infine il nulla. Quella differenza originaria che l'avanzante cultura del «genere», come della libera scelta della propria sessualità, rabbiosamente combattono. Ratzinger individua la motivazione profonda di questa tendenza all'equiparazione di ogni sessualità nel tentativo dell'uomo, dentro il momento storico attuale, di liberarsi dai propri condizionamenti biologici. Cioè, dal «dato» oggettivo di realtà con cui veniamo al mondo: maschio, femmina. Dato evidente e difficilmente negabile: eppure, la battaglia è proprio per non riconoscere questa semplicissima evidenza. Il «dato». Ciò che viene prima di noi - forse, si intuisce oscuramente senza ammetterlo - ciò che è scelto da un altro. La filosofa ebrea Hannah Arendt ha scritto pagine su questo rifiuto ostinato della «realtà del mondo dato» come segno qualificante della modernità. L'ideologia del genere è l'applicazione di questo rifiuto al "dato" basilare: l'essere nati uomo o donna. Ma le differenze sono «promesse di relazione», ricorda la Chiesa. Indispensabili come il giorno e la notte, e la terra e il mare. Adamo, senza Eva, scrive Ratzinger, fa esperienza di una solitudine incolmabile. E il maschile e il femminile «esisteranno per sempre», segno dell'amore che «non avrà mai fine», come scrive Paolo ai Corinzi. Distinti fin dall'inizio, simmetrici e necessari per l'eternità. La donna con quella «capacità dell'altro», di protezione, accoglienza, contestata dal femminismo anni Settanta, che ha insegnato a vivere per se stesse. Il fatto è che di quell'accogliere i figli, i vecchi, e tutti infine nelle famiglie - ciò che il Papa chiama «il genio della donna» - si avverte sempre più la mancanza e il bisogno. Ed è vero, non è certo solo compito femminile l'accogliere. Tuttavia, c'è quel «dato» originario, scritto nel corpo, nel cervello, nel cuore, quel «dato» che, col potere di accogliere la vita, è un di più straordinario, e non un di meno. C'è, da rifare propria con la fierezza di chi ora ha capito, quella antica, splendida differenza.

La differenza di Ratzinger. E gli uomini?

03.08.2004
IDA DOMINIJANNI


Tanto per cominciare: la coppia Ratzinger-Wojtyla batte tutti i nostri leader nonché i nostri intellettuali di sinistra, moderata e radicale, dieci a zero. La Chiesa prende atto del «problema» del rapporto fra i sessi, lo colloca giustamente su un livello ontologico in quanto tale anche politico, si preoccupa del portato umano e sociale della rivoluzione femminista, si informa sulle sue diverse tendenze e se ne lascia interpellare; mentre a sinistra del problema tuttora non si prende atto, del femminismo si parla come dell'ultimo, fastidioso residuo ideologico novecentesco, delle sue tendenze interne si ignora tutto e tutto si confonde in un rituale ritornello su diritti e opportunità che annacqua nel nulla la politica, figurarsi l'ontologia. Non vedrei perciò nella «Lettera ai vescovi sulla collaborazione dell'uomo e della donna» una mera versione aggiornata dell'ossessione del pontificato di Wojtyla per la donna e per il controllo della sessualità femminile (che pure resta); c'è in essa, a me pare, un ascolto del divenire storico, del mutamento innescato dalla rivoluzione femminile, che va riconosciuto e incassato. Ferme restando le critiche all'esito - largamente prescrittivo - che le gerarchie vaticane imprimono al discorso. C'è, dicevo, la collocazione del problema al giusto livello dell'antropologia politica e non della contabilità dei diritti e dei poteri. C'è la declinazione della differenza sessuale come differenza relazionale, costitutiva dello statuto dell'umano. C'è l'indicazione di una soluzione appunto relazionale, non separatista e solipsista né rivendicativa e vendicativa, del conflitto uomo-donna. C'è l'individuazione della sessualità come dimensione «non solo fisica ma psicologica e spirituale», rilevante ai fini del pensiero e del linguaggio, dell'essere umano. E c'è la visione della differenza femminile come vocazione relazionale della donna (quella «capacità dell'altro» citata dal documento in cui mi sembrano riconoscibili echi dell'ultima riflessione di Luisa Muraro), non necessariamente incardinata sul destino biologico materno e matura per improntare di sé la vita sociale.
Ciò detto, non è tutto oro quello che luccica. Perché dall'insieme del testo (sui cui passaggi teologici, vetero e neotestamentari, spero che altre interverranno con maggior cognizione di causa) risulta altrettanto evidente la volontà di riportare ciascuna di queste acquisizioni nei binari della morale cattolica, e di imbrigliare la libertà femminile, che della scoperta femminista della differenza è figlia, nel destino sessuale e matrimoniale tradizionale, ancorché rivalorizzato sul piano sociale. La differenza relazionale fra uomo e donna, antidoto alla deriva del solipsismo maschile (deriva risalente a Adamo, se Dio non gli avesse messo a fianco Eva), ricade tutta sulle spalle di lei, mentre esenta lui da qualsivoglia responsabilità: il documento non fa parola della differenza maschile e non la convoca ad alcuna prova di quella «reciprocità» che pure predica. La relazionalità inscritta nella differenza femminile, d'altra parte, viene finalizzata al ruolo «sponsale», privato o sociale che sia, della donna, e una volta disarcionata dal destino biologico della Madre trova un altro esempio solo nella Vergine. E il giusto no al femminismo rivendicativo e belligerante della «guerra fra i sessi» (primo fronte avverso fra le tendenze interne al femminismo) finisce con l'eludere il nodo del potere sessuale fallocratico: fu il peccato, non il dominio della sessualità maschile, a rompere l'equilibrio fra Adamo ed Eva, ed è l'uscita dal peccato, non la lotta al fallocentrismo, a poterlo ristabilire.

Nel documento risulta rivelatore come una cartina al tornasole, infatti, l'individuazione della «gender theory» come secondo fronte avverso all'interno del femminismo. Qui il documento - per quanti motivi di diffidenza possa avere contro certe derive postmoderne di smaterializzazione della sessualità - cade, per almeno due ragioni. Una è teorica, perché non è con le teorie del gender (molte delle quali in verità coincidono con la «prima tendenza» del femminismo rivendicativo) che Ratzinger combatte, bensì con la teoria del gender trouble di Judith Butler (evocata ma non esplicitamente citata), ovvero con la teoria che contesta l'identità compatta del genere femminile per aprire - non diversamente da quanto fa il femminismo italiano della differenza sessuale - alla soggettività femminile tutto il campo possibile delle scelte sessuali, sociali, politiche, discorsive, di pensiero. Per aprire insomma alla differenza femminile la possibilità di dirsi in prima persona, senza che nessuno, né l'ordine fallocratico né la Chiesa, ne decidano una definizione oggettiva. Su questo Ratzinger e Wojtyla non ci stanno: ne vedono solo l'esito sessuale «perverso» - le famiglie «irregolari» gay e lesbiche - che la Chiesa non può tollerare, né in Nordamerica né qui. Per quanto sia accettata, è pur sempre oggettivata e imbrigliata nello «sposalizio» tradizionale che la differenza fra i sessi deve restare.

http://eddyburg.it/article/articleview/1469/1/20/

 

La paura della Chiesa verso la libertà femminile
Risposta della Casa Internazionale delle Donne alla lettera ai Vescovi sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella chiesa e nel mondo
4 Agosto
''D'estate il cardinal Ratzinger soffre evidentemente di più acute paure sessuofobiche''. Il 31 luglio dell'anno scorso,
il documento contro le coppie gay, quest'anno, alla stessa data, la Lettera sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, che ribadisce, senza sostanziali novita' la diffidenza e la paura vaticana nei confronti della liberta' e dell'iniziativa femminile'.
Il card. Ratzinger sembra ignorare perfino la profonda e articolata riflessione della teologia femminista sulla differenza sessuale, e vorrebbe ricondurre i soggetti femminili nella tradizionale collocazione biologica e naturale, certo molto piu' rassicurante per il potere maschile, e non solo per quello clericale''.
''Mentre lancia strali contro la presenza delle donne nella cultura e nella societa', se non nei modi da lui autorizzati, gli sfuggono completamente i termini culturali della questione del gender e dell'antropologia sottintesa;
e soprattutto -conclude - nonostante esalti un astratto "genio femminile", continua a negare alle donne la dignita' di soggetti storici capaci e responsabili.

http://www.casainternazionaledelledonne.org/

 

La "Lettera sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo"

Elettra Deiana - Liberazione

04-08-04

La "Lettera sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo", elaborata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, su imput del cardinale Ratzinger, costituisce l'ennesimo tentativo messo in atto dalle alte gerarchie della Chiesa cattolica per depotenziare e vanificare la grande, straordinaria avventura di liberazione e libertà umana che le donne hanno intrapreso in questi decenni e che non sembrano affatto disposte ad abbandonare. Tentativo che tenta di esercitarsi a fondo sul portato radicale - vero e proprio mutamento antropologico dell'umano e delle relazioni umane - della rivoluzione femminile. E tuttavia tentativo tutto interno a un disegno che viene da lontano e non intende demordere. Fare ordine (divino, ovviamente) nel disordine umano, ricondurre le pecore (sempre smarrite, ovviamente, soprattutto se donne) all'ovile, trovare nuovi linguaggi per riveicolare le verità e i principi su cui si fonda da sempre il potere politico della Chiesa: in questo è consistita la sfida che le gerarchie cattoliche hanno lanciato da sempre, e reiteratamente, contro il cammino intrapreso dalle donne. La "Lettera" di Ratzinger (e Woytjla) fa parte di questa sfida. Quel percorso nomade e zigzagante continua infatti a turbare, induce piani di restaurazione. Esso, lo sanno bene le donne, è stato ed è sempre ad ostacoli, nella sfera privata e in quella pubblica, negli amori domestici e nelle passioni civili, ed è tuttavia obbligato se si vuol venire al mondo come soggetti consapevoli e responsabili, come agenti, per quello che è nelle nostre mani, dell'esistenza che ci è data, operando così trasformazioni piccole e grandi su uno dei terreni essenziali dell'esistenza: quelle relazioni tra i sessi su cui si incardina da millenni ogni forma storicamente determinata di patriarcato. Arcaico, moderno, globale; laico o integralista, benevolo o arcigno, essenzialista o tecnologico. E da cui trae linfa vitale la stessa pretesa escatologica della Chiesa, così strettamente connessa a un ordine delle cose per definizione - il Dio Padre delle Scritture - maschile.

Non a caso dunque, a più riprese, nel corso del suo lungo pontificato, papa Woytjla è intervenuto per orientare in una direzione prestabilita il flusso di idee, riferimenti, rappresentazioni che la rivoluzione femminile e i saperi, le pratiche, le acquisizioni femminili e femministe andavano sedimentando nel corpo sociale. In Occidente e oltre, perché oggi il mondo nella sua interezza è attraversato da quella carsica e intermittente ma ostinata rivoluzione che le donne hanno impresso al corso della vicenda umana. La presa di parola delle donne sul proprio corpo sessuato e sul corpo sessuato dell'Altro, la costruzione di un punto di vista, di un'ermeneutica dei rapporti tra i sessi e della costruzione sociale che quei rapporti strutturano e significano simbolicamente, una pratica relazionale tra donne e uomini che ha messo radicalmente in discussione l'ordine fallocratico, aprendo spazi di autonomia e autodeterminazione per tutte e tutti, ridefinendo il significato e le modalità di funzionamento di antichi vincoli parentali, abbattendo stereotipi e ridisegnando le coordinate di senso, il confine tra il lecito e l'illecito - sessualità, comportamenti e scelte di vita, famiglia: in questo consiste il nocciolo duro e irrevocabile di quel vero e proprio passaggio storico-antropologico che le donne sono state in grado di operare, mettendo sottosopra e in fibrillazione stereotipi, canoni, riferimenti. Ovviamente nel bene e nel male, come tutte le grandi vicende umane, sempre in bilico tra autentica innovazione e deludente omologazione, tra politica della trasformazione e trita rivendicazione di diritti e opportunità, ma sempre, nel suo complesso storico, sotto il segno di una rottura irriducibile. Per molti inquietanti, per altri liberatoria. Su tutto questo c'è da rifare ordine, ristabilire logiche, imporre scale di valori e gerarchie. Papa Woytjla ha messo in gioco da tempo, a questo scopo, una nozione forte e accattivante, fatta apposta per entrare nel cuore e nelle menti delle donne, per scompigliare e sparigliare questa nuova grammatica dell'antropologia umana di cui le donne sono protagoniste. E così i documenti pontifici hanno accolto la nozione di "genio femminile" e gli esperti delle Sacre Scritture hanno doviziosamente reso omaggio, con dotti riferimenti biblici, a quel genio, di cui, amano ricordare, la Vergine Maria è il sublime prototipo. Molte donne, anche femministe, si sono lasciate incantare.

La presunzione teleologica delle gerarchie cattoliche di fare della rivoluzione femminile - ovviamente purgata di eccessi e conflitti - uno strumento funzionale sia al disegno divino, sia all'ermeneutica ecclesiale e alla pretesa politica del Vaticano di dettare l'ordine terreno delle cose, tutto questo passa oggi attraverso il tentativo di riportare acquisizioni e conquiste femminili nei binari della morale cattolica ed entro un orizzonte sociale di nuovo segnato dal tradizionalismo sessuale e matrimoniale quella libertà femminile, figlia di tante cose ma in particolare di un pensiero femminista che ha saputo leggere e praticare il mondo nel conflitto e nel rapporto tra differenza femminile e differenza maschile. Non a caso la "Lettera" ignora nella maniera più assoluta l'esistenza della differenza maschile, la parzialità maschile, dunque la radice di quella reciprocità relazionale, privata e pubblica, tra i due sessi su cui le donne hanno fatto chiarezza. E non a caso la "Lettera" mette sotto tiro l'idea stessa della libera soggettività femminile, che si va costruendo - sul piano pratico e su quello della riflessione teorica - fuori da ogni determinazione oggettiva e da ogni vincoli precettivo. Ogni donna per quello che vuol fare, sul piano sessuale, familiare, sociale, politico, della rappresentazione di sé e del mondo. Insomma proprio il contrario della funzionalità del sesso femminile al disegno salvifico di Dio.

Elettra Deiana 

http://www.liberazione.it/giornale/040806/LB12D683.asp

 

Se il cardinale Ratzinger fosse un mio studente

07-08-2004

La «Lettera sulla collaborazione dell'uomo e della donna» è un testo più dirompente e nuovo di quanto possa sembrare. Indica nella relazione la possibilità di elaborare il conflitto uomo-donna. Non tace sul suo bersaglio polemico, che sono alcune teorie femministe, ma tace su certe sue fonti di ispirazione che sono altre teorie femministe. E non chiama in campo gli uomini a prendere parola su se stessi

LUISA MURARO


Se il cardinale Ratzinger fosse un mio studente, di molte cose mi piacerebbe ragionare con lui, complimentarmi, interrogarlo, distanziarmi o consentire, a proposito della sua Lettera sulla collaborazione dell'uomo e della donna. Dovrei però fargli notare un errore, uno solo, quello di credere (o di lasciar credere) che l'oscurarsi della differenza o dualità dei sessi, per usare parole sue, sia una tendenza recente del pensiero umano. Si tratta, al contrario, di una tendenza secolare, ben riconoscibile nella tradizione filosofica. Lo dichiara, con indiscussa autorità, Heidegger: l'ontologia ci ha sempre insegnato ad assumere l'essere umano come neutrale rispetto alla relazione (io-tu) e rispetto alla sessualità (uomo-donna). Una neutralità, occorre aggiungere, che la critica femminista ha dimostrato essere una concezione centrata sull'uomo di sesso maschile (androcentrica). Che io sappia, prima di questo testo del cardinale Ratzinger, la filosofia d'ispirazione cristiana non si è mai opposta a questa tendenza, o, se lo ha fatto, lo ha fatto senza risalire all'ontologia della neutralità sessuale. Tant'è che la personologia cristiana non ha un pensiero della differenza sessuale. Insomma, ci troviamo davanti a un testo più dirompente e nuovo di quanto esso stesso non lasci intendere. Qualcosa di simile al punto della neutralità sessuale, vale anche per un'altra tendenza, che la Lettera giustamente associa alla prima, quella a liberarsi dai propri condizionamenti biologici. Anche questa è antica, antichissima anzi, risalente alle origini stesse del patriarcato, che ha inventato di tutto per minimizzare la nostra insormontabile dipendenza dalla relazione materna.

Che cosa, dunque, è avvenuto di nuovo a ispirare la sorprendente presa di posizione della Chiesa, non da parte di qualche teologo di frontiera ma del prefetto stesso della Congregazione per la dottrina della fede? Per la seconda tendenza mi pare meno difficile tentare una risposta. Nel campo della rinnegata dipendenza dai condizionamenti biologici, la novità è costituita dal duplice passaggio alla modernità e ai suoi sviluppi postmoderni, passaggio che possiamo così riassumere: il pensare si è separato dal sentire per conformarsi più precisamente alla ragione, fonte di una presunta autonomia dell'uomo, la quale ragione a sua volta si è lasciata sostituire dalla tecno-logia. (È per questa strada che l'Europa è arrivata alla follia della prima guerra mondiale, prima di una serie di altre guerre e di altre follie il cui conto è lasciato ai nostri posteri.) Ebbene, il passaggio alla modernità, la Chiesa cattolica lo ha patito, ci ha pensato, ne ha parlato. Non è stata la sola e neanche la prima, va detto. Penso al grande filosofo che non troviamo nei manuali di filosofia, Giacomo Leopardi, il quale torna e ritorna, con accenti profetici, sul tema della catastrofica nostra perdita di vicinanza con la Natura, perdita che va di pari passo con i progressi della modernità.

Più difficile è capire che cosa abbia portato quest'uomo, Joseph Ratzinger, a fare suo il pensiero della differenza sessuale. Pensiero - bisogna precisare perché la Lettera non lo fa - che si è sviluppato all'interno del femminismo, in conflitto con altre teorie e politiche femministe: il femminismo, infatti, è sempre stato plurale e conflittuale, trovandosi al cuore di cambiamenti combattuti e difficili che toccano le basi della civiltà, in quanto riguardano i rapporti fra i sessi (fra donna e uomo, sì, ma anche e insieme fra donna e donna, fra uomo e uomo).

Che di questo si tratti nella Lettera, molti commentatori, pur intuendo la sua novità, non si sono resi conto. Molti hanno confuso il femminismo radicale con le teorie di genere attaccate da Ratzinger. Ida Dominijanni fa eccezione. Lei riconosce bene la parentela della Lettera con una parte del femminismo, così come sa bene che il femminismo radicale (pensiamo a Carla Lonzi, per l'Italia) nasce come pensiero della differenza sessuale, in lotta con l'emancipazionismo, prima, e con il femminismo della parità, poi, oltre ad avere lei una conoscenza approfondita dei testi della gender theory. Perciò rimando chi mi legge al suo commento di martedì 3 agosto. Per parte mia, vorrei più direttamente rispondere a chi ha detto che la Lettera non è veramente nuova perché ripete la vecchia posizione cattolica della complementarità fra i sessi, assegnando alle donne il solito ruolo. La lettura del testo, specialmente del capoverso 14, dovrebbe bastare ad eliminare la seconda critica, l'autore infatti teorizza nitidamente il senso libero della differenza sessuale, sia pure in termini che sono compatibili con la sua fede e il suo credo morale. Ma potrebbe essere diversamente? Che relazione sarebbe, che scambio potrebbe mai esserci, se l'altro deve pensarla in tutto come la penso io?

Quanto alla complementarità, è ben vero che il testo di Ratzinger sostiene che l'eguale dignità delle persone si realizza come complementarità fisica, psicologica ed ontologica, dando luogo ad un'armonica «unidualità» relazionale. Questo passaggio è stato molto citato, troppo secondo me. Non si è tenuto conto di altri passaggi che affermano il libero esplicarsi della presenza femminile anche nei campi tradizionalmente maschili, e la possibilità che i valori che più stanno a cuore alle donne siano un insegnamento valido anche per gli uomini: queste sono vedute in cui la complementarità cede il passo alla asimmetria fra i sessi assunta nell'uguaglianza e nella libertà. Che è, secondo me, il cuore del pensiero della differenza sessuale.

C'è da dire anche che il molto citato passo della complementarità si riferisce esplicitamente ad una condizione edenica, ossia prima del peccato originale: quest'ultimo avrebbe reso potenzialmente conflittuale il rapporto fra i sessi, dice la Lettera. Qui, mi rendo conto, si entra in un terreno difficile ma ritengo inevitabile entrarci per tentare di capire il linguaggio religioso che parla del peccato originale e delle sue conseguenze. Nei paesi della Riforma, misurarsi con questo linguaggio e con queste tematiche, è cosa che i pensatori laici non rifiutano a priori di fare. Da noi, sarebbe buona regola astenersi, ma io non sono d'accordo, io la penso come quel lettore (dichiaratamente non cristiano) del manifesto che ha sentito il bisogno di scrivere una lettera per dire, giustamente: non fingiamo che il cristianesimo non faccia parte a pieno titolo della nostra eredità culturale. Detto in positivo: per me l'eredità cristiana, luci e ombre, è ricchezza del pensiero ed è a disposizione di tutti.

Tutto questo per arrivare a formulare una precisa domanda al «mio studente»: perché, dopo quell'accenno al conflitto fra donna e uomo, non sei tornato a parlarne? Perché non hai riconosciuto l'inevitabilità del conflitto, perché non hai mostrato che confliggere non è fare la guerra e che esiste la possibilità di un conflitto relazionale? Lo chiedo perché a me sembra che queste cose rispondano alla necessità in cui ci troviamo di fare i conti con le conseguenze del peccato originale. In altre parole, io penso che la collaborazione tra donne e uomini, che è il tema della Lettera, non sia possibile se non ammettiamo che possa esserci conflitto - così come ammettiamo il dolore di nascere, la fatica di lavorare, la paura di morire. E, soprattutto, se non ci spendiamo per renderlo, il conflitto, compatibile con l'amore, l'amicizia, la collaborazione.

Conflitto relazionale è una formula coniata da pensatrici della differenza, femministe. Se dicessi che è anche una pratica politica ben radicata, direi troppo. È una ricerca, c'è un bisogno, è un'idea e ci sono momenti e frammenti che la fanno brillare: di più non potrei dire. L'ostacolo è grande. Lo avverto in me. Lo riconosco nel testo stesso di questa Lettera, che non tace sul suo bersaglio polemico, che sono teorie femministe, ma tace su alcune fonti del suo discorso, che sono altre teorie femministe. E immagino che la reticenza su queste altre fonti sia dovuta al fatto che il testo non può farle interamente sue. Torna così il rapporto sterile di reciproco respingimento che mi faceva dire sopra: che relazione sarebbe, che scambio può mai darsi, se l'altro deve pensarla in tutto come me?
Le interpretazioni della Lettera che a me sembrano meno fedeli sono dovute, secondo me, proprio a questo debito non pagato dall'autore verso una parte delle sue fonti. Come fonti taciute penso, in ordine d'importanza, primo, al femminismo cattolico, generoso e maltrattato come quella signora del Vangelo che sparge unguento sui piedi e i capelli di Gesù (detto alla buona: non so come quelle donne abbiano fatto a resistere alla tracotanza clericale); secondo, alla teologia femminista, ingegnosa e studiosa come la famosa Marta che prepara il pranzo a Gesù, vivamente lodata non da Gesù (che, anzi, affettuosamente la sgrida) ma da Maestro Eckhart, in uno dei suoi sermoni tedeschi. Terzo, viene il pensiero della differenza sessuale che, volendo insistere con il parallelo evangelico, potremmo associare alla non meno famosa Samaritana del pozzo, con cui Gesù si ferma a discorrere. Fra le interpretazioni meno fedeli della Lettera metterei, senza offesa, quella di Vittorio Messori sul Corriere della sera. La Lettera, leggo, è un insegnamento «per tutti ma a cominciare dalle donne, ingannate e rovinate da dottrine che si presentano, suasive, come benefiche». È un mondo di fantasmi: Eva che si lascia ingannare dal serpente, il sesso femminile mentalmente debole, il primato femminile nella colpa delle origini... Il torto più grande di una simile lettura, al punto in cui siamo arrivati, anno 2004, non lo patiscono più le donne, lo patisce il testo di Ratzinger. Che però vi si presta.

L'ostacolo alla pratica del conflitto relazionale è non meno grande del disordine simbolico prodotto nei secoli dal dominio sessista. Ne fanno parte l'adattarsi femminile - per amore di pace, dicevano le nostre madri, per amore del mondo, diciamo noi - e l'abitudine maschile di stare comodi con questo adattamento, posture entrambe, quella femminile e quella maschile, molto meno appariscenti e scandalose di certi costumi patriarcali - il burca! - ma tanto più durature e insidiose.

Ma questa Lettera è stata scritta da un uomo che non si sentiva più di stare comodo, a causa di donne che, se anche amano la pace e il mondo (li amiamo, sì), prima amano la loro libertà. Che cosa è successo, chiedevo sopra, che ha ispirato non so come, calcolo mentale o di spirito santo, questo testo in cui la Chiesa cattolica si congeda dal preteso trascendimento maschile della differenza sessuale e dal rinnegamento della dipendenza biologica che per secoli hanno improntato la nostra cultura? Potrebbe essere questo, che sempre meno le donne si prestano a portare il segno della differenza sessuale anche per conto dell'altro («il Sesso» è stato, in Francia, un sinonimo di «le donne») e a correggere così l'astrattezza unilaterale del pensiero maschile, a correggerla con un lavoro silenzioso, quotidiano, tutto incarnato, mai veramente riconosciuto e spesso misconosciuto. Alcune di loro - di noi, io sono una donna - hanno deciso di tradurlo in lotta politica e pensiero pensante. Altre hanno semplicemente smesso di farlo, il lavoro, per tentare strade inedite alla libera espressione di sé nel grande mare del neutro tecnologico - o semplicemente si lasciano portare dove le porta la corrente. Fra le prime e queste altre c'è confronto e scontro. Al cardinale che entra nel campo di battaglia, sarebbe sbagliato dire: tirati indietro, tu non c'entri. Al contrario, la cosa lo riguarda enormemente, perché è venuto il tempo di spartire e condividere, fra donne e uomini, la significazione della differenza sessuale, come ha continuato ad insegnare Luce Irigaray. Possiamo invece chiedergli, esattamente come ha fatto Ida Dominijanni: e gli uomini? Tu, che sei uomo, come pensi di lottare, da uomo, contro la deriva che porta l'amore femminile della libertà a perdersi nel gran mare del neutro tecnologico? Quelli che tu chiami errori, lo sono nel senso più letterale della parola, tentativi di tracciare strade là dove sempre più donne si stanno avviando e strade non ci sono, per nessuno, che sia uomo o donna.

A questo punto potrei fermarmi, tanto più che sono stanca, però vado avanti per raccontare un seguito che mi sono immaginata. (Le cose sono messe, non per colpa mia, in una maniera tale che bisogna aiutarsi parecchio con l'immaginazione.) Ho immaginato che, giunti a questo punto, «il mio studente» mi chieda come lui possa contribuire ad una ricerca filosofica, religiosa e politica che ha per protagoniste le donne, senza fare di loro, le donne, l'oggetto del suo discorso, come a lui verrebbe spontaneo e come di fatto fa nella sua Lettera. Non è certo il solo. Io gli risponderei: lo puoi pensando e parlando a partire da te, secondo una pratica di parola che siamo in molte a conoscere ma che, purtroppo, risulta piuttosto difficile agli uomini. Dopo di che, aggiungerei: Joseph, ho buone notizie per te, ho scoperto recentemente che la prima formulazione scritta di questa pratica del partire da sé è opera di un uomo, un teologo-filosofo del Medioevo che aveva una certa intimità con il pensiero delle donne, Maestro Eckhart. Ho come l'idea che un cardinale della Chiesa ascolti più volentieri la spiegazione di un magister della Sorbona. Dunque, il Maestro domenicano ha scritto (traduco in italiano dal latino, non per Ratzinger, ovviamente, ma per i lettori del manifesto) che, quale che sia l'argomento, terreno o divino, di cui si tratta, non possiamo pretendere di sapere niente in forza di qualche argomento esteriore, che sia personale o oggettivo, perché tutto quello che tentiamo di dire indipendentemente da quello che ci muove dentro, tutto questo è peccato mortale di menzogna. Detto da me, in positivo: per cominciare a dire qualcosa di vero, o sperare di poterlo dire, ascoltiamo ciò che ci muove a dire e cerchiamo di renderne conto, il resto (la verità) verrà per soprammercato.

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/07-Agosto-2004/art74.html

 


Ratzinger e la donna

07/08/2004

Dunque. La "Lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo" io me la sono scaricata (per la precisione da qui) e me la sono doverosamente letta e meditata, tanto per capire di che cosa si stava parlando. E ho concluso che, come capita spesso d'estate, non si stava parlando di niente. Di niente di nuovo, voglio dire.

Non metto in discussione le posizioni dottrinali della Chiesa Cattolica in merito: la Chiesa fa il suo mestiere e dice quello che deve dire dal suo punto di vista, come ha sempre fatto e come, presumibilmente, continuera' a fare. Credere o non credere, ottemperare ai precetti suggeriti o imposti dovrebbe essere affare privato del singolo, mi pare: frequentemente non e' cosi', e soprattutto di questo i laici dovrebbero dolersi, piu' che delle norme di comportamento imposte ai fedeli. D'altra parte anche elegantemente sorprendersi con Francesco Merlo, su "Repubblica" di giovedi' scorso, del fatto che nessuno si chieda "perche' un cardinale debba spiegarci la donna, per quale scienza infusa un maschio, celibe per voto, trovi nella Sacre Scritture di cui e' fatta la sua vita, quella donna che in un'altra vita, nelle nostre vite, semplicemente non c'e'" mi sembra abbastanza ozioso: finche' esistera' una Chiesa Cattolica che in un modo o nell'altro, piaccia o meno, influenza la vita e le scelte morali di un qualche miliardo di persone, senza contare il suo peso politico, mi sembra ovvio che le posizioni ufficiali di un Ratzinger debbano comunque interessarci.  Mi meraviglio di altro. Per esempio del fatto che si sia voluto trovare in questa lettera una sia pur cauta apertura al ruolo nuovo che la donna oggi riveste (o dovrebbe rivestire), un passo in avanti nel riconoscimento della sessualita' e del corpo, sia pure entro la cornice santificata del matrimonio e tramite doveroso richiamo al Cantico dei Cantici, un riconoscimento importante della pari dignita' dei sessi nell' espletamento delle loro complementari funzioni all'interno della  societa'.  Macche'. La donna e' comunque rinchiusa nello stereotipo della madre ("la donna conserva l'intuizione profonda che il meglio della sua vita e' fatto di attivita' orientate al risveglio dell'altro, alla sua crescita, alla sua protezione"): o la donna  accetta di riconoscersi nel modello di Maria o ricade nella superbia di Eva, ed e' destinata a scontare amaramente il suo peccato("Nelle parole che Dio rivolge alla donna in seguito al peccato, si esprime, in modo lapidario ma non meno  impressionante, il tipo di rapporti che si instaureranno ormai tra l'uomo e la donna: «Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà» (Gn 3,16). Sarà una relazione in cui l'amore spesso verrà snaturato in pura ricerca di sé, in una relazione che
ignora ed uccide l'amore, sostituendolo con il giogo della dominazione di un sesso sull'altro. La storia dell'umanità riproduce di fatto queste situazioni, nelle quali si esprime apertamente la triplice concupiscenza che ricorda San Giovanni, parlando della concupiscenza della carne, della concupiscenza degli occhi e della superbia della vita (cfr 1Gv 2,16). In questa tragica situazione vengono perduti quell'uguaglianza, quel rispetto e quell'amore che, secondo il disegno originario di Dio, esige la relazione dell'uomo e della donna"). L'unica alternativa al destino di maternita' della donna e' la verginita': "Anche se la maternità è un elemento chiave dell'identità femminile, ciò non autorizza affatto a considerare la donna soltanto sotto il profilo della   procreazione biologica. Vi possono essere in questo senso gravi esagerazioni che esaltano una fecondità biologica in termini vitalistici e che si accompagnano spesso a un pericoloso disprezzo della donna. L'esistenza della vocazione cristiana alla verginità, audace rispetto alla tradizione antico-testamentaria e alle esigenze di molte società umane, è al riguardo di  grandissima importanza. Essa contesta radicalmente ogni pretesa di rinchiudere le donne in un destino che sarebbe semplicemente biologico. Come la verginità riceve dalla maternità fisica il richiamo che non esiste vocazione cristiana se non nel dono concreto di sé all'altro, parimenti la maternità fisica riceve dalla verginità il richiamo alla sua dimensione  fondamentalmente spirituale: non è accontentandosi di dare la vita fisica che si genera veramente l'altro. Ciò significa che la
maternità può trovare forme di realizzazione piena anche laddove non c'è generazione fisica".  Gentilmente Ratzinger concede alle donne, se lo vogliono, il lavoro esterno alla famiglia, che resta comunque la vocazione prioritaria della donna, "angelo del focolare" per definizione, ma con quale prudenza di accenti: "non si può tuttavia dimenticare che l'intreccio delle due attività ? la famiglia e il lavoro ? assume, nel caso della donna, caratteristiche diverse da quelle dell'uomo. Si pone pertanto il problema di armonizzare la legislazione e l'organizzazione del lavoro con le esigenze della missione della donna all'interno della famiglia. Il problema non è solo giuridico, economico ed organizzativo; è innanzitutto un problema di mentalità, di cultura e di rispetto. Si richiede, infatti, una giusta valorizzazione del lavoro svolto dalla donna nella famiglia. In tal modo le donne che liberamente lo desiderano potranno dedicare la totalità del loro tempo al lavoro domestico, senza essere socialmente stigmatizzate ed  economicamente penalizzate, mentre quelle che desiderano svolgere anche altri lavori potranno farlo con orari adeguati, senza essere messe di fronte all'alternativa di mortificare la loro vita familiare oppure di subire una situazione abituale di stress che non favorisce né l'equilibrio personale né l'armonia familiare. Come ha scritto Giovanni Paolo II, «tornerà ad onore della società rendere possibile alla madre ?senza ostacolarne la libertà, senza discriminazione psicologica o pratica, senza  penalizzazione nei confronti delle sue compagne ? di dedicarsi alla cura e all'educazione dei figli secondo i bisogni differenziati della loro età»"  Non voglio entrare nel merito (ma i papa' che ruolo hanno in questa visione?) e, parliamoci chiaro, le difficolta' pratiche cui accenna Ratzinger, nonostante la liquidazione nonchalante di Merlo ed altri, sono reali, casomai e' la soluzione che non convince. Ma la domanda che mi pongo e' un'altra: cosa c'e' di diverso? Cosa c'e' di progressivo in questa prosa
chiesastica che dice e nasconde, che gioca con le parole e comunque ricaccia la donna negli stereotipi di sempre? E poi, ancora: perche' i destini del mondo sembrano giocarsi sempre sulla pelle della donna? Con il velo, senza velo, libera, sfacciata, pudica,
rispettosa, emancipata, tentatrice, ritrosa, puttana o Madonna, infibulata, facile, disponibile, protetta, prigioniera, vagabonda, inaffidabile, vittima ora del burqua ora del trend, comunque mai veramente autonoma, mai veramente se stessa. Post Scriptum: ma i giornalisti che ne hanno parlato, e gli illustri commentatori che sono stati interpellati in merito, e tutti coloro che
hanno aperto bocca sull'argomento, il documento (che non e' nemmeno cosi' lungo), se lo sono letto oppure hanno espresso opinioni solo per sentito dire?

Blog di Lorenza Boninu

http://contaminazioni.splinder.com/

 

Tina Beattie, The Tablet, 07/08/2004

Feminism Vatican/Style

Il nuovo documento di Roma sugli uomini e le donne mostra che il femminismo e la Chiesa hanno in comune forse molto più di quanto si sia mai pensato, ma ora è compito della teologia cattolica di spiegare la natura sacramentale della donna.

 

La pubblicazione della lettera vaticana sugli uomini e le donne è stata accolta con prevedibili pregiudizi dalla stampa laica dell’ultima settimana. “Il papa mette in guardia dalle femministe: i vescovi devono prendere la linea dura sulle questioni di genere”, annunciava un titolo di The Guardian. Christina Odone, inviata del New Statesman, parlando alla radio 4 della BBC, era (prevedibilmente) meno prevedibile. Ha descritto la lettera come "una storica conversione a U.; il documento che contrassegnerà il papa come un novello femminista; un testamento meravigliosamente commovente".

Di fatto, la lettera mostra molto buon senso e intelligenza, ma è unilaterale nella rappresentazione del femminismo e fa un certo numero di affermazioni problematiche. Inoltre rischia, rispetto a quanto riguarda le donne, di far sembrare la gerarchia cattolica ancor più anacronistica. Quale altra istituzione oggi redigerebbe un documento sulle donne, facendolo scrivere da un gruppo di uomini (la Congregazione per la dottrina della fede, a la firma del cardinale Ratzinger) per rivolgersi a un altro gruppo di uomini (i vescovi), senza citare o almeno fare riferimento a qualche idea di una donna? Poiché la lettera è intitolata "sulla collaborazione degli uomini e delle donne nella chiesa e nel mondo", questa mancanza di collaborazione con le donne appare un po’ ridicola. Mi sembra però che molti di noi, che conserviamo un rapporto più o meno buono con santa madre chiesa, mentre tanti invece se ne sono andati, lo facciamo perché abbiamo un senso dell’umorismo molto sviluppato ed abbiamo imparato a convivere con le sue curiose idiosincrasie.

La seconda metà del secolo scorso ha assistito a una mutazione di prospettiva da parte della chiesa nei confronti della sessualità e del genere, dovuta anche alle idee che il papa attuale ha maturato quando lavorava in parrocchia come giovane sacerdote con le coppie di sposi. Inoltre, Hans Urs von Balthasar ha avuto un influsso teologico significativo in questo ambito. La lettera deve essere quindi iscritta all’interno di una tendenza emergente nella teologia cattolica, presentata a volte come "il nuovo femminismo" (anche se alcuni lo considerano, invece, altamente conservatore), connesso con il giornale Communio e con pensatori quali Prudence Allen, Francis Martin, David Schindler e Michelle Schumacher.

Sulla scia delle catechesi del papa sul libro della Genesi del 1979-1980, la lettera afferma che l’umanità, maschio e femmina, è creata ad immagine di Dio come dono di sé all'altro. Afferma la differenza sessuale come "realtà profondamente iscritta nell'uomo e nella donna" e come "componente fondamentale della personalità". L'uomo e la donna sono stati creati in una relazione nuziale di amore reciproco, auto-donantesi, mentre invece il peccato originale ha portato a quella dominazione, rivalità, violenza e inimicizia fra i sessi, che possono essere superate soltanto in Cristo. È la donna che, "nel suo essere più profondo ed originale", esiste "per l'altro" ed è a lei che è affidata in modo tutto particolare la vocazione di amare e nutrire la vita. Ciò è strettamente collegato alla capacità fisica della maternità, anche se la lettera insiste che la maternità non è riducibile soltanto alla procreazione fisica. La vocazione alla verginità e quella alla maternità si illuminano a vicenda, puntando entrambe al dono di sè in termini sia concreti che spirituali.  

Tuttavia, a partire dal fatto che le donne sono le prime responsabili dei rapporti umani, soprattutto all’interno della famiglia, la lettera sostiene che le donne e gli uomini hanno un differente modo di rapportarsi alla famiglia e al lavoro. Ciò richiede rispetto per le donne che desiderano dedicarsi alla famiglia e non vogliono essere "stigmatizzate dalla società o penalizzate finanziariamente". Allo stesso tempo, donne che lavorano fuori casa dovrebbero poterlo fare senza dover sacrificare il benessere della famiglia e questo richiede la trasformazione degli atteggiamenti e dei valori della società così come delle relative organizzazioni. Ciò è importante, dice la lettera, perché la partecipazione delle donne è necessaria a tutti i livelli della vita pubblica, se devono essere trovate soluzioni innovatrici nei confronti dei problemi economici e sociali del mondo.

In questi discorsi, chiara è l’eco di un pensiero femminista, specialmente nella eccellente sezione sul lavoro e sulla famiglia. Alcune femministe potrebbero inorridire di fronte alla “under-standing (gioco di parole tra comprensione e sotto-comprensione, n.d.t.) della differenza sessuale come qualcosa di codificato in modo essenziale nella natura umana, ma i cristiani devono affermare senza possibilità di dubbio la capacità del corpo di recare in sé un’autentica rivelazione. Per quanto opaca sia la relazione tra natura e cultura o tra sesso e genere (e oggi le femministe non sono, come sembra invece insinuare la lettera, ingenue su questo punto e la complessità della relazione tra sesso e genere è ormai per lo più riconosciuta), i cristiani sono chiamati a lavorare “con” piuttosto che “contro” le nostre naturali capacità e orientamenti corporei, così che si possa capire cosa significhi essere persone sessuate create ad immagine di Dio.

Penso che le reazioni di alcune femministe a questo documento siano dovute  al fatto che le affermazioni circa la natura essenzialmente auto-donantesi delle donne vengono percepite come romanticismo. Stereotipi che ci si può aspettare soltanto da un gruppo  di uomini celibi che parla della psicologia e della natura delle donne all’interno di un ambiente di soli uomini. E’ anche vero però che la maggior parte delle femministe concorda sul fatto che le donne siano più relazionali degli uomini e teorie ortodosse, cattoliche e femministe sono radicate su un fondamento comune: credere che questa relazionalità sia un modello di umanità migliore di quello dell’individualismo maschile che caratterizza la società attuale. Che le donne siano, per natura o cultura, più orientate verso i rapporti di cura e che le donne abbiano un'affinità più immediata con la natura, perché i nostri corpi sanguinano, generano e alimentano, lo affermano anche molte femministe. La speranza che una partecipazione più ampia delle donne alla vita pubblica fornirà un'alternativa alla violenza e allo sfruttamento della società moderna è comune al papa ed alle femministe. Apparentemente, la gerarchia ritiene invece di essere esente dalla necessità di un’influsso “umanizzante” al suo interno da parte delle donne, dato che gli ultimi anni hanno visto una certa tendenza a inserire in alcune delle istituzioni e della amministrazione della chiesa solo donne attentamente selezionate.

È giusto dire, inoltre, che il femminismo non ha del  tutto accettato che la famiglia resti, per la maggior parte delle donne, chiave di volta della propria identità, della propria autostima e del proprio impegno in quanto donne. Le femministe frequentemente hanno ritratto il matrimonio e la vita familiare ispirati e sostenuti da valori religiosi come una cospirazione patriarcale che rende le donne poco più che delle schiave domestiche. Non sono riuscite ad accettare che per molte donne matrimonio e maternità sono esperienze profondamente arricchenti, che permettono loro di esprimere il proprio amore, la propria sessualità ed il talento nella cura all’interno di rapporti stabili e impegnativi. La lettera, dal momento che riconosce che matrimonio e verginità non sono gli unici modi in cui le donne possano realizzarsi, reinterpreta queste due antiche vocazioni e, in modo inquietante, le lascia aperte. Per esempio, evitando saggiamente ogni riferimento alla contraccezione, tiene conto della possibilità che la chiesa sia finalmente in grado di dare spazio a donne sessualmente attive che non sono madri, fatto che rappresenta certamente una dimensione innovativa  nel pensiero cattolico recente.

Senza negare queste importanti intuizioni, questo documento è però profondamente discutibile. Si riferisce "alla dominazione di un sesso da parte dell’altro", ma non riconosce che cosa abbia significato la dominazione degli uomini sulle donne, nella cristianità come nelle culture e religioni non-cristiane. Non c’è dunque alcun riconoscimento della legittimità storica del femminismo, né si riconosce che se la teologia è riuscita a distaccarsi significativamente dalla tradizione lo deve in gran parte anche all'influenza del femminismo. Non si fa menzione dell’abuso domestico e della violenza sessuale come problemi pastorali urgenti per la Chiesa nei confronti delle donne, né viene detto nulla circa le responsabilità degli uomini nella vita domestica.

Diverse indagini indicano che, anche donne che lavorano molte ore fuori casa, si occupano poi dei lavori domestici e di ciò che riguarda l’educazione e la cura dei figli. Una madre, se deve trovare equilibrio tra lavoro e famiglia, ha bisogno del supporto attivo di un padre che condivida il lavoro per mandare avanti la casa e per far crescere i figli. E’ necessario anche riconoscere che, per molte donne, il lavoro non è una scelta ma una necessità economica e questo le lascia esauste di fronte alle impossibili pretese di occuparsi, anche se lavorano a orario lungo in mestieri umili e per una paga bassa, dei bisogni dei mariti, dei figli e di altri che dipendono da loro. È delirante lasciar intendere  che donne in tali circostanze "conservano nelle loro vite la profonda intuizione della bontà di quelle azioni che danno la vita e che contribuiscono allo sviluppo ed alla protezione dell'altro”.

Contro ogni previsione alcune donne ce la fanno, ma molte sono sopraffatte e sconfitte ed il risultato è la perpetuazione di relazioni segnate dalla negligenza e dall’abuso nei confronti della generazione dei figli. Mentre sia le femministe che il Vaticano continuano a lavorare per trasformare la cultura ed hanno forse in comune più di quanto entrambi credano, i vescovi potrebbero rivolgere la loro attenzione a una presa di  responsabilità da parte tanto degli uomini che delle donne. Ciò richiederebbe un'analisi realistica delle circostanze sociali e domestiche che concorrono a minare il benessere delle donne nella chiesa e nel mondo.

La preoccupazione primaria di questa lettera, invece, non è l’abuso degli uomini sulle donne, ma la minaccia del femminismo. Le femministe, ci viene detto, "danno forte risalto agli stati di subordinazione per provocare l'antagonismo", come se "le donne, per essere se stesse, debbano porsi come avversarie degli uomini" e credono che "di fronte all’abuso di potere si debba rispondere con la ricerca del potere". Ciò suona come una ritardata reazione agli scritti di Mary Daly, una teologa cattolica che, negli anni 70 e 80, ha delineato una particolare forma di femminismo radicale separatista. Il femminismo, però, è un movimento troppo vario e complesso per prestarsi a queste accuse semplicistiche e distorte. Ci sono forme di femminismo che sono incompatibili con la fede cristiana, ma ci sono anche molte femministe che lavorano nella fedeltà critica agli insegnamenti della chiesa e che acconsentirebbero a molte delle idee espresse in questa lettera. Negare il loro contributo alla teologia ed alla prassi cristiane e non riuscire a riconoscere quanto questo stesso documento sia in sé profondamente debitore al pensiero femminista, significa ancora una volta emarginare e mettere a tacere le donne e insinuare che gli uomini le conoscano più e meglio di quanto noi conosciamo noi stesse.

Il problema più profondo di questa lettera, comunque, più che sociologico, è teologico. La convinzione che c’è una differenza essenziale fra i sessi non fa parte della tradizione cattolica. A partire da Agostino la chiesa occidentale ha capito sempre la differenza sessuale come dimensione eterna dell'esistenza umana, ma ha anche tradizionalmente insegnato che la differenza fra gli uomini e le donne è di grado piuttosto che di sostanza. Cristo era maschio non perché il corpo maschile fosse ontologicamente differente dal corpo femminile, ma perché era la versione più perfetta della stessa cosa.

Oggi, scartando una comprensione gerarchica della differenza sessuale a favore di un modello di complementarità (i sessi sono uguali ma differenti), la chiesa ha dovuto trovare nuove giustificazioni per l'esclusione delle donne dal sacerdozio. Una di queste è stata identificare la mascolinità, essenziale al sacerdozio, con la mascolinità di Cristo, che a sua volta è identificato con la paternità di Dio. Anche se non è espressa pienamente, la teologia sottesa a questo nuovo essenzialismo sessuale è potenzialmente disastrosa. Non solo associa la paternità di Dio con la sessualità maschile (un'associazione che la chiesa ha negato sempre, anche se a volte l’uso teologico di un linguaggio figurato suggerisce l'idea di un dio maschio che insemina una creazione femminile). Essa enfatizza inoltre eccessivamente la dimensione sessuale piuttosto che la funzione relazionale del simbolismo nuziale della chiesa. Di conseguenza, l'amore di Cristo per la sua sposa, la chiesa, è espresso in termini esageratamente sessuali connessi con la mascolinità dello sposo. Ciò ha inoltre implicazioni disastrose nei confronti del ruolo del corpo femminile che da questa teologia, lungi dall'essere riconosciuto, rischia invece di essere espulso.

Dopo parecchie pagine di descrizione della vocazione e del genio delle donne, la lettera asserisce che "i valori femminili qui accennati sono soprattutto valori umani”. In questa prospettiva, quanto viene chiamato “la femminilità” è più semplicemente un attributo del sesso femminile. La parola indica effettivamente la capacità umana fondamentale di “vivere per l'altro ed a causa dell'altro”. Per difendere l'esclusione delle donne dall’ordinazione sacerdotale, si dice che questo "non impedisce in nessun modo l'accesso delle donne al cuore della vita cristiana". Il rapporto nuziale fra i sessi viene poi spiegato in termini di rapporto fra la chiesa ed il Cristo come la sposa e lo sposo e si dice che "le donne sono chiamate ad essere unici esempi e testimoni per tutti i cristiani di come la sposa deve rispondere nell'amore all'amore dello sposo". 

Nella parte iniziale, la lettera rifiuta "un nuovo modello di sessualità polimorfa" connesso con il femminismo. In realtà, è difficile immaginare però un modello sessuale più polimorfo di quello supposto da una comunità di uomini e di donne costituiti come sposa di Cristo, in modo tale che la sposa femminile è in realtà un termine collettivo che raccoglie entrambi i sessi (e in alcuni casi può addirittura non includere affatto le donne, per esempio quando il gruppo si esprime in una comunità di tutti maschi), mentre lo sposo è essenzialmente e biologicamente maschio.

Si tratta di una teologia non del tutto "corretta" e di un modo molto ambiguo di comprendere il  rapporto fra sesso biologico e genere spirituale. Inoltre, il corpo maschile diventa il referente di ogni significato, maschile e femminile, ispirato da un’unica donna, “Maria”, che è "uno specchio posto davanti alla chiesa". La femminilità quindi è stata colonizzata da uomini come spose di Cristo, dal momento che Maria ha realizzato unicamente il suo ruolo materno; il corpo femminile si dissolve nella comunità della chiesa come "donna", che potrebbe essere composta anche unicamente da uomini. Sacramentalmente parlando, la differenza sessuale non riguarda la differenza fra uomini e donne, ma la differenza fra i sacerdoti maschi, che rappresentano Cristo, e tutti gli altri. Dove è andata a finire l'insistenza del documento sul fatto che il sesso fisico non può essere separato dal genere, se il genere femminile non sta in un rapporto necessario con il corpo femminile?

La battaglia tra i sessi continuerà a infuriare e le femministe ed i cardinali continueranno egualmente a dare fuoco alle polveri. Nella recente comprensione della donna da parte della chiesa c’è stata dunque, oltre che in termini di politica sessuale, una significativa innovazione anche in termini antropologici e sociologici. Al livello teologico, però, c’è una catastrofe devastante. Sarebbe davvero urgente che il papa dicesse in che senso il corpo femminile ha importanza sacramentale, di modo che la persona incarnata di entrambi i sessi sia affermata, non solo a livello sociale e biologico, ma anche a livello sacramentale. Altrimenti, alcuni di noi potrebbero temere di essere diventati nient'altro che degli spettatori alle nozze gay della chiesa attuale.

 

Tina Beattie è “senior lecturer” in Studi cristiani all'università di Roehampton. Il suo  ultimo libro “Donna” è pubblicato da Continuum.

 

[traduzione di Benedetta Zorzi e Marinella Perroni]

 

Uomo e donna li creò

Note sulla “Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo” inviata dal cardinale Joseph Ratzinger e resa pubblica il 31 luglio 2004

di Pietro De Marco

Commentando la “Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo” inviata dalla congregazione per la dottrina della fede, a firma del prefetto, Joseph Ratzinger e del segretario, Angelo Amato, Claudio Risé ha proposto, con quel tanto di esasperazione per le tendenze di una contagiosa vulgata, un "basta, col considerare la maschilità del Figlio di Dio come un optional, un caso, qualcosa che poteva benissimo essere anche il suo contrario, una femminilità. Non si può trasformare la storia di un Uomo che disse di essere venuto per realizzare la volontà del Padre, in quella di un androgino figlio di Madre. Quella sarebbe un'altra storia. E anche la nostra sarebbe, quindi, diversa" (“Il Giornale”, domenica 1 agosto).

Certo, altro sarebbero l'Occidente e il mondo se il perno della rivelazione cristiana fosse stato un mito della Dea Madre. Per l'antropologia razionale di matrice ebraico-cristiana, l'unica dell'Occidente, il "masculum et foeminam creavit eos", la "uni-dualità" (Giovanni Paolo II) della relazione, è condizione necessaria di pensabilità dell'umano e dei suoi istituti.

Ma l'identità rispettiva e la distinzione del maschile e del femminile sono condizioni irrinunciabili anche per l'intellectus fidei e la fede vissuta. Richard Crashaw, il grande poeta inglese operoso a Roma dopo la sua conversione al cattolicesimo, e morto a Loreto nel 1649, celebrava la circoncisione (come ci ricorda Leo Steinberg nel suo celebre “La sessualità di Cristo”) indicando nel sangue versato dal Bambino l'ottavo giorno di vita l’anticipazione del sangue della Passione e della vita del cosmo rinnovato: "These Cradle-torments have their towarness. / These purple bunds of blooming death may be, / Erst the full stature of a fatal tree/. (…) This knife may be the speares praeludium” (Questi tormenti della culla hanno una loro finalità. / Queste purpuree gemme [le gocce di sangue della circoncisione] di fiorente morte potranno essere / prestissimo tutta l'altezza di un albero fatale [la croce] / Questo coltello può essere il praeludium della lancia).

Un secolo e mezzo prima, i colti predicatori della corte di Sisto IV ricordavano al pontefice, il 1 gennaio: "Quest'oggi viene aperto a pro dell'umanità il libro della circoncisione, il primo volume della crudelissima Passione. Qui sgorga il primo sangue della nostra redenzione". Annota finemente Steinberg che, per una fede (responsabile, non svagata) senza la prova del sangue prepuziale la carne del Figlio avrebbe potuto essere mera simulazione, fantasia, apparenza. L'ostentatio genitalium del Bambino Gesù nell'iconografia tardo medievale e moderna, fino al maturo Cinquecento, integra e rafforza la manifestazione, l'epifania, del Nato per la nostra salvezza, nella sua determinatezza umana e maschile. Nell'iconografia, più rara, della genitalità palese e potente del Cristus adulto e patiens, studiata da Steinberg, si sanziona poi che passione e morte sono generatrici della stirpe, della natio, dell'umanità redenta.

Nella sorprendente teologia figurale del Thronum Gratiae (il Padre e il Figlio assieme come manifesta accettazione del sacrificio del secondo da parte del primo) l'arte fiammminga, van der Veyden in particolare, fa sottolineare al Padre con la mano poggiata sul perizoma di Cristo all'altezza dell'inguine la decisiva potenza fecondante della morte del Salvatore. La paternità è dunque trasmessa ed esibita nel Figlio morto dalla mano del Padre unico, "ex quo omnis paternitas in caelis et in terra nominatur" (Ef 3, 15). Dov'è morte la tua vittoria?

Una società delle buone maniere ha poi prevalso mettendo la sordina, almeno nell'immagine sacra pubblica, su questo tema. Ma la maschilità del Cristo, architettonicamente necessaria alla fides quae creditur, non è svilita, almeno non fino alla stagione a noi contemporanea dell'androginia decadente e della pressione per la distruzione dei differenziali simbolici. Senza la densità dell’autentica maschilità del Cristo anche la enorme ricchezza teologico-simbolica di Maria si disgrega (d’altronde le due strategie di attacco alla tradizione teologica e mistica cattolica di Dio Padre e della Vergine Madre convergono). Senza uni-dualità quale relazione con l’Altro-da-sé? Se la “capacità dell’Altro”, che la “Lettera” ratzingeriana attribuisce al femminile come tratto distintivo, è variabile artificio culturale, cosa ne resterà dopo le pratiche manipolatorie dell’Alterità delle ideologie radicali ?

La perdita del differenziale simbolico è perdita di capacità di identificazione, perdita eminentemente culturale. La coppia umana bisessuale è radicalmente distinta dalla coppia di eguali (quella dell’amicizia, della sodalitas), funzionalmente e cosmologicamente. Nell'ordine del simbolico la coppia di eguali è non infeconda (lo è solo per l'aspetto procreativo), ma ordinata alla elaborazione del doppio, della iterazione o replicazione. La dimensione “feconda” della coppia di sessualmente eguali è l'amicizia. Che questo possa includere la relazione (omo)sessuale è noto; ma l'alterità rispetto alla coppia bisessuale-coniugale è nitidissima. Insistere sulla storicità delle differenze di genere non sposta tale evidenza, la rende anzi più cogente.

La “Lettera” ricorda che, "distinti fin dall’inizio della creazione e restando tali nel cuore stesso dell’eternità, l’uomo e la donna, inseriti nel mistero pasquale di Cristo [ovvero nell'intelligenza del compimento redentivo] non avvertono più la loro differenza come motivo di discordia da superare con la negazione o il livellamento", ma vivono la reciprocità significativa della distinzione. Uomo e donna sono figura della Trinità, Imago Dei, come ha insistentemente ricordato uno dei massimi teologi cristiani del Novecento, lo svizzero Hans Urs von Balthasar. Ed è la Donna, Maria, che ci rivela nell’ostensione del Figlio l’infinita umiltà di Dio.

Non possiamo ammettere che uomini e donne sull’orlo di una crisi di nervi si ingegnino ciecamente a rompere (posto che sia possibile) questo stupendo equilibrio e sapere, come fosse un giocattolo su cui di volta in volta sfogare nevrosi o esercitare curiositas. Solo il folle sega il ramo su cui è seduto.

__________http://213.92.16.98/ESW_articolo/0,2393,42208,00.html

 

Caro Ratzinger lei è degno di entrare nella Libreria delle donne

Una giornalista-femminista elogia la posizione dell'alto prelato sulla questione femminile. Eazzarda: proprio lui, poliziotto della Chiesa, dà i punti a tutti gli intellettuali laici d'Italia.

ATTUALITÀ DIBATTITI

DI RITANNA ARMENI - Inserto Magazine del Corsera del 12 agosto 2004 p.40

Quanti intellettuali italiani laici possono parlare con competenza del femminismo e delle sue tendenze interne? Quanti le conoscono e riescono a dialogare e criticare? Il cardinale Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, prelato intransigente e amato dal cattolicesimo ortodosso, dà i punti a tutti. Nella sua Lettera ai vescovi sulla collaborazione dell'uomo e della donna dimostra di aver molto studiato e molto compreso del portato storico dell'ultima rivoluzione del '900. Si ha addirittura l'impressione, leggendolo, che proprio lui - definito poliziotto della Chiesa - non sarebbe a disagio in quel «tempio del pensiero della differenza » che è la Libreria delle donne di Milano. Ratzinger. rovescia la vulgata misogina delle Scritture cre vede nella donna la causa del peccato originale. E il dominio maschile - dice - la conseguenza di quel peccato, di quel tradimento dell'amore di Dio. Da lì nasce la violenza degli uomini e la guerra vendicativa delle donne, che mortifica la differenza, annulla la «capacità dell'altro» che è specifica dell'umano femminile e che fonda la differenza. La sessualità - spiega Ratzinger - è non solo fisica, ma psicologica e spirituale. E la «capacità dell'altro» non necessariamente si incanala nel ruolo materno, ma allude a quel sistema relazionale che è il fondamento originale dell'essere umano femminile. Ce n'è abbastanza per gridare alla svolta. E molte femministe lo hanno fatto. Luisa Muraro, esponente del pensiero della differenza e docente di Filosofia teoretica, ha parlato di «novità interessantissima ». «Ratzinger», ha detto, «assume e fa proprio il pensiero della differenza». Nella lettera del cardinale, Ida Dominjanni sul manifesto ha trovato «un ascolto del divenire storico, del mutamento innescato dalla rivoluzione femminile che va riconosciuto e incassato». «Nessun pensiero politico maschile oggi dialoga con il femminismo della dif ferenza, come la Chiesa mostra di voler fare», ha scritto sul Foglio Marina Terragni. La soddisfazione, il riconoscimento alla Chiesa per voler cancellare l'idea del «neutro maschile» e della «complementarietà» della donna si incrociano nel dibattito femminista sul cardinale a un malcelato senso di rivincita contro quella intellettualità e politica maschile che in questi anni ha cercato di ridurre il femminismo a residuo e il dibattito sulla differenza a una noiosa questione di quote, di diritti, di rassicurazioni. Ma non a tutti la lettera di Ratzinger ha mandato lo stesso messaggio. Francesco Merlo, in un brillante editoriale su Repubblica, accusa l'alto prelato di non conoscere le donne. Forse non conoscerà le donne ma il femminismo sì. Per Emma Bonino, leader radicale, la lettera «avrebbe potuto benissimo essere scritta dall'imam della moschea di Al Azar». Lidia Menapace, intellettuale, femminista e pacifista cattolica Gbe di gerarchia della Chiesa se ne intende, ha messo in guardia contro un Vaticano che usa la differenza per riportare le donne a vecchi ruoli e «togliere dal mercato del lavoro quell'ingombro che oggi è costituito dalla donna». Altre e altri sono d'accordo con lei. Diffidenze antiche si confermano. E si ricorda l'opposizione alle famiglie di fatto, alla omosessualità, alla legge sulla procreazione assistita. I peccati della Chiesa per molti sono ancora tutti là e non sono peccati veniali. Tutto vero, ma basta per non vedere «la differenza» della lettera del cardinale?   

                  

FILIPPINE     

Mons. Cruz sulla Lettera di Ratzinger: “L’uomo e la donna, creature complementari”     

16 Agosto 2004

 

Manila (AsiaNews) – Mons. Oscar Cruz, vescovo di Lingayen-Dagupan, in un’intervista al Manila Bulletin ha espresso piena condivisione della “Lettera sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo”, pubblicata di recente dalla Congregazione per la dottrina della fede. “Il testo del card. Ratzinger deve essere letto interamente, senza parzialità. Se si leggono solo degli stralci non si coglie lo spirito profondo di questo scritto” ha affermato mons. Cruz, rispondendo in modo indiretto alle critiche di alcune femministe locali contro il documento vaticano.

“Uomini e donne sono complementari nella costituzione e nelle funzioni biologiche” ha affermato mons. Cruz. “Non deve esistere conflitto o lotta fra uomo e donna perché sono creature complementari: una non può fare nulla senza l’altra”.

Il vescovo ha sottolineato come già il titolo della Lettera è un richiamo alla collaborazione fra uomini e donne: “Il collaborare è sempre tra uguali. Non esiste collaborazione fra un essere razionale e uno irrazionale. Lo spirito che anima l’intero documento è di reale uguaglianza fra uomo e donna. Non ci deve essere spazio per il machismo o per il femminismo: queste posizioni radicali sono entrambe segnate dall’estremismo” ha concluso mons. Cruz.

Nelle Filippine varie esponenti femministe avevano condannato il documento vaticano: Ana Theresita Hontiveros-Baraquel, deputato al Congresso, ha criticato la “colpevole emarginazione del femminismo” contenuta nel documento vaticano. Anche alcune frange cristiane hanno attaccati la lettera di Ratzinger: Mary John Manalansan, una suora femminista, ha dichiarato che “bisogna semplicemente ignorare” la Lettera di Ratzinger. (SE)

http://www.asianews.it/view.php?l=it&art=1301

 

FRA SEX E GENDER

IDA DOMINIJANNI

Il Manifesto 17Agosto 2004

La lettera di Ratzinger «sulla collaborazione dell'uomo e della donna» continua a far discutere e divide il mondo laico e il femminismo, come ha documentato di recente Ritanna Armeni sul Magazine del Corsera. E a proposito delle reazioni femministe, ho ricevuto da Patrizia Colosio, curatrice del portale della lista lesbica, una lettera che mi pare interessante riportare. Scrive Colosio: «Ho letto con molto stupore Politica o quasi del 3 agosto di Ida Dominijanni, in particolare là dove parla di «vocazione relazionale della donna» evidenziando la sintonia tra il pensiero di Ratzinger e quello del pensiero della differenza sessuale. Coincidenza che potrebbe suscitare qualche inquietudine e rimandare a quei «regimi di verità che stabiliscono i criteri secondo cui è dato essere, legittimamente, `femminili' o `maschili'». La citazione è tratta dalla recente edizione italiana di GenderTrouble di Judith Butler (Scambi di genere, Sansoni). Dominijanni spiega che è proprio contro le teorie di Butler che Ratzinger combatte, ovvero contro «la teoria che contesta l'identità compatta del genere femminile per aprire alla soggettività femminile tutto il campo possibile delle scelte sessuali, sociali, politiche discorsive, di pensiero». E, secondo lei, «non diversamente da quanto fa il femminismo italiano della differenza sessuale». Non mi interessano le polemiche, mi spiace però quando anziché rilevare contraddizioni che possono aprire nuove prospettive di confronto e di pensiero si appiattisce il discorso in nome di una presunta omogeneità dei fini. La sovversività del pensiero di Butler sta proprio nel mettere in guardia certo tipo di femminismo dall'idealizzare espressioni del genere che finiscono per produrre a loro volta forme di gerarchia e di esclusione, molto spesso con risvolti omofobici. Già, perchè cosa ne facciamo di quelle donne che non mostrano, ad esempio, «vocazione relazionale» o di cura, che sviluppano una progettualità non necessariamente legata alla maternità, che si muovono a proprio agio nelle dinamiche di potere? E lo stesso vale per gli uomini. Il rigido binarismo maschio-femmina che rimanda a tutta un'altra serie di dicotomie tanto care ai pensieri unici, si pone come una delle presunte «verità» da contrastare. La ricerca di Judith Butler parte dalla violenza sperimentata rispetto alle norme di genere: uno zio incarcerato per il suo corpo anomalo; cugini gay cacciati di casa per via della loro sessualità; il proprio turbolento coming out, come lesbica, a sedici anni. Il richiamo nella lettera ai vescovi alla «costituzione essenziale» di ogni persona dovrebbe costituire un campanello di allarme. Ciò che nella lettera viene posto come problema: la messa in discussione della famiglia, per sua indole bi-parentale, e cioè composta di padre e madre, l'equiparazione dell'omosessualità all'eterosessualità, un modello nuovo di sessualità polimorfa, non è altro che la sfida che certe pratiche riescono a portare al concetto di «realtà», che risulta quindi modificabile. E' contro questa moltiplicazione delle possibilità che da sempre si scagliano i regimi di verità; stiamo attente a non fare il loro gioco».

 

Mi pare che questa lettera, prendendo spunto dal documento cattolico, riproponga una ritornante polemica che contrappone la prospettiva postmoderna del gender trouble di Judith Butler, che sarebbe differenzialista e libertaria, al presunto «essenzialismo» del pensiero della differenza sessuale italiano, che sarebbe invece identitario e prescrittivo. La questione, ovviamente, non può essere sciolta in poche righe. Patrizia ha perfettamente ragione nel rilevare che nel mio pezzo di due settimane fa (in cui prendevo ampiamente le distanze dagli esiti prescrittivi della lettera di Ratzinger: su questo non torno) tendevo a trovare il punto di contatto fra queste due tendenze della teoria femminista che si suole da più parti contrapporre. L'ho fatto e lo ribadisco, perché sono effettivamente convinta che esse puntano entrambe alla decostruzione dell'identità di genere e alla libera significazione della soggettività femminile in tutte le sue possibili espressioni. Credo che i sospetti di essenzialismo che tuttora gravano sul pensiero della differenza sessuale italiano dipendano da un grossolano equivoco grammaticale e concettuale, che vede la differenza sessuale come l'oggetto del pensiero invece che il soggetto, il significato invece che il significante. «Pensiero della differenza sessuale», insomma, non è altro che differenza sessuale pensante: donne (e uomini) che pensano e si pensano, a partire da sé, liberamente e fuori dai regimi di verità. Con ciò, mi pare che molti motivi di polemica cadano. Resta in piedi invece un'altra questione, accennata da Luisa Muraro nel suo articolo sul manifesto del 7 agosto, e sulla quale mi ha interrogata in un'altra lettera Chiara Zamboni: quanto è presente, nelle gender theories angloamericane che riportano al solo terreno culturale tutta la problematica del conflitto fra i sessi, la pretesa prometeica e smaterializzante di una totale emancipazione da quella radice biologica da cui pure, in quanto esseri umani, dipendiamo? Anche questa è una domanda importante. Anche, credo, per la più recente riflessione di Butler, che proprio sullo statuto dell'umano è largamente incentrata.

http://www.ilmanifesto.it/php3/ric_view.php3?page=/Quotidiano-archivio/17-Agosto-2004/art78.html&word=sex

 

La Chiesa e la donna che entra nella storia

SAN BENEDETTO DEL TRONTO - Lettera ai vescovi firmata del cardinale Ratziner e ispirata dal Papa.

di Tonino Armata

mercoledì 25 agosto 2004, ore 08:14

Il sesso è bello. E se lo dice il Papa in un documento redatto su sua ispirazione dalla Congregazione per la dottrina della fede dev'essere vero due volte. Anche se per il Papa vale esclusivamente per marito e moglie. "La creatura umana nella sua unità di anima e corpo è qualificata fin dal principio dalla relazione con l'altro da - sé", è scritto in una Lettera ai vescovi, dedicata interamente alla "collaborazione dell'uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo".

Questa relazione, prosegue il documento, "è buona, di ogni bontà originaria dichiarata da Dio fin dal primo momento della creazione" ed è qualcosa di profondamente scritto nell'uomo e nella donna. Perché "la sua sessualità caratterizza l'uomo e la donna non solo sul piano fisico, ma anche su quello psicologico e spirituale, improntando ogni loro espressione".

La Lettera ai vescovi dalla Chiesa cattolica sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo del cardinale Ratzinger ha un tale spessore culturale e riveste un tale interesse che credo valga la pena, anche a distanza di alcuni giorni dalla sua diffusione, tornare su di essa.

Prima di tutto mi sembra vada sottolineata una novità di metodo nel documento che è anche novità profonda di sostanza. Il documento non si sviluppa sulla base di un richiamo al diritto naturale di cui la Chiesa rivendichi la corretta interpretazione, ma è tutto e solo fondato su un'acuta lettura ed interpretazione della Bibbia.

Vi è in questo una profonda innovazione rispetto ad una lunga, secolare tradizione, che neppure il Concilio Vaticano II aveva del tutto innovato. La Chiesa cattolica in sostanza, sui problemi sociali ed etici, si è posta per secoli come interprete e garante di un ordine naturale voluto da Dio; un ordine che la ragione umana era in grado di leggere purché non sviata dalle passioni e dagli interessi del secolo e tutelata in questo modo dalla Chiesa stessa. Questo dava al suo insegnamento un carattere e una pretesa universalità destinata a rivolgersi in una sorta di astoricità.

La formula con la quale si apre il documento di Ratzinger (la Chiesa esperta in umanità) è quella usata per la prima volta da Paolo VI in un suo discorso all'Onu che segnò il primo superamento della tradizione di cui si diceva. Il superamento è ora pieno e consapevole nel documento di Ratzinger. Questioni da specialisti prive d'interesse per il grande pubblico? Non direi se appena si sia consapevoli di quello che la Bibbia ha rappresentato nella cultura europea.

E' evidente anzitutto il respiro umano, la modernità del linguaggio che l'impostazione biblica conferisce al documento. E' impossibile qui indulgere in citazioni ma si resta colpiti ad esempio da quell'invito ad accogliere "la testimonianza resa dalla vita delle donne come rivelazione di valori senza i quali l'umanità si chiuderebbe nell'autosufficienza, nei sogni del potere e nel dramma della violenza".

Ma al di là di ogni questione di linguaggio proprio quei problemi sui quali il documento è apparso ed è (in parte almeno) elusivo si pongono su basi nuove e in una luce nuova quando si passa da una prospettiva di razionalità naturale e di diritto canonico ad una prospettiva biblica. Penso ai discussi temi del sacerdozio femminile, dei sacramenti ai divorziati, delle convivenze prematrimoniali, e della stessa omosessualità. Non ci sono novità clamorose su questi temi ma mi sembra lecito prevedere che l'innovazione dell'apparato concettuale non potrà non incidere sui singoli giudizi di contenuto, come del resto è già avvenuto nelle chiese riformate che hanno fatto della Bibbia il cardine della loro identità.

E infine un ultimo aspetto di rilevanza storica mi sembra vada sottolineato: non c'è dubbio che il confronto con l'Islam sia nel nostro futuro. Certe previsioni che si leggevano negli anni Settanta dello scorso secolo sulla inevitabile erosione e scomparsa del fattore religioso della storia umana a seguito dei processi di modernizzazione sono state clamorosamente smentite dalla realtà. Il fattore religioso è tornato a porsi nel bene e nel male come elemento decisivo nella storia umana: nel bene quando è fattore di pace e di convivenza; nel male quando assume le forme dei vari fondamentalismi che generano intolleranza e violenza (personalmente ne so qualcosa). Ebbene il confronto con l'Islam ha proprio nella idea che si ha della donna, del suo ruolo, della sua dignità, uno dei suoi momenti critici.

L'impostazione biblica del documento appare, a mio avviso, la più idonea a suscitare un confronto, ad aprire un dibattito. La riaffermazione da parte degli Stati come il nostro, che è campo d'immigrazione da paesi islamici, dei fondamentali principi costituzionali di uguaglianza e di pari dignità a prescindere da differenze di sesso e di religione, è fondamentale e irrinunciabile, ma è altrettanto importante ai fini della convivenza, favorire un confronto che investa le radici stesse delle diverse culture.

Non credo con queste mie poche osservazioni di aver dato la misura dell'importanza del documento e dei problemi che esso implica, ma vorrei avere, almeno, espresso l'esigenza che la laicità cui il sottoscritto (e credo anche il Quodidiano.it col quale collaboro) s'ispira è legittima preoccupazione di pluralismo e di distinzioni di ruoli, ma non è disinteresse e tanto meno irrisione del fattore religioso.

 

 

La Chiesa e la donna che entra nella storia

di PIETRO SCOPPOLA

La Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo del cardinale Ratzinger ha un tale spessore culturale e riveste un tale interesse che credo valga la pena, anche a distanza di alcuni giorni dalla sua diffusione, tornare su di essa. Prima di tutto mi sembra vada sottolineata una novità di metodo nel documento che è anche novità profonda di sostanza. Il documento non si sviluppa sulla base di un richiamo al diritto naturale di cui la Chiesa rivendichi la corretta interpretazione, ma è tutto e solo fondato su una acuta lettura ed interpretazione della Bibbia. Vi è in questo una profonda innovazione rispetto ad una lunga, secolare tradizione, che neppure il Concilio Vaticano II aveva del tutto innovato. La Chiesa cattolica in sostanza, sui problemi sociali ed etici, si è posta per secoli come interprete e garante di un ordine naturale voluto da Dio; un ordine che la ragione umana era in grado di leggere purché non sviata dalle passioni e dagli interessi del secolo e tutelata in qualche modo dalla Chiesa stessa. Questo dava al suo insegnamento un carattere e una pretesa di universalità destinata a risolversi in una sorta di astoricità. La formula con la quale si apre il documento di Ratzinger - la Chiesa esperta in umanità - è quella usata per la prima volta da Paolo VI in un suo discorso all'Onu che segnò il primo superamento della tradizione di cui si diceva. Il superamento è ora pieno e consapevole nel documento di Ratzinger. Questioni da specialisti prive di interesse per il grande pubblico? Non direi se appena si sia consapevoli di quello che la Bibbia ha rappresentato nella cultura europea. E' evidente anzitutto il respiro umano, la modernità di linguaggio che l'impostazione biblica conferisce al documento. E' impossibile qui indulgere in citazioni ma si resta colpiti ad esempio da quell'invito ad accogliere "la testimonianza resa dalla vita delle donne come rivelazione di valori senza i quali l'umanità si chiuderebbe nell'autosufficienza, nei sogni di potere e nel dramma della violenza". Ma al di là di ogni questione di linguaggio proprio quei problemi sui quali il documento è apparso ed è - in parte almeno - elusivo si pongono su basi nuove e in una luce nuova quando si passa da una prospettiva di razionalità naturale e di diritto canonico ad una prospettiva biblica. Penso ai discussi temi del sacerdozio femminile, dei sacramenti ai divorziati, delle convivenze prematrimoniali, e della stessa omosessualità. Non ci sono novità clamorose su questi temi ma mi sembra lecito prevedere che l'innovazione dell'apparato concettuale non potrà non incidere sui singoli giudizi di contenuto, come del resto è già avvenuto nelle chiese riformate che hanno fatto della Bibbia il cardine della loro identità. E infine un ultimo aspetto di rilevanza storica mi sembra vada sottolineato: non c'è dubbio che il confronto con l'Islam sia nel nostro futuro. Certe previsioni che si leggevano negli anni Settanta dello scorso secolo sulla inevitabile erosione e scomparsa del fattore religioso dalla storia umana a seguito dei processi di modernizzazione sono state clamorosamente smentite dalla realtà. Il fattore religioso è tornato a porsi nel bene e nel male come elemento decisivo nella storia umana: nel bene quando è fattore di pace e di convivenza; nel male quando assume le forme dei vari fondamentalismi che generano intolleranza e violenza. Ebbene il confronto con l'Islam ha proprio nella idea che si ha della donna, del suo ruolo, della sua dignità, uno dei suoi momenti critici. L'impostazione biblica del documento appare, a mio avviso, la più idonea a suscitare un confronto, ad aprire un dibattito. La riaffermazione da parte degli Stati come il nostro, che sono campo di immigrazione da paesi islamici, dei fondamentali principi costituzionali di uguaglianza e di pari dignità a prescindere da differenze di sesso e di religione, è fondamentale e irrinunciabile, ma è altrettanto importante e forse più importante ai fini della convivenza favorire un confronto che investa le radici stesse delle diverse culture. Non credo con queste mie poche osservazioni di aver dato la misura della importanza del documento e dei problemi che esso implica, ma vorrei avere, quanto meno, espresso l'esigenza che la laicità cui Repubblica si ispira è legittima preoccupazione di pluralismo e di distinzione di ruoli, ma non è disinteresse e tanto meno irrisione del fattore religioso. (9 agosto 2004)

http://www.repubblica.it/2004/h/sezioni/politica/abortotik/scoppola/scoppola.html

 

Le donne e Dio, per il card. Ratzinger

A parte il titolo, nel testo si parla sempre di "Chiesa", ma intendendo quella cattolica romana, e dunque facendo una equiparazione piena e totale tra le due. Il che apre un acuto problema ecumenico; infatti, nella prospettiva del documento vaticano, si potranno forse chiamare - e sentirsi - Chiese, quelle non cattoliche? D´altronde il tema affrontato nella "Lettera" interpella tutte le Chiese che, in vario modo, su di esso si sono confrontate e scontrate. Come mai, dunque, a quarant´anni dal Concilio Vaticano II, i vertici della Chiesa romana affrontano il "pianeta donna" senza confrontarsi apertamente con i cammini, e gli esiti, in proposito, delle altre Chiese? Nella sostanza, Ratzinger attacca il femminismo radicale, anche se la parola-chiave, "femminismo", non viene usata dal porporato che preferisce parlare di "nuove tendenze nell´affrontare la questione femminile. Una prima tendenza sottolinea fortemente la condizione di subordinazione della donna, allo scopo di suscitare un atteggiamento di contestazione. La donna per essere se stessa, si costituisce quale antagonista dell´uomo. Agli abusi di potere, essa risponde con una strategia di ricerca del potere". Una seconda tendenza, prosegue il documento, "tende a cancellare le differenze dell´uno o dell´altro sesso, considerate come semplici effetti di un condizionamento storico-culturale. In questo livellamento, la differenza corporea, chiamata sesso, viene minimizzata, mentre la dimensione strettamente culturale, chiamata genere, è sottolineata al massimo e ritenuta primaria. L´oscuramento della differenza o dualità dei sessi produce conseguenze enormi a diversi livelli. Questa antropologia, che intendeva favorire prospettive egualitarie per la donna, liberandola da ogni determinismo biologico, di fatto ha ispirato ideologie che promuovono, ad esempio, la messa in questione della famiglia, per sua indole naturale bi-parentale, e cioè composta di padre e di madre, l´equiparazione dell´omosessualità all´eterosessualità, un modello nuovo di sessualità polimorfa". Proponendo un´esegesi biblica e un´impostazione etica consuete nel più recente magistero cattolico (che ha il suo vertice nella Mulieris Dignitatem, lettera apostolica di Giovanni Paolo II, del 1988, sulla "dignità della donna"), Ratzinger contesta a fondo queste tendenze e, precisa, "dinanzi a queste correnti di pensiero, la Chiesa, illuminata dalla fede in Gesù Cristo, parla invece di collaborazione attiva, proprio nel riconoscimento della stessa differenza, tra uomo e donna". Di conseguenza il cardinale contesta "l´idea che la liberazione della donna comporti una critica alle Sacre Scritture che trasmetterebbero [secondo le femministe] una concezione patriarcale di Dio, alimentata da una cultura essenzialmente maschilista". Così il porporato pensa forse di mettere a tacere le molte teologhe anche cattoliche, che hanno fatto un´analisi severa del maschilismo e del patriarcalismo che lasciano trasparire gli "agiografi" (coloro che, infine, fissarono e misero per iscritto le Scritture ebraiche e cristiane). Scritture che, qua e là - come nel Cantico dei cantici - aprono squarci impensati e audaci che, con forza profetica, rompono la corazza maschilista. Tuttavia, è difficile negare che il filo rosso del profondo messaggio biblico sia rinserrato in schemi generalmente maschilisti; o, comunque, che così lungo i secoli sia stato interpretato - salvo luminose eccezioni - nelle Chiese. Era normale, e ai più tuttora così appare, parlare di Dio, al maschile. Per dare una scrollata a tale inveterata mentalità, alcune teologhe, ad esempio Elizabeth Schüssler Fiorenza, parlano dell´Ineffabile come di un "Lei" (Essa); altre, per dire il Creatore-Creatrice Lui/Lei, parlano di D*o: quell´asterisco, al posto della vocale "i", sta a significare che l´Ineffabile è Ineffabile, non è né maschio né femmina; è il Totalmente Altro/Altra. Raffinatezze inconcludenti? Ci sembra di no, perché, a riflettervi bene, esse rompono ferrei ma angusti schemi mentali, e spingono ad una liberante consapevolezza. Su un punto, probabilmente, molte cattoliche, teologhe e non, saranno d´accordo con Ratzinger: là ove afferma che la verginità (in particolare quella consacrata) "contesta radicalmente ogni pretesa di rinchiudere le donne in un destino che sarebbe semplicemente biologico". Al contrario, la riaffermazione che "l´ordinazione sacerdotale sia esclusivamente riservata agli uomini" - come aveva dichiarato nel 1994 papa Wojtyla - troverà forse poco ascolto, non apparendo minimamente convincenti le argomentazioni bibliche e teologiche adottate dal magistero cattolico per il suo categorico "no". Va da sé che le teologhe che sostengono il "sì" non desiderano un clero femminile da assommarsi a quello maschile, ma chiedono un radicale ripensamento dei ministeri nella Chiesa romana, affinché donne e uomini, senza differenza di sesso (o di genere), possano mettere i loro doni e carismi al servizio dell´intera comunità. Seppure, per ora, la "Lettera" sbarra questa prospettiva, Adamo non potrà per sempre decidere anche per Eva, o escluderla da una qualsiasi parte del giardino della Chiesa e dalla corresponsabilità per farlo fiorire.

 

 

17 agosto 2004

L´UOMO E LA DONNA SECONDO LA CHIESA

ADRIANO SOFRI

 

Si dice femminismo, e, salve tutte le possibili cautele, si intende una tensione di libertà e di consapevolezza. Si dice maschilismo e si intende un´ottusità e una prepotenza. Dall´essere maschio non può derivare una consapevolezza migliore, una liberazione? Credo di sì: ma solo parassitando discretamente il femminismo.

Letta la lettera ai vescovi, la tentazione di alzare le spalle, e obiettare che la donna e l´uomo non esistono, ed esistono solo le donne e gli uomini, è forte. Ci sono un po´ più di tre miliardi di donne, diverse una dall´altra, e quasi altrettanti uomini. Tuttavia nessuna astrazione continua a sembrarci concreta e influente come questa: la donna, l´uomo. Non c´è un solo momento del giorno e della notte, della veglia e del sogno, in cui non mi ricordi di essere uomo, maschio. Una volta non me ne ricordavo abbastanza, oppure solo come ci si congratula di una nascita fortunata: poi vennero le donne, e il femminismo (cose a loro volta distinte) e fu come essere avvertiti, rivestendosi, che la vita a venire sarebbe stata una convalescenza. La lettera di Ratzinger è stata salutata come una innovazione "sorprendente e dirompente" (Luisa Muraro), o invece come la riformulazione di posizioni assodate. Importa comunque il momento in cui è stata spedita. Con un paio di bersagli dichiarati: il femminismo agonistico, e un femminismo di gender (un po´ messo in caricatura) che minimizza la differenza di natura in nome della scelta di cultura, e la sua minaccia alla famiglia. E con due mire non dichiarate, direi: la resistenza all´omosessualità, e la ridefinizione dello statuto religioso e civile di uomini e donne di fronte all´offensiva coranica sulla donna, che sta al cuore dell´aggressività islamista.

C´è un´ambiguità nell´insistenza sull´importanza della differenza biologica di sesso. Per un verso, essa ribadisce il carattere naturale della coppia eterosessuale e della famiglia, e dunque la deviazione innaturale dell´omosessualità e di altre vocazioni. Per un altro, valorizza la differenza, rinunciando a ridurre la specificità femminile alla "neutralità" androcentrica. In generale, ogni rimando alla biologia oscilla fra una soggezione reazionaria e un ancoraggio lucido alla natura umana.

L´uomo ri-creatore della propria natura pretende di distaccarsi da nascita e morte e di scegliersi la sessualità. Già al centro dell´utopia politica stava il sogno di un´umanità multiversa, in cui tutti fossero tutto. Come anticipo sull´uomo nuovo (uomo, appunto) ci si dedicava alla critica pratica dei ruoli ereditati per nascita o guadagnati alla lotteria sociale, attraverso un mimetismo proteiforme: si era alla rinfusa studenti e operai, settentrionali e meridionali, indigeni e immigrati, pastori e ingegneri. Più difficile: giovani e vecchi. Impossibile: maschi e femmine. Il femminismo intervenne a proclamare una sorte che non consentiva la mimesi. Qualcuno provò il travestimento: con esiti tristi, o caricaturali. Per una volta, bisognava rassegnarsi a restare quello che si era, se si era maschi. Se si era donne, si diventava quello che si era mettendo i maschi alla porta. Il mimetismo, bel teatro del rimescolamento sociale, toccava il suo limite e rimbalzava indietro, per accorgersi della dose di illusione e di alienazione contenuta già nelle incarnazioni negli altri ruoli. Il riflusso fu questo rimbalzare indietro, verso una propria identità più stretta e perfino angusta e avara, verso casa propria e i propri vicini di casa, e infine verso la natura umana. Le abbiamo provate, queste cose. L´insofferenza per le differenze retrocessa a una resa alla differenza. Perfino il passo celebre di san Paolo ai Galati: «In Cristo, non c´è più padrone né schiavo, non ebreo né greco, non uomo né donna», rischia il malinteso. Perché bisognerà liberarsi della discriminazione sociale, di padrone e schiavo, e bisognerà essere migliori del destino nazionale, di ebreo e greco, ma si resterà uomo e donna. (Nella Lettera ai Colossesi il brano ricomparirà tal quale, salva la menzione di uomo e donna).

È successo al femminismo, come a ogni rivendicazione di un´identità cancellata o oppressa, di cercare nella rilettura della storia del genere umano, e più esattamente nei suoi testi sacri (religiosi o laici: il marxismo diventò presto una Sacra Scrittura), una propria genealogia oscurata. Il femminismo ha reinterpretato il racconto della Genesi. Le riletture suscitate da un punto di vista nuovo e rivoluzionario - e nessuno lo è stato quanto quello femminista - mettono in luce significati ignorati e scoprono tracce di eventi rimossi o dimenticati. Ma rischiano di chiedere troppo a un testo che porta inevitabilmente il segno della mentalità e del pregiudizio del proprio tempo. Riflessione che vale anche per i credenti e la Scrittura Sacra, dal momento che, come detta il Concilio Vaticano II sulla Rivelazione, Dio ha parlato «per mezzo di uomini e alla maniera umana... Le parole di Dio, espresse in lingue umane, si sono fatte simili al parlare dell´uomo, come già la Parola dell´Eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell´umana natura, si fece simile all´uomo». Notevole pensiero, che sembra chiudere il cerchio della creazione, Dio che si fa a immagine dell´uomo. Dunque ci si attenda dalla rilettura la scoperta di significati nuovi, piuttosto che cedere alla superstizione della filologia sacra e delle "guerre per un paragrafo". Quanto al femminismo, mentre la lettura teologica ne viene spettacolosamente arricchita - oltretutto, contro una ostinata resistenza delle istituzioni teologiche all´accesso delle donne - l´ambizione di una rilettura radicale della Scrittura che fondi l´autonomia e la libertà della donna, se non lo smantellamento dell´immagine patriarcale e maschile di Dio, è illusoria, e conclude a una interpretazione capziosa o forzata del testo. Così mi sembra in studi interessanti come quelli di Elizabeth A. Johnson (Io sono colei che sono, 1998), tesi a indicare nell´affinità, fino allo scambio, fra la figura femminile di Sophia, la sapienza di Dio (erede delle figure della Gran Madre, e specialmente di Iside), e Gesù, il fondamento di una rilettura non androcentrica della Bibbia, in cui il rapporto "dominazione/subordinazione" ceda alla "reciprocità e alla mutua comunione". La Johnson vuole rispettare «l´irriducibile maschilità dell´umanità di Gesù», così come quella del Logos, maschio sia nella personificazione che nel genere linguistico, e forse proprio per questo preferito, sulla scorta del prologo del Vangelo di Giovanni, alla Sophia della letteratura sapienziale, femminile nella personificazione come nel genere linguistico. Ma il Gesù liberatore del Vangelo - e liberatore specialmente delle donne, le ultime fra gli ultimi di ogni classe - le sembra presto impoverito dentro una cristologia androcentrica. La conclusione è che la raffigurazione di Gesù secondo la divina Sophia rende «non impensabile - e nemmeno non biblico - confessare Gesù Cristo come l´incarnazione di Dio immaginato come femminile». Conclusione che suona come una consolazione un po´ capziosa all´incidente per il quale Dio non si è incarnato in una figlia. Il genere maschile di Gesù non implica, dice Johnson, che Dio debba essere necessariamente riconosciuto come maschio. «In Gesù Cristo incontriamo il mistero di Dio che non è né maschio né femmina, ma come Creatore di ambedue a propria immagine può essere immaginato di volta in volta come l´uno o l´altro». Johnson rivendica che «la riflessione cristologica che dà spazio all´immaginazione femminile è capace di contribuire in teoria e in pratica all´apprezzamento della dignità delle donne in carne e ossa». Intenzione preziosa, a condizione di non forzare l´interpretazione dei testi, del loro linguaggio e delle loro culture. E in che cosa potrebbe tradursi una rilettura antipatriarcale che muovesse dall´intenzione di contribuire alla dignità delle persone omosessuali?

Nonostante le intimazioni della correttezza politica, e del buon senso, continuiamo troppo spesso a dire "uomo" in senso neutrale, ingoiando in quel maschile l´appendice femminile. Ho consultato il mio cappellano biblista, Roberto Filippini (che non ha colpa delle mie opinioni, naturalmente). La Genesi dice che Dio creò «l´uomo, maschio e femmina lo creò». E il primo uomo, che inventa il nome agli altri animali, chiama invece lei col femminile del proprio nome: ish e isha - "uoma". A propria immagine e somiglianza. Padre e madre - lo disse papa Luciani, facendo tanto rumore. Pensiero assodato per i biblisti, di un Dio padre dai sentimenti materni, misericordioso come un grembo di madre. E tuttavia nel tono così domestico di quel papa si sentì qualcosa di più, un Dio davvero padre e madre. Nella Scrittura il rapporto fra Dio e il suo popolo, o l´umanità (e poi la sua Chiesa) è quello fra il marito e la sua sposa. Fonte di una contraddizione mai risolta, perché la Chiesa-sposa è a sua volta eminentemente maschile: allora riproduce la metafora nel rapporto fra la gerarchia maschile, vicaria di Dio e di Gesù, e la parte femminile, e specialmente quella consacrata (benché esclusa dal sacerdozio) della Chiesa.

Il carattere patriarcale della legislazione biblica non è in dubbio. La donna è una proprietà del marito. La prima fra le proprietà viventi: «Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino... «. Né è in dubbio una diffusa ginofobia nella Bibbia - con eccezioni, fino a quella meravigliosa del Cantico dei cantici: meraviglia nuziale, del resto. Nella Genesi, la condizione della donna - oppressa come madre da una ridda di dolori, tiranneggiata dal marito - serba la memoria di un´origine decaduta. «All´inizio non è così». Uomo e donna stanno uno accanto all´altra, uno fronteggiato dall´altra. L´idea sponsale - il farsi una sola carne - è in un lusinghiero equilibrio. C´è lui e, di contro, lei. C´è una coppia, e fra loro tutte le possibilità: armonia, conflitto, fusione, distanza. «Non è bene che l´uomo sia solo»: non di altri ha bisogno, ma dell´altra, diversa da lui, a lui complementare, e viceversa. In Grecia l´equilibrio originario fra uomo e donna non si è rotto per la corruzione del rapporto con Dio a causa del peccato, ma dopo un lungo fronteggiarsi, una guerra calda prima e poi fredda fra uomo e donna. In Grecia la memoria della guerra è ancora recente. In Israele è già archiviata. Nella Grecia classica la donna è finita agli arresti domiciliari, e declassata nella stessa passione amorosa: ma gli uomini continuano a ricordarsi di averla temuta, e stanno ancora attenti a non offrirle le spalle, a scanso di qualche tardiva coltellata vendicatrice. La donna è umiliata e battuta, ma il suo fantasma fa ancora paura. In Israele no. Per questo Gesù irrompe con la sua tenerezza nuova, verso le donne - e i bambini, e gli animali. Verso creature umili, piuttosto che umiliate, ultime, trascurate o vessate. Ci sono state gran donne, eroine grandi (Ester) e piccole (Rizpa, piccola Antigone) o - più spesso - nemiche astute e malevole, ma la donna del tempo di Gesù non è più una nemica, neanche alla memoria. Confrontatelo col Simposio di Platone - un racconto dell´origine dei sessi che sta anch´esso alle famose radici dell´Europa. Là all´inizio c´è l´unità, e le vocazioni sessuali (compresi pederastia e lesbismo) vengono dalla divisione, e anelano all´unità perduta. L´amore occidentale, quello del culto cortigiano e cavalleresco, e poi romantico, nasce soprattutto nel Gesù dolce dei vangeli. Si è teneri con creature che stanno in basso, e si sollevano fino a sé. Non con nemici sconfitti, e onorati ancora della paura e dell´ostilità. La tenerezza verso la donna è l´omaggio e il tranello del corteggiamento maschile. Il suo declino è forse, oggi, la rivincita dell´emancipazione, non della liberazione. Molto dell´odierno accanito spettacolo sessuale ha a che fare con un trionfo dell´emancipazione, a spese della liberazione.

Nonostante certe pedanterie leguleie, le versioni prevalenti dell´islam sono più rigidamente patriarcali che non fosse il vecchio Testamento. Più esattamente, la santa guerra islamista è una guerra preventiva di riaggiogamento delle proprie donne, minacciate di passar di mano, al nemico occidentale, o a se stesse - che è quasi, ma solo quasi, purtroppo, la stessa cosa. L´America, il sionismo, l´occidente, minacciano di far evadere la donna d´altri, e il resto degli animali e del petrolio e della roba. Opponendo alla prigionia patriarcale delle donne nell´islam la parità di diritti e insieme la differenza femminile, la chiesa cattolica si batte su due fronti: il secondo è la riconquista delle proprie donne. Alle quali si riconosce il diritto a fare, e fare bene, le cose che si sono ritenute troppo a lungo riservate ai maschi; a rinunciare, quando lo vogliano, e non solo nella proiezione consacrata, alla maternità; a fare, e far bene, con la solidarietà delle istituzioni e degli uomini, da mogli e madri. E insieme le si ammonisce a non rinnegare la propria natura, la vocazione a prendersi cura degli altri e del mondo, e anzi a contagiarne gli stessi uomini. In cambio, si chiede alle donne (e dunque agli uomini) di rifiutarsi all´idea di una libera scelta sessuale, alla riproduzione assistita, all´ambizione al sacerdozio femminile. A questo fine, si mette pressoché in caricatura lo sviluppo dei gender studies, descrivendoli come l´intenzione di cancellare ogni determinazione biologica nella sessualità - e nell´insieme dell´esistenza - umana. C´è bensì un´ideologia della riduzione della sessualità al capriccio, e di una pittoresca sessualità poliversa: ma è appunto un´ideologia, solo più chiassosa e vistosa dell´ideologia eterosessuale (e maschile) durata così a lungo da diventare per i più di noi inavvertita e innocente, fino alla disdetta femminile.

La natura umana, dice Platone, non è sempre stata la stessa. Noi oggi - qualcuno di noi, almeno - siamo sbatacchiati fra due sponde. Da un lato vediamo, con ammirazione, con paura, un´oltranza della scienza e della tecnologia che mostra di voler rifare da capo a fondo la creatura umana, e di saperlo fare. La "seconda natura" suona ormai come una cara formula antica. Dall´altro ammettiamo sempre più rassegnatamente, o quasi con sollievo, la "natura umana", dopo averne sfidato l´esistenza in nome dell´"uomo nuovo" dell´ingegneria politica piuttosto che dell´ingegneria genetica. È questo il possibile centro della discussione incitata dalla lettera alle migliaia di vescovi del mondo. Naturalmente ci sono state dozzine di altre occasioni. C´è una cattiva legge e un buon referendum sulla fecondazione assistita, c´è un´autorizzazione condizionale alla clonazione umana, ci sono risse e leggi sul velo e sul crocifisso, c´è un libero mercato postcomunista che al posto dell´uomo nuovo ha prodotto la mafia dei "nuovirussi", e una travolgente prostituzione di donne nuove, c´è una specie di sprofondamento silenzioso del femminismo dopo qualche anno di guerriglia dei sessi e di amori spezzati, come una voragine su un´autostrada. Non è bastato. Mi ricordo di una discussione di tanti anni fa - quasi quaranta, la ospitarono i Quaderni Piacentini - che ebbe questo al centro: il nesso fra storia naturale e storia umana, l´esistenza della natura umana al di là del suo abuso reazionario, il rapporto fra volontà politica e malattia, infelicità, vecchiezza, morte. Era laica, anzi materialista, la discussione di allora: Sul materialismo, la intitolò il suo protagonista, Sebastiano Timpanaro. Tuttavia a suscitarla era stato, se non sbaglio, il contrasto fra il pensiero di un grande antropologo, Ernesto De Martino, uno che aveva studiato genialmente morte e pianto rituale, e le circostanze della sua morte personale. Politicamente e scientificamente quella discussione è pesantemente "datata". Ma ha un´attualità più profonda e inaspettata. «Se invece si intende la negazione del condizionamento che la natura esercita tuttora sull´uomo, la relegazione della biologicità dell´uomo in una specie di prologo preistorico dell´umanità, il disconoscimento della rilevanza che certi dati biologici hanno in rapporto all´esigenza della felicità... allora queste pagine sono deliberatamente "materialistico-volgari"». Così Timpanaro nella prefazione del 1970 alla raccolta dei suoi interventi. Timpanaro confidava allora nella biologia come la scienza meno astratta e spiritualista e più legata alla storia naturale: la biologia, con l´ingegneria genetica, ha dopo di allora preteso sempre più alla hybris della ri-creazione della natura. Tuttavia, benché nell´arco di una generazione ci siano state promesse nascite svincolate dalla sessualità e longevità pressoché infinita, la vita che abbiamo vissuto ci ha fatto sperimentare il limite naturale, e non sempre come una sconfitta. Chi ricordi quella discussione troverà imbarazzante (Timpanaro l´avrebbe trovata scandalosa) l´idea che la si riapra sulla scia di una Lettera della Congregazione della Dottrina della Fede. Eppure, magari succedesse.

 

 

Un punto di vista femminile sul nuovo documento del Vaticano (Parte I)

 

Mary Shivanandan parla della collaborazione tra i sessi

WASHINGTON, D.C., lunedì, 13 settembre 2004 (ZENIT.org).- Una nuova lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede ha fatto appello ad una rinnovata collaborazione tra uomini e donne.

 

Tale prospettiva non può realizzarsi senza la comprensione del piano divino per l’uomo e per la donna, delineato nella teologia del corpo del Papa, afferma Mary Shivanandan, professoressa di teologia presso l’Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia, presso l’Università cattolica d’America e autrice di “Crossing the Threshold of Love: A New Vision of Marriage in the Light of John Paul II's Anthropology”.

Shivanandan ha condiviso con ZENIT l’idea che sia gli uomini che le donne possono dirsi veramente liberi quando comprendono di essere stati creati per essere in comunione l’uno con l’altro.

 

La “Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo” inizia affermando che “la Chiesa è oggi interpellata da alcune correnti di pensiero, le cui tesi spesso non coincidono con le finalità genuine della promozione della donna”. Brevemente, quali sono queste “correnti di pensiero”?

Shivanandan: Fondamentalmente queste correnti di pensiero sono legate all’emergere del femminismo radicale, il quale considera la debolezza delle donne, nel loro ruolo di metter al mondo e crescere i figli, come una irrinunciabile occasione per l’uomo di esercitare la sua oppressione.

Per superare questa vulnerabilità ad essere “dominate”, le donne devono ad ogni costo essere in controllo del proprio corpo per porsi allo stesso livello degli uomini, nella famiglia e in ogni sfera della società. Tale atteggiamento si rivela tuttavia ostile sia agli uomini che alle stesse donne. Come afferma il documento ciò ha come conseguenza l’introduzione di una deleteria confusione antropologica.

Non essendo possibile eliminare del tutto le differenze sessuali, queste femministe tentano di separare le differenze fisiche e biologiche dal genere sessuale. Tale genere diventa quindi un concetto puramente culturale.

Sotto questo profilo - cito la femminista francese Simone de Beauvoir - la femminilità di per sé non esiste più come un’entità fissa, con determinate caratteristiche. Non esiste ciò che viene chiamato “l’eterno femminino”.

Altre femministe sono andate anche oltre nel rifiutare le differenze sessuali. Esse sostengono che anche solo rivendicare il diritto ad essere diverse significa rivendicare il diritto ad essere oppresse. Le donne non vogliono tanto “essere” uomini, quanto vogliono distruggere l’idea stessa dell’uomo e della donna. Soprattutto, esse perseguono l’autonomia individuale e il controllo della propria vita.

Come evidenzia il documento, questo desiderio di autonomia e di determinare la propria identità sessuale comporta profondi risvolti sulla famiglia e sulla società.

Negli anni ’70 avevo partecipato alla conferenza annuale di una organizzazione nazionale secolare sulla famiglia. Già in quel tempo la definizione della famiglia era sottoposta ad una revisione che la suddivideva in diversi tipi, posti sullo stesso piano: il nucleo familiare tradizionale composto di padre, madre e figli; la famiglia di un solo genitore, la famiglia mista; e la famiglia con i “genitori” dello stesso sesso.

Alla fine degli anni ’80, questo movimento iniziò ad utilizzare la letteratura, all’interno dei corsi sulla vita familiare, per avvalorare lo stile di vita omosessuale e bisessuale.

Ricordo la frustrazione di noi quattro rappresentanti cattolici, nell’ambito di una commissione che doveva scegliere il materiale didattico per i corsi sulla vita familiare: cadevamo quasi sempre in minoranza nei nostri tentativi di sostenere la definizione tradizionale di matrimonio come l’unione esclusiva e permanente di un uomo e una donna, e il giusto contesto per la procreazione e la crescita dei figli.

Col tempo queste idee - così incisive nella cultura secolare occidentale – sono penetrate persino nelle istituzioni cattoliche. Come evidenzia il documento, vi è stato uno sforzo concertato da parte di studiose femministe per reinterpretare le Sacre Scritture, accomodandole alla cosiddetta emancipazione della donna. Esse hanno tentato di contrastare ciò che considerano come testi patriarcali e oppressivi, dichiarando che tutto ciò che non è in linea con la loro concezione di dignità della donna non può essere veramente Parola di Dio.

Ad esempio, Phyllis Bird e Phyllis Trible, nel reinterpretare i racconti della Genesi sulla creazione, usano la loro considerevole abilità esegetica nel legare la benedizione della fertilità puramente alla nostra natura animale, e il ruolo umano del dominio alla nostra umanità. Ne risulta un grande impoverimento della comprensione della natura dell’uomo e della donna e della loro comunione.

Cosa intende la Chiesa per “finalità genuine della promozione della donna”?

Shivanandan: Il documento indica la risposta della Chiesa nella “collaborazione attiva” tra uomo e donna. Esso riporta una meravigliosa sintesi della teologia del corpo di Giovanni Paolo II, sviluppata durante le udienze del mercoledì dal 1979 al 1984, sul tema del piano di Dio per l’uomo e la donna e la loro comunione. Senza comprendere queste fondamenta non può esservi vera emancipazione né dell’uomo né della donna.

Secondo Simone de Beauvoir, la donna era sempre stata definita come “altra”, rispetto all’uomo visto come “soggetto”, “assoluto”. In questo senso, la donna intesa come “altra” è sempre “meno”, in quanto oggetto del soggetto.

Nell’approccio di Giovanni Paolo II alla Genesi, la donna è veramente “altra”, ma in nessun modo meno soggetto rispetto all’uomo. Ciascuno di loro è soggetto, inteso come persona pienamente autocosciente e autodeterminante, fatta a immagine di Dio. La donna è semplicemente una diversa manifestazione corporea di tale immagine.

Inoltre, nessuno di loro può da solo rispecchiare pienamente l’immagine di Dio. È solo la comunione di entrambi che può rappresentare l’immagine piena della Trinità.

Come ha affermato Giovanni Paolo II nella sua udienza del 14 novembre 1979: “L’uomo diventa immagine di Dio non tanto nel momento della solitudine quanto nel momento della comunione. Egli, infatti, è fin ‘da principio’ non soltanto immagine in cui si rispecchia la solitudine di una Persona che regge il mondo, ma anche, ed essenzialmente, immagine di una imperscrutabile divina comunione di Persone”.

L’ “Assoluto” non è l’uomo ma è Dio, e sia l’uomo che la donna godono di una straordinaria partnership con lui. A differenza di alcune interpretazioni tradizionali della Scrittura, la donna non si relaziona con Dio attraverso il marito. In ogni aspetto essa è persona in modo eguale.

L’essere “altro” sia per l’uomo che per la donna non è in ragione della separazione ma della comunione. L’uomo non potrà mai stare solo. La sua esistenza presuppone sempre l’esistenza della donna. Essi sono creati l’uno per l’altro.

Lo esprime bene la canzone del musical “South Pacific”. I marinai che si trovano su un’isola idilliaca del Pacifico durante la guerra cantano il loro rammarico per avere a disposizione tutto tranne la compagnia femminile: “There is nothing like a dame!”.

Tale compagnia femminile non serve solo alla soddisfazione sessuale; questo significherebbe trattare la donna come un oggetto. La loro comunione deve sempre rientrare in ciò che il Papa chiama ermeneutica del dono.

Attraverso la grazia dell’innocenza originale, Adamo ha potuto ricevere Eva nella piena autenticità della sua femminilità, e lei ha potuto ricevere lui nella sua mascolinità. Essi erano in grado di vedersi secondo la prospettiva di Dio.

Il corpo nella sua mascolinità e femminilità ha un significato nuziale: la capacità di esprimere amore. Questa perfetta comunione, espressa pienamente nell’unione della carne, costituisce la felicità originale. Dio ha benedetto questa comunione con il dono della procreazione.

La norma delle relazioni tra uomo e donna rimane l’armonia dell’innocenza originale. Giovanni Paolo II sottolinea che, la caduta del peccato originale, che ha rotto il rapporto dell’uomo e della donna con Dio, ha distorto il significato nuziale del corpo, ma non lo ha distrutto del tutto.

Adesso viviamo la redenzione del corpo e della sessualità, grazie alla redenzione in Cristo. Non possiamo tornare all’innocenza originale - superare la concupiscenza che così facilmente si insinua in una sana relazione tra uomo e donna è possibile grazie allo sforzo e alla grazia - ma il matrimonio sacramentale può significare l’unione della Chiesa con il Cristo che si dona in modo totale, e la verginità consacrata rappresenta una nuova via privilegiata verso il Regno.

È in questo contesto che la Chiesa presenta le “finalità genuine della promozione della donna”.

Quali sono i punti essenziali della “collaborazione attiva”? E come può, quest’ultima, esprimersi nell’ambito familiare, sul luogo di lavoro e nella società?

Shivanandan: Se queste false concezioni sono sorte nel campo della sessualità femminile, allora è lì che occorre trovare anche la soluzione. L’enciclica “Humanae Vitae” del Papa Paolo VI - veramente un segno di contraddizione - rappresenta la pietra angolare di un nuovo femminismo.

Se il corpo è espressione della persona, allora la forma in cui esso è stato disegnato per esprimere l’amore tra l’uomo e la donna ci deve certamente dire qualcosa sulla loro collaborazione anche nelle altre sfere della vita. “Humanae Vitae” non è semplicemente sui mali della contraccezione. Essa presenta la matrice per una vera felicità coniugale e per relazioni autentiche tra uomini e donne.

Sin dagli anni ’70 mi sono impegnata nel movimento per la programmazione familiare naturale e sono fortunata di aver conosciuto coppie che mettono in pratica l’insegnamento della Chiesa. Ho anche avuto l’opportunità di partecipare a ricerche sul perché questo modo di vivere aiuta i matrimoni e genera un rinnovato apprezzamento dei valori sia maschili che femminili.

La donna trae grande soddisfazione dal sentirsi accolta dal marito così come è. Il sacrificio del desiderio sessuale che lui compie, nella gestione congiunta della loro fecondità, aumenta fortemente l’amore della donna per l’uomo. Il fatto stesso di monitorare insieme la loro fertilità rafforza la intima comunicazione. Uno degli aspetti straordinari del matrimonio è quello di concepire congiuntamente e in modo consapevole un bambino e di crescerlo insieme.

Lo sforzo dell’astinenza porta alla ricompensa dell’autodominio finalizzato al dono di sé, come direbbe Giovanni Paolo II. Se l’uomo e la donna hanno fiducia nel modo in cui Dio li ha fatti, essi imparano anche per ogni altro aspetto della loro vita ad avere maggiore fiducia in Dio e ad abbandonarsi alla sua volontà.

Mi sembra che in questo vi sia un modello per una “collaborazione attiva” nell’ambito lavorativo e nella società, oltre che nella famiglia.

Qual è l’importanza dei valori femminili nella vita della società?

Shivanandan: A mio avviso sarebbe meglio dire “Qual è l’importanza dei valori maschili e femminili nella vita della società?”, visto che anche l’uomo è citato nel titolo della Lettera.

Se l’uomo e la donna sono per natura orientati ciascuno verso l’altro, i valori femminili nella società potranno fiorire solo in una società che valorizzi autenticamente anche i valori maschili.

Nella sua riflessione su Efesini 5:21-33, Giovanni Paolo II, come altri commentatori, sottolinea il ruolo del marito come iniziatore. La sottomissione a cui è chiamata la moglie è una risposta al suo amore. Quando invece è la donna a prendere l’iniziativa in modo aggressivo, l’uomo assume un ruolo passivo o si tira indietro.

Questo è diventato un problema nella nostra società da ogni punto di vista. Senza una giusta guida maschile - talvolta definita come “servant leadership” (guida al servizio degli altri) - i valori femminili non possono prosperare.

Cristo certamente è il vero modello di servant leadership. E il recente documento dà un’indicazione di questo nel riferirsi alla via di Cristo che “non è né quella del dominio né quella del potere come viene inteso dal mondo”.

Efesini 5:21-33 è un testo chiave per scoprire il ruolo dello sposo o del marito. Nella “Lettera alle famiglie”, Giovanni Paolo II definisce tale brano come “il compendio, la summa, in un certo senso, dell'insegnamento su Dio e sull'uomo, che Cristo ha portato a compimento”.

C.L. Rossetti ne ha riassunto così i punti principali: l’esistenza di un dato ordine che vede il Cristo o il marito come iniziatore e la Chiesa o la donna come colei che riceve; la totale reciprocità e mutua sottomissione; il carattere kenotico (da Kenosi: “spogliazione”, “abbassamento” , ndr) del volontario svuotamento della leadership maschile; l’eguaglianza e l’unità dei due su cui non influisce la distinzione dei ruoli; e la donna o sposa come rappresentante dell’intera umanità in relazione a Dio.

Questi sono i principi che secondo il documento devono portare alla collaborazione tra uomo e donna nella famiglia e nella società. Il documento sottolinea fortemente la necessità di una “collaborazione attiva”, che significa trasmettere alla società i doni propri dell’uomo e della donna.

Cosa implica la “collaborazione attiva”?

Shivanandan: Nella sua opera filosofica “Persona e azione”, Karol Wojtyla, il futuro Papa Giovanni Paolo II, definisce ciò che implica una mutua cooperazione.

Partecipazione è la parola che usa per descrivere la modalità di questa collaborazione. La vera partecipazione avviene quando il soggetto, nell’agire insieme agli altri per un bene comune, trova la realizzazione di sé. Gli uomini e le donne avranno successo nella collaborazione se, nel lavorare insieme per il bene della famiglia e della società, realizzeranno se stessi.

Il documento ha delineato le vie per le quali le donne, sia sposate che nubili, possono trovare realizzazione nel partecipare al lavoro della società.

Il ruolo materno della donna, unitamente al suo atteggiamento relazionale, deve essere valorizzato consentendole di rimanere a casa per prendersi cura dei bambini. La presenza in casa della donna conferisce un’atmosfera che favorisce la cultura, che in sé rappresenta un importante contributo alla società.

In quanto luogo in cui il lavoro viene svolto liberamente per amore, la casa rappresenta l’antitesi della nostra cultura commerciale in cui ogni cosa ha un prezzo. La casa è un luogo in cui l’originalità di ciascuna persona è valorizzata e in cui vengono coltivati i valori spirituali, essendo una “chiesa domestica”.

In alternativa, il documento esorta a stabilire “orari adeguati” affinché la donna che desidera o necessità di lavorare contribuendo con specifici talenti alla società, possa farlo senza eccessivo stress per se stessa e la famiglia.

Vi sono stati grandi progressi nel dare la possibilità ad avere orari flessibili. Lo sviluppo di Internet e delle telecomunicazioni consente ad un numero sempre maggiore di donne, come anche di uomini, di lavorare da casa gestendo autonomamente i propri orari.

Cambiare lavoro è diventato sempre più comune e le opportunità di tornare a scuola sono aumentate. Il luogo di lavoro trae beneficio dall’attenzione della donna agli aspetti personali e concreti. Le donne sono capaci di moderare l’eccessiva importanza data agli affari, per portare in ogni ambiente lavorativo maggiore attenzione alle persone.

In che modo la Chiesa si arricchisce dei valori femminili?

Shivanandan: Il documento menziona in particolare la fede di Maria e la sua obbedienza a Dio come modello per ogni credente. Il suo “fiat mihi” è ben lontano dall’essere passivo.

Nell’enciclica “Redemptoris Mater” Giovanni Paolo II dice che la risposta di Maria all’angelo Gabriele la mostra come “autentico soggetto”, come persona. Ella si trova con una stupenda scelta da compiere e lo fa liberamente. Il suo coraggio è completamente dipendente dalla sua fiducia in Dio. Gli uomini possono ben imparare dalla donna questa fede umile e coraggiosa.

Le donne filosofe e teologhe stanno dando preziosi contributi alla nostra comprensione dell’uomo e della donna. I due eccellenti volumi di Prudence Allen, "Concept of Women", dimostrano il contributo che le donne sono in grado di dare alla filosofia, specialmente nel campo dell’analogia e del simbolismo. L’autrice definisce Hildegard di Bingen come la “fondatrice” dell’idea della complementarietà dei sessi.

Monica Migliorino Miller ha scritto dei lavori profondi sulla sessualità e l’autorità nella Chiesa cattolica (“Sexuality and Authority in the Catholic Church”), chiarendo il significato di autorità come “fonte” e non come potere arbitrario.

Cristo ha scelto di redimerci attraverso la sua relazione sponsale con la Chiesa. E in questa relazione l’elemento femminile ne rappresenta la sposa. Ammettere la donna all’ordinazione sacerdotale significherebbe falsare questa analogia. Miller percepisce il ruolo della donna nella Chiesa come un richiamo per gli uomini alle loro responsabilità. Essa cita il movimento pro-vita come un esempio particolare, nel quale in effetti le donne sono state da sempre all’avanguardia.

Questi sono solo due esempi di donne filosofe e teologhe, tra le tante altre che stanno dando contributi significativi. L’ultimo libro di Suor Timothy Prokes, “At the Interface: Theology and Virtual Reality”, dà un acuto sguardo di analisi ad un tema importante.

Nel suo libro “Women in Christ: Towards a New Feminism”, Michele Schumacher richiama la dottrina di alcune donne per confutare gli errori di fondo del femminismo radicale e indicare un cammino da seguire.

Janet Smith ha dedicato tutta la sua vita professionale per diffondere e far comprendere l’insegnamento della Chiesa sulla paternità responsabile.

Cosa si può fare per aiutare le donne e gli uomini a comprendere ed abbracciare pienamente la chiamata della Chiesa alla “promozione della donna”?

Shivanandan: Uno dei modi più efficaci per ottenere una genuina promozione della donna è di diffondere il più possibile l’impostazione adottata da questo documento e dalla teologia del corpo formulata dal Papa. Vi è in particolare un’organizzazione femminile che si dedica alla trasformazione della cultura, attingendo ai doni femminili di grande attenzione nei confronti di ogni persona individuale.

“Women Affirming Life” è stata costituita quasi 15 anni or sono a Boston, per rappresentare una voce compassionevole nella nostra società sia per le donne che per i bambini non nati. È diretta da un dinamico gruppo di donne professioniste, ma tra gli aderenti vi sono molte mamme casalinghe. L’organizzazione ha un triplice scopo - sempre in linea con il “genio femminile” - di preghiera, educazione e testimonianza.

Cinque anni fa si avvertì l’esigenza di avere una guida allo studio della teologia del corpo, e “Women Affirming Life” la realizzò. Non si trattava di una semplice guida scolastica, ma di un vero veicolo di trasformazione, per la conversione del cuore di cui parla la “Lettera ai vescovi”.

Seguendo la preferenza del Papa per l’esperienza come modo di apprendimento, le domande per la discussione erano formulate per invitare i partecipanti non ad una discussione intellettuale, ma ad applicare i concetti alla propria esperienza di vita. In generale, il contesto è quello della preghiera, delle Scritture e dell’evangelizzazione.

Per completare i quattro cicli composti da sei sessioni ciascuno si può impiegare anche un intero anno. Questo consente di poter disporre del tempo necessario per una reale trasformazione della persona. I gruppi sono composti da uomini e donne, sposati, non sposati, divorziati, giovani e meno giovani, e si stanno diffondendo nelle diverse diocesi attraverso diversi Stati e finanche in Canada, con l’aiuto di persone cattoliche, impegnate nel magistero, che offrono liberamente in dono il loro tempo.

Ad oggi, il successo della guida dal titolo “A New Language” ha superato ogni aspettativa. E continuiamo a sentire storie di conversioni e trasformazioni. Per gli uomini in particolare è diventato un luogo dover poter discutere liberamente delle identità e dei ruoli dell’uomo e della donna.

Vi sono molte altre iniziative per la diffusione della teologia del corpo. Come docente dell’Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia presso l’Università cattolica d’America, vedo ogni giorno i frutti derivanti dai semi di rinnovamento gettati da questa grande iniziativa di Giovanni Paolo II e dei Cavalieri di Colombo.

 

 

La parità secondo il cardinale

Di Giancarla Codrignani

 

Da Il foglio del Paese delle donne n. 14 settembre 2004

La lettera ai vescovi sulla collaborazione uomo/donna

 

Un cardinale di grande rilievo come Joseph Ratzinger ha pubblicato una "nuova" analisi sulle donne,  ma mi sembra che più del suo scritto siano stati clamorosi i commenti espressi da alcune femministe.

 

Mi  viene ancora da ridere a pensare di essere stata indotta a condividere la denuncia di Ratzinger sui rischi che corrono le donne di venire "tentate di reagire agli abusi di potere con una strategia di ricerca del potere", se fa effetto una modesta riedizione di morale cattolica.

E' vero che l'intellighentia maschile è così avara di riconoscimenti verso quello che Giovanni Paolo II chiama il genio femminile da dimenticare le citazioni bibliografiche quando casualmente si ispira a testi del femminismo; e che allo stesso modo gli esponenti politici della sinistra sono così ipocriti nei confronti degli interessi di genere da continuare a cavarsela con promesse generiche, come sta accadendo per la legge sulla fecondazione assistita e alla raccolta delle firme per i referendum. E' una prassi così costante da giustificare che donne di raffinata cultura leggano affrettatamente un documento di inattesa provenienza, informato sulle scuole di pensiero femministe, alludente alle tante aspettative frustrate.

Ma in Ratzinger non c'è niente di "dirompente", come immagina Muraro. Il maschilismo vaticano non abbandona il personalismo cristiano né la complementarietà dei ruoli; ha accettato di chiamare i ruoli "generi" e fa bella figura dimostrando di conoscere il pensiero della differenza, per inglobarlo nella visione deterministica della solita antropologia cattolica fondata sul biologismo.

La lettura della Genesi dice che "immagine di Dio" non è l'uomo neutro che comprende (e subordina) anche la donna, bensì l'uomo e la donna insieme. Non dice assolutamente "insieme nel matrimonio", come insegna Ratzinger: le teologhe femministe giustamente intendono "insieme come generi autonomi".

 Analogamente la creazione di Eva non tanto rappresenta il "superamento della solitudine di Adamo", quanto fonda la reciprocità fra uguali, quel partire dal due affermato, appunto, dal femminismo. E anche l'origine del peccato, che produce sì la subordinazione al potere maschile ma anche la fatica del lavoro e della riproduzione, non può essere letta schematicamente, soltanto secondo la logica maschile: la donna "non può essere ridotta a puro e insignificante dato biologico", dice Ratzinger. Ma non si rende conto di farne un altro dato biologico, anche se “significante". Così la Chiesa non coglie gli spunti positivi che la potrebbero fare avanzare significativamente nel terzo millennio attraverso una riflessione libera sulle scuole di pensiero delle donne.

Ratzinger non ha fatto riferimento (anche lui cancellando le presenze femminili) alle teologhe che pensano relazioni diverse con il mondo, con le chiese, con Gesù, con un Dio non patriarcale, addirittura non-padre, bensì ri-inchioda la Chiesa a un'analogia sponsale con il Cristo ormai simbolicamente inadeguata, la famiglia a un'ideologia di cui nel Vangelo non c'è menzione, a una Maria solo Vergine, solo Madre, solo Icona che corrisponde a idealizzazioni e paure tutte maschili.

Manca, d'altra parte, qualunque riferimento al genere maschile, di cui Ratzinger, che ha scelto di vivere tra patriarchi celibatari, deve avere ampia esperienza. Origine della violenza, della guerra, dell'irresponsabilità sessuale? invenzione dei poteri? misoginia? Essenza della paternità? gerarchia dei valori e degli interessi dei generi? famiglia? prostituzione? patriarcato? e, soprattutto, essenza della natura, ancora materialisticamente condizionante la verità, la sessualità e la storia?

Tuttavia questa lettera non va sottovalutata: a ben considerarla, fornisce più di una premessa per argomentare, senza farsi tentare dalle aspirazioni di potere, sui generi del sacerdozio.

 

Sui rapporti uomo-donna, il vento dello Spirito scompiglierà la Chiesa*

 

a proposito della "Lettera ai vescovi sulla collaborazione dell'uomo e della donna"

* Una versione più breve del presente articolo è stata pubblicata sul mensile "Jesus" del mese di ottobre 2004, pag. 19, collo stesso titolo.

di Maria Cristina Bartolomei

 

Commentare in poco spazio il recente documento del Prefetto per la Congregazione per la dottrina della fede, cardinale Ratzinger, è doppiamente azzardato e impertinente: perché richiederebbe una analisi approfondita e perché chi scrive, come tutte le altre donne, non è destinataria di quel messaggio, che è una “Lettera ai vescovi sulla collaborazione dell’uomo e della donna”, ma che, tuttavia, non merita davvero lo sgarbo di una mancata attenzione.

 

La Chiesa cattolica non è solo quella occidentale. Nella maggioranza dei paesi del mondo le donne sono ancora giuridicamente e di fatto in stato di grave subordinazione agli uomini maschi.  Di più: sono disprezzate e le loro mansioni, soprattutto quelle domestiche, sono svalutate, pur corrispondendo ad altrettante apprezzate professioni maschili. Quest’ultima considerazione vale del resto anche per il mondo occidentale. Le attività di cura familiare non ‘esistono’, perché non sono competitive e non vanno sul mercato, l’idolo cui tutto, ormai, viene immolato: si pensi in proposito che nel nostro paese, tra la diffusa acquiescenza, persino gli ospedali, un tempo fondazioni di carità, sono ora aziende, come presto saranno anche formalmente le scuole, dove già si è imposto un deformante linguaggio adatto al denaro e non al sapere e alla formazione, parlando di crediti, debiti, portfolii ecc.

 

Il documento vaticano è invece una voce autorevole che, senza confinare le donne in un destino puramente biologico, sottolinea la centralità dei compiti svolti usualmente dalle donne, dei valori affidati, sì, alla tradizione femminile, ma che debbono da tutti essere riscoperti come umanizzanti e la cui realizzazione e difesa è affidata anche alla presenza femminile pubblica, sociale, politica e nel mondo del lavoro. In secondo luogo, tale documento indica con decisione nella Bibbia e in particolare nella comprensione adeguata del linguaggio simbolico della creazione (e non in un astratta riferimento alla ‘natura’) il riferimento normante per la antropologia. Due aspetti, questi, di grande e positiva portata, anche in prospettiva futura e per il  dialogo con le diverse culture e religioni.

 

Sia lecito, però, insieme all’apprezzamento grato, esprimere con “parresia”, che l’esigenza di brevità renderà più tranciante, alcune domande e perplessità.

 

1. Come si può chiedere oggi alle donne d’accettare di essere oggetto di una “interpretazione autentica” (che dovrebbe indicare loro come sono e come debbono essere) da parte di uomini maschi e celibi che si scrivono tra loro su di esse? E’ vero che nella Chiesa cattolica le donne non sono ammesse ad alcun ministero ordinato e nemmeno a molte funzioni che di per sé non richiederebbero una ordinazione. Ma come mai non si sente la necessità di ascoltare le donne e la loro comprensione di sé, la loro elaborazione teologica e antropologica? Nella chiesa cattolica, infatti, le donne non possono (e viene affermato che mai potranno) dire una parola magisteriale su se stesse, (tantomeno sugli uomini) mentre gli uomini, quando si tratti di parlare dell’uomo, hanno la possibilità di integrare l’esperienza vissuta di se stessi, la loro sensibilità con la competenza magisteriale. Per questo, per parlare delle donne, sarebbe degno e giusto ascoltarle, per integrare poi la loro parola in quella del Magistero e delle sue dichiarazioni. Il documento, invece, non cita mai alcuno scritto di teologhe cattoliche né menziona l’esistenza degli studi delle donne, anche in ambito biblico e teologico.

 

“I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla grava la mente dai molti pensieri” (Sapienza 9, 14-15). Come non pensare che il pensiero sia influenzato anche dal fatto che il corpo sia maschile e la situazione esistenziale sia quella di un maschio celibe, che vive e dialoga di preferenza solo con maschi celibi? Se  per la interpretazione dei testi della Scrittura si accetta universalmente di dover tener conto del genere letterario, dell’ambiente culturale ecc. (chi direbbe che in base a Giudici 11 sia lecito per la Bibbia il sacrificio umano delle donne?), ciò vale anche per i documenti vaticani.

 

2. Dal documento sembra che il femminismo sia non una presa di posizione pur sempre provvisoria, anche se a lungo termine, che ha l’intento di mettere in evidenza un disordine (anticreazionale) nei rapporti donna-uomo e la ricerca di ritrovare un equilibrio, bensì una forzatura allo scopo di propugnare la supremazia femminile e l’antagonismo tra i sessi, oppure estenuare il significato della differenza. Che ci siano (state) simili posizioni femministe, è vero. Ma sono una piccola minoranza di un movimento, in assenza del quale non ci sarebbero state le conquiste, incomplete, di parità, dignità, libertà femminile che il documento stesso propugna. Il documento si preoccupa molto della risposta di autodifesa delle donne (che è lotta anche per una migliore qualità della relazione uomo-donna e quindi della umanità anche degli uomini), ma ha molto poca sensibilità per la qualità e quantità d’oppressione che queste ultime da millenni hanno subito e subiscono, né riconosce di avere oggettivamente un gran debito nei confronti di temi e linguaggi che le femministe, anche cristiane e cattoliche, stanno facendo faticosamente entrare nella coscienza diffusa culturale ed ecclesiale. Come muoversi sulla linea della relazione e collaborazione senza smascherare e smantellare le strutture di oppressione? Come confondere la richiesta femminile di condividere un potere da cui sono escluse, con una strategia di potere di tipo antagonistico?

 

3. La giusta sottolineatura della importanza simbolica del corpo, effettivamente compromessa da letture forzate in termini esclusivi di genere, lascia però in ombra lo scambio esiziale tra funzioni femminili, legate anche alla biologia, e la rigidità di ruoli imposti per cultura alle donne. Il documento è fortemente segnato dalla tacita concezione che l’organizzazione tradizionale della società patriarcale sia naturale.

 

Il documento si preoccupa intenzionalmente e giustamente di affermare insieme la differenza, la rilevanza del corpo per essa e la relazione tra le differenze, come struttura della umanità di tutti e di ciascuno. Ma se l’alfabeto basilare viene individuato nella differenza dell’uomo e della donna, questi ultimi vengono interpretati nella loro peculiarità non a partire, come pur programmaticamente si propone, dalla simbolica della narrazione biblica (nella quale è la relazione tra equivalenti ad avere il primato, mentre la differenza è al suo servizio), bensì a partire dai ruoli attributi alle donne e autoattribuiti dagli uomini a se stessi dalla tradizione patriarcale e androcentrica.

 

4. Il richiamo alla maternità non può essere scisso, alla luce delle conoscenze psicodinamiche attuali, da quello alla paternità, al ruolo dell’uomo con i figli, nella famiglia, nella casa: non si tratta solo di “aiutare” le donne che lavorano “anche” fuori casa, ma di condividere. Ma ciò richiederebbe una radicale riorganizzazione del lavoro, oltre le pure logiche di mercato: sul che non si dice nulla.

 

5. Ogni volta che si sente parlare dello specifico femminile nasce la questione: qual è lo specifico maschile? Perché non se ne parla? Lo specifico maschile è forse tutta la attività umana, salvo la specifica funzione femminile materna? Senza questa parte, il discorso solo sulla donna trascina con sé, contro intenzione, proprio una prospettiva antropologica di non reciprocità, confermando l’androcentrismo che pure si vorrebbe superare. La non reciprocità si svela nel fatto che gli uomini possono fare (e, pretesamente, meglio) tutto quel che fanno le donne, tranne essere fisicamente madri, mentre non vale il contrario o, per meglio dire, non vale, appunto ‘la reciproca’. La vocazione alla verginità, alla sponsalità e alla paternità, ad esempio, non qualifica l’uomo analogamente a come qualifica la donna? E come mai l’essere umano di sesso maschile non viene interpretato in base a questi registri,  tanto meno in modo limitante?

 

6. L’ interpretazione della Genesi legge la “Creazione” e il “Peccato” non tenendo conto degli studi esegetici più recenti e delle conseguenti, nuove modalità di impostare teologicamente tali tematiche. Alla base, sia in tale caso, sia nel riferimento alle figure di Gesù e di Maria, sia nelle parti successive, vi è un pericoloso scivolamento immediato, un cortocircuito dal piano del simbolico a quello descrittivo e prescrittivo. Un nodo enorme, per dipanare il quale manca qui lo spazio e che andrà ripreso, anche perché riguarda, non senza aporie e contraddizioni, temi di fondo, quali: il rapporto tra la maschilità dell’uomo Gesù e il fatto che l’immagine di Dio è l’umanità nella sua relazione sessuata; la simbolica del femminile e del maschile nel rapporto tra Dio e il suo popolo, tra Cristo e la Chiesa; la equiparazione tra l’esemplarità di Maria per le donne e per la Chiesa e l’esemplarità di Gesù per gli uomini maschi,  che costituiscono in modo esclusivo il volto della Chiesa docente.

 

             Il 5 marzo 1616 la Sacra Congregazione per l’Indice dei Libri Proibiti mise al bando tutti gli scritti passati e futuri che avessero parlato “de mobilitate terrae et de immobilitate solis”, ossia in favore della teoria copernicana. “E’ meglio che si mettano il cappello, perché tira un vento forte; se non li spettinerà il vento, li spettinerà la storia”[1]: così diceva una canzone della lotta studentesca latinoamericana. “La storia ha spettinato” quella condanna lanciata contro il futuro e, quel che è peggio, contro la verità.

 

Due donne, nel momento in cui il presente testo viene scritto, sono al centro della preoccupazione non solo del nostro Paese: sono “le due Simone” di “Un ponte per…”, rapite in Iraq. Le donne non si chiamano solo con il bellissimo nome di Maria. Si chiamano con tutti gli altri nomi possibili degli esseri umani, si autocomprendono e sono protese al mondo in tutta la possibile varietà delle attività e vocazioni. E si chiamano anche “Simon-Pietro”: Simona o  Petra, appunto. Le chiese cristiane ci stanno mettendo molto a riconoscerlo. Quella cattolica, un po’ più di altre. Ma tira un vento forte: le credenti sono persuase che si tratti di quello dello Spirito.

 

 

 

Milano, 12 settembre 2004

La differenza dei sessi: ”Essere per l’altro”

Diario de Yucatan - Jutta Burggraf - 24-09-2004

 

La differenza tra i sessi, uomo- donna, ci dice che la pienezza umana risiede nella relazione, “nell’essere per l’altro”. Come ritiene la teologa tedesca Jutta Burggraf, è essa che ci ”Spinge ad uscire da se stessi cercando l’altro e a rallegrarsi nella sua presenza”.

Laica, professoressa di teologia dogmatica ed ecumenica presso la facoltà di Teologia dell’Università di Navarra, Jutta Burggraf spiega in questa intervista concessa a Zenit alcune chiavi per interpretare “La lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa Cattolica e nel mondo”, edita il 31 luglio dalla Congregazione della Dottrina della Fede.

Perché pensa che la Lettera sulla collaborazione tra uomini e donne sia stata accolta male dai mezzi di comunicazione?

Perché, purtroppo, siamo maggiormente abituati ad avvenimenti drammatici e scandalosi che i mezzi di comunicazione ci presentano giornalmente, messi in scena abilmente per soddisfare la morbosità del grande pubblico; un marito prende un arma e ammazza la propria moglie in un attacco di rabbia; un altro getta la sua compagna dalla finestra; e un terzo ferisce gravemente, con un coltello, la sua donna.

Sono episodi che possono accadere in una qualsiasi cittadina tranquilla e pacifica dove i vicini, riunendosi, esprimono il loro profondo sconcerto e stupore. E dopo aver ascoltato diverse lamentele si passa ad un’altra notizia, con la ferma convinzione che la società debba proteggere maggiormente le donne…

In questo contesto non deve sorprendere se la Congregazione della Dottrina della Fede abbia fatto una Lettera indirizzata sia agli uomini che alle donne.

Lo scopo non è difendere solamente la dignità femminile, come fece Papa Giovanni Paolo II, 16 anni fa, dimostrando una grande sensibilità, con la Lettera apostolica « Mulieris dignitatem », documento che suscitò ammirazione perfino tra alcuni circoli femministi più radicali. Oggi, diversamente, oltre ad indicare chiaramente i diritti legittimi delle donne – ed impegnarsi affinché essi siano rispettati in tutti i cinque continenti, - è necessario parlare anche dei doveri di entrambi i sessi.

Detto in altre parole, è arrivato il momento di ricordare alle persone la loro grande missione su questa terra. Tutti sono stati creati per essere “aquile”, capaci di volare molto alto, verso il sole, e non dovrebbero rinchiudersi in se stessi, comportandosi come “galline” che non fanno altro che litigare continuamente per beccare il grano che trovano per terra.

 

Vede una continuità fra questa Lettera e la “Mulieres Dignitatem”?

 

Sia la “Mulieres Dignitatem” che la recente Lettera sulla collaborazione fanno riferimento ai testi della Genesi per segnalare il grande valore dell’essere umano.

“Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza” (Genesi 1,26), ha detto Dio nel momento culminante della Creazione. Il racconto della creazione testimonia una differenza originaria fra l’uomo e la donna: “Allora, Yahvé fece cadere in un profondo sonno l’uomo, che si addormentò. E gli tolse una costola, riempiendo il vuoto con la carne. Con la costola che Yahvé aveva preso all’uomo, creò la donna, e la portò innanzi all’uomo. Ed egli esclamò: “questa volta essa è osso del mio osso e carne della mia carne”. Sarà chiamata donna, perché dall’uomo è stata tolta.” (Génesis 2, 21-23).

 

Qualcuno lo ha interpretato come una presunta subordinazione della donna.

 

Da questo passo della Genesi non si può dedurre in nessun modo che la donna sia subordinata all’uomo o che sia inferiore a lui ( solo per una costola), giacché, Adamo, prima del sonno, non rappresentava il maschio, bensì il genere umano.

L’autore della Genesi non parla della differenza sessuale (Adamo ha ancora la sua costola), ma indica che l’uomo(maschio e femmina) è al centro della Creazione.

In essa è presente anche la donna che nomina gli animali e, senza una compagnia adeguata, si sente sola. Il sonno di Adamo solitario esprime il mistero: è Dio stesso che agisce nella creazione dell’essere umano e i suoi piani sono al disopra dei nostri. Nella Sacra Scrittura il sonno, è spesso un momento di rivelazione (si ricordi il sonno di Giacobbe o di Giuseppe). E, finalmente, “dopo il sonno” appare la differenza sessuale: Adamo ed Eva si riconoscono come uguali e complementari. Per questo si può dire che Dio ha creato l’uomo e la donna in un unico atto misterioso. Non c’è destra senza sinistra, non c’è alto senza basso e non esiste nemmeno l’uomo senza donna. Si comprende chiaramente che la differenza sessuale non è irrilevante né un addizionale, e non è nemmeno un prodotto sociale, ma che scaturisce dalla stessa intenzione del Creatore.

 

La Lettera insiste sul ruolo, da parte della donna, di accogliere l’altro. Ma lei ci dice che anche l’uomo è un essere fatto per l’altro. Può spiegarlo meglio?

 

Al momento della creazione dell’uomo nella sua dualità, Dio ha voluto che l’essere umano si esprimesse in due modi distinti e complementari, egualmente belli e preziosi.

Certamente Dio ama allo stesso modo sia la donna che l’uomo. Ha dato ad entrambi la dignità di riflettere la sua immagine e chiama loro alla pienezza.

Ma perché Dio li ha fatti diversi? La procreazione non può essere l’unica ragione, giacché questa sarebbe possibile in forma partenogenetica, asessuale o in altri possibili modi che si possono incontrare nella grande varietà del regno animale. Queste forme alternative sono perlomeno immaginabili e darebbero una testimonianza di una certa autosufficienza umana.

La sessualità umana, diversamente, mostra una chiara disposizione verso l’altro. Dimostra che la pienezza umana si trova nella relazione, nell’essere-per-l’altro. Spinge ad uscire da se stessi, cercando l’altro e rallegrandosi della sua presenza.

E’ il sigillo dell’amore di Dio nella struttura stessa della natura umana. Anche se ogni persona è amata da Dio “per se stessa”, e chiamata a una pienezza individuale, questa non può essere raggiunta se non in comunione con l’altro. E’fatta per dare e ricevere amore. Questo è il significato del carattere sessuale che ha in se un immenso valore.

Entrambi i sessi sono chiamati dallo stesso Dio ad agire e vivere congiuntamente: questa è la loro vocazione. Si può perfino affermare che Dio non ha creato la dualità nell’uomo affinché generasse nuovi esseri umani, ma al contrario l’uomo ha la capacità procreativa per perpetuare l’immagine divina che egli stesso riflette nella sua condizione sessuata. La sessualità parla contemporaneamente di identità e diversità. Maschio e femmina hanno la stessa natura umana, ma l’hanno in modo diverso e complementare.

 

La matrice della Lettera è la Genesi. Dove si trova l’esegesi in questi argomenti?

 

In base ad alcune antiche interpretazioni, Adamo va incontro ad Eva, come Dio va incontro all’umanità. Pertanto l’uomo sarebbe attivo, rappresentando Dio; mentre la donna, rappresentando l’umanità, sarebbe passiva. Per superare questa argomentazione, non è necessario riportare, al riguardo, le vigorose proteste delle femministe.

E’ sufficiente richiamarci alla nostra esperienza quotidiana affinché si capisca che la donna non è affatto passiva. E’ ricettiva nella sua femminilità, essendo immagine di Dio quanto l’uomo. L’amore perfetto, inteso anche nell’amore divino, consiste nel dare e ricevere. La possibilità di ricevere è una esigenza dell’amore e, per noi, potrebbe risultare più dispendioso che dare, perché esige l’umiltà.

Tornando alla relazione fra i sessi, è evidente che non solo l’uomo dà e la donna riceve. L’amore al quale essi sono chiamati si esprime in un dono libero e reciproco. Ma ciò è possibile se anche la disposizione a ricevere è reciproca. Così la recettività, unita al donare, appare un altro elemento costitutivo della comunione, che, sicuramente, ha effetti positivi in entrambe le direzioni perché colui che riceve si arricchisce, si fortifica e fa felice anche l’altro, visto che la recettività è di per se uno dei più grandi doni che si possa fare ad un’altra persona.

Pertanto si evidenzia che la recettività mira ad un’attività, ma un’ attività che accoglie, interiorizza ed è al servizio dell’approfondimento delle azioni dell’altro. Detto questo, si può comprendere interamente la ricettività solo se si riconosce in essa un modo speciale di attività, di espressione e di creatività.

L’uomo tende per sua natura alla donna e viceversa. Essi non cercano un’unità androgina, come ci indica la mitica visione di Aristofane nel “Banchetto”, ma entrambi si necessitano per sviluppare pienamente la propria umanità . La donna è vista come “aiuto” per l’uomo e viceversa, con ciò non si intendono atteggiamenti servili o umilianti. Anche il salmista dice a Dio:” Tu sei il mio aiuto”. Partendo dal rapporto principale, sappiamo che questo non è il solo tra un uomo e una donna.

La reciprocità si esprime in molteplici rapporti diversi della vita, in una pluralità policroma di rapporti interpersonali, come la maternità, la paternità, la filiazione e la fratellanza, la collettività, l’amicizia e in tante altri modi, che interessano, contemporaneamente, ogni persona. Pertanto qualcuno evidenzia che si tratta di reciprocità asimmetrica.

 

 

LA COLLABORAZIONE TRA I SESSI NON SPETTA SOLO ALLE DONNE.

IL C.I.F. DI PARMA RISPONDE A RATZINGER

 

 Sulla Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo del card. Joseph Ratzinger, resa nota il 31 luglio scorso, si sono scritti i commenti più vari, in tutto l’arco che va dalla lode entusiastica alla critica mordace (per il testo integrale della Lettera e la relativa rassegna stampa, v. Adista n. 60/04). Con alcune sorprese: che cioè, tra i commenti positivi, si trovassero, pur se con alcuni distinguo, quelli di giornaliste laiche e di studiose del femminismo, come Ida Dominijanni e Luisa Muraro. Una certa meraviglia, al contrario, viene dal trovare ora, tra i commenti critici, la lettera aperta scritta a Ratzinger, in risposta al documento, dal Gruppo Donna del Centro Italiano Femminile (Cif) di Parma, essendo il Cif, come noto, un’associazione di tradizione moderata. Critiche serene e garbate, quelle del “piccolo gruppo di donne” di Parma, ma pur sempre critiche, e su più di un punto, come emerge chiaramente dalla lettura del documento, che qui di seguito riportiamo.

Ill.mo Cardinale Ratzinger, siamo un piccolo gruppo di donne che nel corso degli anni hanno cercato di vivere con consapevolezza l’esperienza di fede e l’impegno nella società. Abbiamo letto con attenzione la lettera Sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, inviata ai vescovi cattolici dalla Congregazione che Lei presiede, e desideriamo condividere le riflessioni e gli interrogativi che quel testo ha suscitato in noi. Il tema della collaborazione fra uomini e donne nella Chiesa e nella società, ne siamo convinte, ha un’importanza centrale, purtroppo spesso misconosciuta. Riportarlo all’attenzione della Chiesa ci pare quindi molto opportuno, anche se avremmo letto volentieri nella Sua Lettera un riferimento alla lunga tradizione di dialogo – non sempre facile – tra il magistero della Chiesa e il contributo di idee e esperienze del femminismo cristiano e cattolico. Se di “punto di partenza” si può parlare, infatti, è solo nel senso di ripresa ufficiale di una realtà viva da tempo, e autorevolmente riconosciuta già da Giovanni XXIII nella Pacem in terris (n. 22). Non ci è parsa andare in questa linea l’analisi delle “nuove tendenze nell’affrontare la questione femminile” proposta dalla sua Lettera (nn. 2 e 3). Ci colpisce innanzitutto la scelta di non riconoscere che storicamente le donne hanno contrastato situazioni di discriminazione e subordinazione nella faticosa ricerca di giustizia all’interno della società e di parità nella coppia. Ridurre questo importante percorso di emancipazione a un pregiudiziale atteggiamento di contestazione (n. 2) impedisce di affrontare in modo corretto il tema della collaborazione, e pone una grave ipoteca sui percorsi di liberazione di donne, ragazze e bambine di molte parti del mondo sottoposte a discriminazioni e schiavitù, tanto nell’ambito privato quanto in quello sociale, culturale e giuridico. E, d’altra parte, nelle nostre vite sperimentiamo l’inevitabilità e la positività del conflitto tra donne e uomini, quando questo è finalizzato alla comunicazione di sé e alla realizzazione della giustizia. La nostra concreta esperienza di vita ci ha insegnato che denunciare le ingiustizie non provoca necessariamente “confusioni di ruoli” né, tanto meno, “distruzione delle famiglie”. Il Papa stesso, nella Lettera alle donne in occasione della Conferenza di Pechino (1995), esprime riconoscenza e ammirazione per le donne che “si sono dedicate a difendere la dignità della condizione femminile, attraverso la conquista dei fondamentali diritti sociali, economici e politici e hanno preso coraggiosa iniziativa in tempi in cui questo veniva considerato un atto di trasgressione”. E aggiunge: “…occorre proseguire in questo cammino […] La strada del pieno rispetto dell’identità femminile non passa solo per la denuncia, pur necessaria, delle discriminazioni e delle ingiustizie, ma soprattutto per un fattivo progetto di promozione” (A voi, donne, n. 6). Apprezziamo, nella Lettera, il forte riferimento alla differenza sessuale e il richiamo al corpo come componente fondamentale della persona. Non crediamo, però, che la differenza si possa definire in modo statico. Siamo convinte che essa non sia né un dato puramente biologico né una costruzione esclusivamente culturale, e che quindi risulti inadeguata – oltreché totalmente astorica - ogni visione deterministica. Uno dei modi per sfuggire a questa visione è richiamarsi a quell’antropologia simbolica, già da tempo elaborata, che – invece di definire identità e di porre direttamente l’antinomia natura-cultura – vede in certe caratteristiche di donne e uomini dei “segni” che riguardano e interpellano l’essere umano nel suo complesso, maschi e femmine. La Lettera compie un’incursione in questo terreno (particolarmente al n. 14), ma – ci pare – non ne trae le dovute conseguenze. Pur dichiarando fondamentale la collaborazione tra i sessi, infatti, nel suo svolgimento il testo si rivolge solo a noi donne e si limita a parlare delle donne, lasciando intendere che la realizzazione della collaborazione dipenda solo da loro. Ma sappiamo che non esiste collaborazione a senso unico. Al contrario, proprio dall’antropologia dialogica del segno sarebbe potuto discendere un invito anche per gli uomini: a riflettere su di sé e sul loro modo di intendere se stessi in rapporto con le donne nella società, nel lavoro, nella famiglia, nella Chiesa. Anche volendo rimanere nell’ambito del “privato”, ci stupisce ad esempio il silenzio sul ruolo e la presenza indispensabile degli uomini nella famiglia già sottolineati da importanti documenti della Chiesa (cfr. Familiaris Consortio, n.25) e oggi sostenuti politicamente dalla legislazione di molti Paesi occidentali. Come conseguenza diretta di questo grave silenzio la Lettera, pur ribadendo in linea di principio l’importanza della presenza delle donne in ogni settore della società, giunge a considerare la famiglia come ambito privilegiato nel quale “liberamente” le donne scelgono di esprimere e realizzare se stesse “nella totale dedizione al lavoro domestico” (n.20) . Il rapporto tra lavoro e famiglia avrebbe, quindi, caratteristiche diverse per le donne e per gli uomini, e così il problema della conciliazione tra le dimensioni della vita torna ad essere un problema esclusivamente femminile. Riteniamo, invece, che un’organizzazione del lavoro più flessibile e conciliabile con i tempi della vita sia un’esigenza di tutti, uomini e donne, e in questa direzione vanno le recenti norme in materia di congedi parentali e azioni positive. Si continua a sottovalutare il grande bisogno che la società ha delle donne a tutti i livelli; si dimentica che le giovani donne investono più dei maschi nella formazione, ottenendo risultati qualitativamente e quantitativamente superiori, anche in settori in precedenza tipicamente maschili, e che non ci sono ragioni per cui dovrebbero rinunciare a portare il proprio contributo anche in campo sociale e culturale. Per queste ragioni non ci sembra impostata in modo corretto la complessa tematica dell’essere “per l’altro”, a cui ogni persona umana, secondo le Scritture ebraico-cristiane, è chiamata. Una vocazione che nella Lettera si traduce in un monito verso “un certo femminismo” responsabile di indurre le donne a “rivendicare le esigenze per se stesse”, mentre non interpella in alcun modo gli uomini. Questa interpretazione riduttiva del femminismo condiziona anche la lettura del rapporto donne/ potere. Mentre condividiamo l’auspicio che “le donne siano presenti nel mondo del lavoro e dell’organizzazione sociale e abbiano accesso a posti di responsabilità […] per ispirare la politica delle nazioni e promuovere soluzioni innovative ai problemi economici e sociali”(n. 20), non ci spieghiamo perché si tenda a demonizzare la ricerca in sé del potere (“agli abusi di potere essa risponde con una strategia di ricerca del potere”). Non è infatti da condannare la ricerca del potere – che correttamente interpretato non è che una forma di assunzione di responsabilità – quanto il suo esercizio a servizio di interessi particolari e illegittimi, atteggiamento in cui nella nostra storia si sono distinti soprattutto gli uomini. Abbiamo scelto di dare evidenza a questi temi perché ne avvertiamo in modo forte la contraddittorietà rispetto al fine stesso della Lettera. Altre questioni rimarrebbero da affrontare, dalla messa in discussione del percorso di emancipazione delle donne nel timore delle possibili conseguenze per la stabilità delle famiglie, al modo in cui la Lettera fonda biblicamente il suo discorso sulle donne. Ci auguriamo che il dialogo possa proseguire.

 Gruppo Donna - Centro Italiano Femminile Parma, 15 Novembre 2004 

 

NOVITÁ DAL MAGISTERO SULLA QUESTIONE FEMMINILE

Dalla natura alla storia biblica

M. Pedrazzoli

La Lettera ai Vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, documento della Congregazione per la dottrina della fede, contiene qualche interessante novità. Le prime due appaiono già all’inizio nell’introduzione: il fatto cioè di proporre riflessioni ispirate dai dati dell'antropologia biblica (e non più partendo da presupposti super-naturalistici sull’ordine del creato, dalla legge naturale sino al diritto canonico), ed il fatto che tali considerazioni siano presentate come «punto di partenza per un cammino di approfondimento all'interno della Chiesa e per instaurare un dialogo con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, nella sincera ricerca della verità e nel comune impegno a sviluppare relazioni sempre più autentiche». Un ottimo esordio anche in vista del 2005, l’anno internazionale della donna. La lettera di Ratzinger da una parte è stata salutata come una innovazione sorprendente e dirompente, dall’altra come la riformulazione di posizioni assodate più o meno reazionarie; non è comunque bello che dei celibi maschi si rivolgano ad altri celibi maschi (vescovi) trattando la donna dall’esterno e dall’alto come oggetto di un chiarimento dottrinale, senza ascoltare esplicitamente le donne stesse: si rischia di insinuare che certi uomini (di chiesa) le conoscano più e meglio di quanto esse non conoscano se stesse. Poi nel documento alcuni passaggi sembrano redatti da mano femminile (in particolare nella sezione dedicata all’attualità dei valori femminili nella vita della società), ma in modo non dichiarato. In ogni caso la valutazione non è facile perché il testo contiene elementi sia positivi che negativi strettamente intrecciati, che ora cerchiamo di evidenziare.

 

La preoccupazione è il femminismo

 

Il documento critica taluni aspetti del femminismo degli anni 70; ha come bersaglio dichiarato la frontiera più avanzata del femminismo nordamericano, il femminismo radicale di “genere” (gender theory, gender studies), secondo cui «la differenza corporea, chiamata sesso, viene minimizzata, mentre la dimensione strettamente culturale, chiamata genere, è sottolineata al massimo e ritenuta primaria» (par.2). Ma fa riferimento a tale femminismo “radicale” come se fosse il fondamento della teoria femminista, mentre ne è stato solo una piccola corrente. E in tal modo non solo le posizioni nordamericane ma un po’ tutto il femminismo rischia di essere messo in caricatura, come un nuovo modello di “sessualità polimorfa” ridotta al proprio piacimento e capriccio. La lettera quindi non dimostra una fondamentale comprensione delle teorie e dello sviluppo femminista; non se ne riconosce la legittimità storica, né si prende atto che se la teologia è riuscita a distaccarsi significativamente dalla tradizione, lo deve in parte anche all’influenza del femminismo. Essa tace soprattutto sul femminismo cattolico, meglio sulle varie teologie al femminile, sulle letture della Bibbia al femminile (per fare alcuni nomi, le nostre amiche e collaboratrici di Matrimonio, Maria Cristina Bartolomei e Marinella Perroni); forse da esse prende qualche spunto, ma come fonti taciute, quasi nascoste.

Il testo ha però il merito di far suo e di porre al centro il pensiero della differenza sessuale, in opposizione all’emancipazionismo ad oltranza, ed al femminismo di parità indifferenziata ed antagonista. Si sottolinea la complementarietà fisica, psicologica ed ontologica (scritta profondamente nell’uomo e nella donna), dando luogo ad un’armonica “unidualità” (termine contenuto nel testo) relazionale, assunta nell’uguaglianza e nella libertà.

I punti più deboli sono proprio all’inizio (par.I. IL PROBLEMA), cioè nella breve presentazione e valutazione critica di alcune concezioni antropologiche odierne, che vengono estremizzate e radicalizzate per poi poterle più facilmente combattere. Un esempio è costituito da quella antropologia che intende liberare la donna da ogni determinismo biologico, come nel punto I.3: « La radice immediata della suddetta tendenza si colloca nel contesto della questione femminile, ma la sua motivazione più profonda va ricercata nel tentativo della persona umana di liberarsi dai propri condizionamenti biologici. Secondo questa prospettiva antropologica la natura umana non avrebbe in se stessa caratteristiche che si imporrebbero in maniera assoluta: ogni persona potrebbe o dovrebbe modellarsi a suo piacimento, dal momento che sarebbe libera da ogni predeterminazione legata alla sua costituzione essenziale». Anche qui la posizione avversaria viene forzata in modo unilaterale (da ogni determinismo biologico, a suo piacimento); manca ciò che è fondamentale: in cosa consisterebbe questa costituzione essenziale, quali sono le sue caratteristiche ancorate alla biologia, e fino a che punto può arrivare l’eventuale liberazione dal determinismo biologico? Se non si è precisi e profondi, in genere il rimando vago alla biologia rischia di essere un sostituto della vecchia natura, senza trovare un ancoraggio lucido alla natura umana. Per quanto possa essere difficile da decifrare la relazione tra natura e cultura, o tra sesso e genere (cosa che peraltro potrebbe diventare oggetto di ricerca da parte della nostra rivista), possiamo dire che in linea di massima i cristiani sono chiamati a lavorare “con” piuttosto che “contro” le nostre naturali capacità ed orientamenti corporei, così che si possa capire cosa significhi essere persone sessuate create ad immagine di Dio.

Ciò nonostante, già Platone sosteneva che la natura umana non è sempre la stessa; si può quindi parlare di una “seconda natura” influenzata culturalmente, e frutto di un giusto processo di liberazione della donna dalla subordinazione femminile soprattutto del passato. A volte certe concezioni del passato permangono, come ad es. il fatto che la maternità fonda la donna, mentre la paternità rimane a lato dell’uomo, per cui si sottolinea per la donna, diversamente dall’uomo, il suo ruolo insostituibile all’interno della famiglia; tali forme sono molto meno appariscenti e scandalose di certi costumi patriarcali – come il burqa o il velo – ma tanto più durature e insidiose. Parlare di “seconda natura” non significa negare il condizionamento che la (prima) natura esercita tuttora sull’uomo, né relegare la biologicità in una specie di prologo preistorico dell’umanità; se certi dati biologici sono rilevanti in rapporto alle esigenze di felicità, lo è altrettanto lo svincolo da alcuni condizionamenti sia biologici che culturali.

 

Figure maschili e femminili nella Scrittura

 

Il testo continua: «Questa prospettiva ha molteplici conseguenze. Anzitutto si rafforza l'idea che la liberazione della donna comporti una critica alle Sacre Scritture che trasmetterebbero una concezione patriarcale di Dio, alimentata da una cultura essenzialmente maschilista. In secondo luogo tale tendenza considererebbe privo di importanza e ininfluente il fatto che il Figlio di Dio abbia assunto la natura umana nella sua forma maschile» (par.3). Sua Eminenza finge di ignorare il fatto che tale concezione patriarcale si dà nella Scrittura, e che proprio la teologia biblica al femminile ha portato una critica costruttiva a tale impianto, rivelandone anche aspetti insospettati; il cardinale inoltre dovrebbe chiarire in cosa consista tale presunta importanza ed influenza della forma maschile del Figlio di Dio. Forse la mascolinità di Cristo serve unicamente a fondare un sacerdozio/presbiterato solo maschile? (come vien detto più avanti: «in questa prospettiva si comprende anche come il fatto che l'ordinazione sacerdotale sia esclusivamente riservata agli uomini non impedisca affatto alle donne di accedere al cuore della vita cristiana»). È a dir poco pericoloso identificare la mascolinità, considerata essenziale al sacerdozio, con la mascolinità di Cristo; è inoltre infelice associare la paternità di Dio alla sessualità maschile, come pure connettere in modo esagerato l’amore di Cristo per la sua sposa (la Chiesa) con la mascolinità dello sposo. Comunque le menti più aperte oggi hanno capito che l’asimmetria (Dio-sposo e umanità-sposa) è condizionata culturalmente, e potrebbe tranquillamente essere invertita nell’alleanza fra la Sposa-Dio fedele e lo sposo-uomo infedele.

La parte migliore ci sembra il ripercorrere certi testi fondamentali della Scrittura per riaffermare alcuni dati capitali dell'antropologia biblica: dalla Genesi all’Esodo, dai profeti all’alleanza sponsale fra Dio e il suo popolo, al Cantico dei Cantici, che ammorbidisce l’asimmetria di grandezza fra Dio-sposo-fedele e umanità-sposa-infedele; dalla figura maschile del servo sofferente alla figura femminile di Sion, ed alla figura di Maria, vista finalmente nella sua femminilità. Ma per quanto riguarda Gn 1-11, il documento non tiene conto dei risultati raggiunti dall’esegesi negli ultimi decenni; ad es. la tipica vecchia ermeneutica di stampo cronologico rischia di sfalsare il tutto: l’Eden non è un paradiso storico iniziale, ma semmai l’utopia futura a cui puntare. La cronologia storica fissa scorrettamente un incipit divino, naturale e assiologico (valoriale), che legittima dei divieti, spesso reazionari, in materia di morale sessuale, di etica femminile della scelta, di autodeterminazione, anche procreativa. I miti (in senso tecnico relativo al genere letterario specifico di quei capitoli, e non in senso spregiativo) contenuti in Gn 1-11 hanno una natura altamente simbolica; non li si possono trasformare in modo troppo precipitoso in descrizioni realistiche e, ancor peggio, in prescrizioni morali, scivolando pericolosamente dal simbolico al prescrittivo.

 Si accenna anche (citando di striscio 1Gv 2,16) alla concupiscenza degli occhi e della carne; il cardinale però dovrebbe spiegare dove sta la differenza tra il desiderio amoroso, perno della relazione e della coppia, e tale concupiscenza (considerata negativa) degli occhi e della carne. Ma anche questo potrebbe essere un compito del cammino di ricerca della nostra rivista, ossia sondare l’universo semantico del desiderio e della concupiscenza (il termine greco è praticamente lo stesso, epiqumia), sia partendo dalla lettera di Giovanni che prescindendo da essa.

 

Il simbolo già nella potenzialità sponsale?

 

Guardiamo ora a cosa ci può dire la lettera circa la nostra tematica del sacramento-simbolo, ossia della relazione uomo-donna come espressione dell’amore di Dio, in quanto nella coppia (uni-dualità) si esprime la Trinità divina, sia la Trinità immanente (Dio in se stesso, ad intra) e sia la Trinità “economica” (nella terminologia di Paolo ripresa da K. Rahner, ossia relativa all’economia della salvezza), cioè Dio che si esprime e si manifesta ad extra, ponendosi nella storia in relazione con l’uomo nel suo mondo. Rahner, polemizzando leggermente con la tradizione, pone l’equazione diretta: la Trinità immanente è la Trinità economica; non solo nel senso che la Trinità economica è la via per capire quella immanente, bensì nella loro identificazione quasi totale. Ciò significa che Dio si manifesta per quello che è; rivelandosi e svelandosi nella storia sino all’incarnazione in Cristo, non si mostra in modo diverso da quello che è in se stesso, non gioca a nascondersi e a camuffarsi. Personalmente trovo che le tematiche più o meno misticheggianti sul Deus absconditus (il Dio nascosto) siano molto ambigue e comunque poco illuminanti. La stessa teologia negativa (cioè quella che ritiene che su Dio non si possano attribuire dei predicati affermativi, ma si debba procedere per “via negationis”, affermando che Dio non è questo, non è quello, non è quest’altro…e così via), pur avendo il pregio di ricordarci che Dio non è catturabile, nega comunque la possibilità dell’analogia (positiva) e soprattutto esclude il simbolo, almeno quello in positivo; resta da vedere se sia possibile una simbologia in negativo. Può essere che attraverso l’analogia al negativo, dicendo ad es. ciò che la coppia non è o non dovrebbe essere, si raggiunga e si esprima qualcosa della realtà divina?

 

Ma torniamo al documento che dice testualmente (al punto 8):

«La sessualità caratterizza l'uomo e la donna non solo sul piano fisico, ma anche su quello psicologico e spirituale, improntando ogni loro espressione. Essa non può essere ridotta a puro e insignificante dato biologico, ma è una componente fondamentale della personalità, un suo modo di essere, di manifestarsi, di comunicare con gli altri, di sentire, di esprimere e di vivere l'amore umano. Questa capacità di amare, riflesso e immagine del Dio Amore, ha una sua espressione nel carattere sponsale del corpo, in cui si iscrive la mascolinità e la femminilità della persona». La lettera usa i termini “riflesso e immagine”, che sono da considerarsi equivalenti, sinonimi del simbolo come “espressione” (cfr l’articolo sul simbolo nel n.1 del marzo 2002, pp. 23-30). L’aspetto simbolico viene individuato nella capacità di amare (in potenza, più che in atto); e non è solo una caratteristica della coppia, nel suo insieme relazionale, ma anche (se capisco bene) una caratteristica del singolo, in quanto il simbolo si esprime già nel carattere (potenzialmente) sponsale del corpo, in cui si iscrive la mascolinità e la femminilità della persona. Questo carattere potenziale e singolarizzato del simbolo ci sembra una sfumatura nuova (eventualmente da approfondire).

 

Inversioni rischiose

 

Nel documento il peccato d’origine, purtroppo concepito come susseguente ad uno stato paradisiaco storico, consisterebbe nel contestare, seguendo la suggestione del serpente, la differenza tra Dio e l’umanità. «Di conseguenza viene stravolto anche il modo di vivere la loro differenza sessuale. Il racconto della Genesi stabilisce così una relazione di causa ed effetto tra le due differenze: quando l'umanità considera Dio come suo nemico, la stessa relazione dell'uomo e della donna viene pervertita. Quando quest'ultima relazione è deteriorata, l'accesso al volto di Dio rischia, a sua volta, di essere compromesso» (par.7). Nella nostra tematica del simbolo, nessun dubbio sull’ultima frase: quando la relazione uomo-donna è pervertita e deteriorata, pure l’accesso al volto di Dio rischia di essere compromesso. Ma vale anche quanto vien detto prima, con la relazione di causa-effetto invertita? Pure più avanti si dice che la relazione con l’altro-da-sé è anche alterata dalla disarmonia fra Dio e l’umanità sopraggiunta col peccato. È vero che la relazione uomo-donna viene pervertita dalla disarmonia fra Dio e l’umanità, dalla rottura con Dio? O quando l’umanità considera Dio come suo nemico? Dipende da cosa s’intende con la triade disarmonia, rottura, inimicizia: se si intendono la mancanza di fede, l’irreligiosità e l’ateismo moderno, la risposta è no!

Bisogna stare molto attenti col gioco delle inversioni: ad es. l’affermazione “Dio è amore” non può essere rovesciata in “L’amore è Dio”, se non al prezzo di sofisticatissime condizioni e distinzioni da capogiro. Se il soggetto e il predicato fossero perfettamente sovrapponibili, avremmo praticamente l’identità, e quindi sia l’analogia che il simbolo svanirebbero in una univocità quasi panteistica. Un’altra confusione classica è la seguente: che “Cristo sia morto per il peccato” (colpito dal peccato del mondo, a causa degli uomini) non vuol dire (almeno automaticamente) che sia morto per i nostri peccati, nel senso finalistico del riscatto, dell’espiazione dei peccati dell’umanità; la logica ci insegna che il passaggio dalla proposizione causale a quella finale non può avvenire per assonanza linguistica più o meno retorica, ma va adeguatamente motivata in tutti i suoi passaggi.

Tornando al nostro problema, è vero che «nel Cristo, la rivalità, l'inimicizia e la violenza che sfiguravano la relazione dell'uomo e della donna sono superabili e superate» (par.12). Ma, aggiungo io, il superamento può avvenire anche senza Cristo, e pure senza Dio, senza pensare a Lui, senza percepirLo e senza parlare di Lui. Si tratta della problematica della non-necessità di Dio, già sviluppata nell’articolo Gratuità oltre la necessità (n.4, dicembre 2003, pp.4-14), la cui idea portante era la seguente: «L’uomo può essere uomo senza Dio, e può vivere senza esperirlo. Può vivere bene, parlare e pensare rigorosamente, ascoltare attentamente, agire con giustizia e responsabilità senza parlare di Dio, senza percepirlo, senza pensare a Lui, senza “lavorare” per Lui. E può fare tutto questo molto bene e del tutto responsabilmente! Gli innumerevoli e spaventosi esempi contrari, che si possono facilmente addurre, non traggono necessariamente origine dall’irreligiosità delle azioni corrispondenti (altrettanto facilmente si potrebbero addurre esempi di misfatti compiuti in nome della religione). Con questo non si vuol per nulla negare che la lotta alle condizioni e ai modi di vita malvagi, al pensiero corrotto ad all’agire irresponsabile possano benissimo essere motivati dalla verità di Dio e dalla fede in Lui. Ma è altrettanto vero che anche senza Dio si possa e si debba essere indotti a continuare questa lotta» (p.4s). La differenza importante non sembra essere più quella fra credenti e non-credenti, ma tra coloro che pensano e quelli che non pensano, fra quelli che ricercano e quelli che non lo fanno, tra coloro che pongono questioni e si pongono in questione e coloro che continuano rigidi e imperterriti per anni con le medesime idee stereotipate e con le stesse e identiche concezioni portanti. Ora possiamo aggiungere che anche senza Dio vi può essere una sana, bella e felice relazione di coppia. Rispetto alla suddetta disarmonia, rottura e inimicizia con Dio, l’ateismo moderno in genere non ha a che fare con nessuna delle tre. La disarmonia non può essere la mancanza di fede (esplicita); la mancanza di fede non rovina necessariamente la relazione di coppia, e soprattutto non toglie alla coppia la sua capacità di simbolizzare l’amore di Dio. Come dicevamo nel già citato articolo sul Simbolo sacramentale (n.1, marzo 2002, p.27), si può ipotizzare anche una sequenza più corta: cioè che Dio, nella forza dello Spirito, si possa esprimere nella relazione amorosa senza passare (almeno esplicitamente) né attraverso la Chiesa ma neanche attraverso il Gesù storico o il Cristo della fede; ricordiamoci sempre che l’espressione ha vari gradi, misure, accentuazioni, colorazioni.

 

Dio rende la coppia interessante

 

Ma allora, cosa ci sta a fare Dio o la fede in Lui? Dio non è necessario, e proprio per questo più che necessario, ossia gratuito come un figlio, di cui si può fare benissimo a meno, ma che diviene il soggetto più amato. Nella logica della gratuità abbiamo: a) l’uomo e il suo mondo sono di per se stessi interessanti. b) Dio è interessante di per sé. c) Dio rende l’uomo, di per sé interessante, interessante in modo nuovo. Ora possiamo aggiungere che d) Dio rende la coppia, di per sé già interessante, interessante in modo nuovo.

Nell’esempio già fatto nell’articolo sulla gratuità, dicevamo come i livelli superiori (ad es. gli stati neuronali e mentali) sopravvengono su quelli inferiori (fisica-chimica-biochimica), o, ciò che è lo stesso, emergono da questi ultimi; inoltre mentre in generale il livello inferiore (in senso non squalificante, cioè nel significato oggettivo di meno complesso) della fisica-chimica può esistere anche senza il superiore, nel caso del cervello il superiore (psiche, mente) non può esistere senza l’inferiore, cioè senza la sua base materiale biochimica. Allo stesso modo nel nostro caso l’inferiore può esistere senza il superiore, ossia la relazione amorosa senza la fede, mentre il superiore non può esistere senza l’inferiore, cioè la fede senza relazioni d’amore.

 

Diversa cosa è invece se per disarmonia/rottura non si intende qualcosa di esplicito e di diretto con la divinità, ma qualcosa di indiretto: ossia il male, la mancanza di giustizia e di pace (soprattutto intese in senso biblico), l’assenza della “cura” dell’essere, sia nella forma dell’aver cura che in quella del prendersi cura. Tali azioni possono costituire una rottura, anche se inconsapevole e anonima, col Regno di Dio o col Dio del Regno.

Supponiamo che si dia il Cristianesimo anonimo teorizzato da K.Rahner (ricorre quest’anno il centenario della nascita): sarebbe l’esistenza misteriosamente salvata dell’ateo senza colpa, il quale, seguendo i dettami della propria coscienza illuminata, di fatto vive in grazia di Dio e, anche se in modo inconsapevole, nella logica dell’Evangelo, testimoniando così una possibilità salvifica universale. Come dicevamo sempre nel suddetto articolo sulla gratuità (p.8s), soprattutto le forme superiori di gratuità, che abbiamo chiamato “eroica” (ad es. l’amore per i nemici) e “pura” (il persistere nella relazione amorosa in generale senza una reciprocità significativa), sembrano quasi sfociare in una fede implicita, come la biochimica e la biologia molecolare sfociano nel neurale cerebrale.

Orbene, se esiste tale Cristianesimo anonimo, allora esiste pure il non-Cristianesimo anonimo, che può perturbare la relazione di coppia in modo non salvifico: è la situazione di colpevolezza (sia della persona atea che religiosa) tipica di colui che non cerca la giustizia del Regno; ben difficilmente il non-cristiano anonimo, da solo o in coppia, potrà simboleggiare la grazia sanante e l’amore salvifico di Dio. La ricerca della giustizia del regno costituisce comunque lo spartiacque decisivo fra credenti e non-credenti, a prescindere dalla loro appartenenza esplicita e consapevole a determinate confessioni religiose.

Come già evidenziato, la lettera di Ratzinger purtroppo non tiene conto degli studi più recenti nel campo dell’esegesi biblica; secondo tali ricerche il cosiddetto peccato d’origine non è qualcosa che sopravviene cronologicamente ad un certo punto, dopo l’inizio sfolgorante e paradisiaco; non c’è nessuna caduta nel senso di una perdita di presunti doni naturali o preternaturali. I progenitori non costituiscono una coppia storica, né primitiva né primordiale; detto in altre parole, Adamo ed Eva siamo noi, è l’uomo storico del passato, del presente e del futuro. Il peccato e il male sono una possibilità originaria da sempre, almeno da quando l’umanità è uscita dalla sua fase di sviluppo animalesco (teoria dell’evoluzione biologica).

 

Attualità dei valori femminili

 

Interessante e ricca di spunti è la sezione dedicata all’attualità dei valori femminili nella vita della società: «Tra i valori fondamentali collegati alla vita concreta della donna, vi è ciò che è stato chiamato la sua “capacità dell'altro”. Nonostante il fatto che un certo discorso femminista rivendichi le esigenze per se stessa, la donna conserva l'intuizione profonda che il meglio della sua vita è fatto di attività orientate al risveglio dell'altro, alla sua crescita, alla sua protezione. Questa intuizione è collegata alla sua capacità fisica di dare la vita. Vissuta o potenziale, tale capacità è una realtà che struttura la personalità femminile in profondità. Le consente di acquisire molto presto maturità, senso della gravità della vita e delle responsabilità che essa implica. Sviluppa in lei il senso ed il rispetto del concreto, che si oppone ad astrazioni spesso letali per l'esistenza degli individui e della società. È essa, infine, che, anche nelle situazioni più disperate — e la storia passata e presente ne è testimone — possiede una capacità unica di resistere nelle avversità, di rendere la vita ancora possibile pur in situazioni estreme, di conservare un senso tenace del futuro e, da ultimo, di ricordare con le lacrime il prezzo di ogni vita umana. Anche se la maternità è un elemento chiave dell'identità femminile, ciò non autorizza affatto a considerare la donna soltanto sotto il profilo della procreazione biologica» (par.13). E poco più avanti: «In tale prospettiva ciò che si chiama “femminilità” è più di un semplice attributo del sesso femminile. La parola designa infatti la capacità fondamentalmente umana di vivere per l’altro e grazie all’altro» (par.14). In queste belle e valide riflessioni aleggia il principio femminile e materno, capace di trasformare l’estraneo in intimo e familiare. Una sola osservazione: femminista o no che sia il discorso, perché non pensare le esigenze per se stessa come direttamente proporzionali alla capacità dell’altro? Proprio come lo sono il desiderio e il dono nella coppia ottimale: più desidero e più mi dono, e viceversa. Anzi forse solo in un per sé autentico, non egoistico, si instaura la vera “capacità dell’altro”.

 

Concludendo e riassumendo, i punti da sviluppare potrebbero essere i seguenti:

 

a)        La questione del determinismo biologico; il rapporto fra natura e cultura, ed eventualmente tra sesso e genere.

b)       Più in generale una valutazione della questione femminile, delle teorie femministe, del femminismo anche cattolico, ossia delle varie teologie al femminile.

c)        La differenza sessuale e l’uni-dualità fra desiderio e concupiscenza.

d)       Carattere potenziale e singolarizzato del simbolo, eventualmente anche per via negativa?

e)        La paternità di Dio svincolata dalla sessualità maschile?

f)        Il male/peccato come possibilità originaria, da evitare ma di fatto non evitata.

 

Mauro Pedrazzoli

 

Giovanni Salmeri

La differenza uomo-donna e il bene comune della società

Intervento

 

                Lo straordinario interesse suscitato dalla recente lettera «sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo» è un un segno importante, anche quando le reazioni hanno assunto il tono della perplessità e della critica. Esso testimonia infatti la radicale importanza del tema affrontato, e anche la capacità che in un modo o nell’altro la voce della Chiesa ha di interpellare e provocare la riflessione. In questo breve intervento cercherò di raccogliere in piccola parte questo invito alla riflessione sotteso dalla Lettera, scegliendo un punto di partenza prevalentemente filosofico, e soprattutto cercando di mostrare perché la filosofia in questo campo si trova in particolare difficoltà.

                Il punto di vista filosofico non sembra infatti il più adatto a tematizzare qualsiasi «differenza», meno che mai la differenza tra uomo e donna. Sembra davvero, infatti, che il movimento tipico della filosofia sia la ricerca dell’unità, del principio unificatore, che viene prima delle differenze, anche se empiricamente viene raggiunto dall’intelletto solo in un secondo momento. Se vogliamo porre l’atto di nascita della metafisica nel pensiero di Parmenide, è difficile non riconoscere che la ricerca dell’unità assoluta è il punto di origine e anche il destino del pensiero filosofico. Allo stesso modo, tale ricerca dell’unità è anche ciò che è più caratteristico della scienza, il cui spirito è legittimo figlio della filosofia: cercare una legge scientifica non significa altro che cercare un’unica formula che riconduca all’unità diversi fenomeni a prima vista, ma appunto solo a prima vista, differenti. Forse fu Leibniz colui il quale con più profondità riflettè su questo aspetto, fino a concludere, in maniera senza dubbio logica, che il procedimento della ricerca scientifica è realmente giustificato solo se si suppone che il mondo stesso sia stato creato da Dio con le leggi più semplici e unitarie possibili, e che anzi proprio per questo il mondo attuale sia stato scelto da Dio a preferenza degli altri infiniti universi che egli avrebbe potuto creare. Il pensiero insomma, cerca l’unità, e solo da essa pare soddisfatto; la differenza, al contrario, sembra qualcosa di provvisorio, da superare.

                In secondo luogo, bisogna notare che la differenza tra uomo e donna ha uno statuto sfuggente nella gerarchia degli esseri: non è una differenza individuale, come quella che distingue Antonio da Marco; ma non è neppure una differenza specifica, come quella che distingue un cane da un gatto. È qualche cosa che ha a che fare con la vita, e dunque con ciò che rende possibile e unifica una specie vivente, ma dall’altra parte non è indispensabile in generale alla vita (la differenza sessuale compare solo ad un certo grado nella scala delle specie viventi). Una delle tracce più evidenti di questo imbarazzo si vede nella tradizione platonico-aristotelica, che non avendo a disposizione appunto né la differenza individuale, né quella specifica, ha usato, per pensare la differenza sessuale, la distinzione metafisica tra «forma» e «materia»: il maschio svolgerebbe la funzione della «forma» che trasmette il principio vitale, la femmina della «materia» che permette a questo principio di moltiplicarsi. Una interpretazione, questa, che inevitabilmente conduce all’idea della femmina come di una realizzazione di secondo rango, all’idea della femmina come di un «maschio malriuscito»; nel mito platonico del Timeo, la donna è addirittura la reincarnazione punitiva di uomini deboli e vili. Tutto ciò autorizza anche a portare avanti una «antropologia filosofica» senza mai neppure citare né la maschilità, né la femminilità: ancora Heidegger affermava esplicitamente che l’esistenza umana nel suo significato più radicale e profondo è indifferente all’essere maschio o femmina. I termini che potrebbero descrivere una indagine diversamente mirata, «andrologia filosofica» e «ginecologia filosofica» sembrano in effetti solo espressioni comiche.

                Senza dubbio la sensibilità culturale contemporanea, per molti motivi, ha invece sviluppato un’attenzione molto grande per la diversità, che oggi facilmente viene reputata un valore in sé. È interessante notare come il termine «pluralismo», originariamente usato per definire le poche filosofie eccentriche che rinunciano alla ricerca di una realtà unica e assoluta, sia diventato il modo per descrivere uno stato di fatto, giudicato utile e positivo, in cui differenti opinioni e tradizioni convivono pacificamente. Tale atteggiamento «pluralistico» sicuramente porta con sé anche una diversa valutazione della compresenza di uomini e donne: affermare che la loro differenza, in qualsiasi ambito della vita sociale, culturale, spirituale, è buona, significa sfondare oggi una porta aperta. Proprio per questo motivo conviene non essere frettolosi e non sottovalutare i giusti diritti della ricerca di unità e universalità che abbiamo prima descritto come tipica della filosofia (e anche della scienza). Per esempio, non si può dimenticare che la ricerca dell’unità nella storia della filosofia si è presto intrecciata con la ricerca del Dio Uno; e non si può dimenticare che tutte le affermazioni sulla dignità e grandezza dell’uomo (o dell’«essere umano», come oggi spesso si preferisce dire) suppongo ovviamente un’idea unitaria di uomo. Ma, pur apprezzando la nobiltà di questi itinerari, dobbiamo ripetere che proprio il pensiero fatto per cercare e pensare l’unità, non sembra in grado di tematizzare adeguatamente qualsiasi «differenza», meno che mai la differenza tra uomo e donna. Questo è uno dei grandi drammi del pensiero. Secondo Aristotele, anzi, si tratta del dramma principale: se la realtà è tutta differente, individuale, e il pensiero può usare solo procedimenti e termini universali, come potrà mai esso conoscere realmente? Questo è il dubbio che egli espone nel terzo libro della Metafisica come «il più grave e più importante», e che tristemente nella Metafisica stessa non trova mai risposta. Già nel formulare questo problema abbiamo però nominato la parola fondamentale: realtà. Le differenze ci sono nella realtà, nella realtà che non creiamo noi, ma semplicemente incontriamo. Nella realtà le viviamo, le sperimentiamo, le sentiamo. E tutto ciò accade con una fedeltà a cui il pensiero non è vincolato: noi possiamo pensare ciò che vogliamo, ma non possiamo vivere, sperimentare, sentire ciò che vogliamo: noi viviamo, sentiamo, sperimentiamo solo ciò che ci è dato.

                È questo in fondo il motivo per cui Søren Kierkegaard, il grande avversario di Hegel, affermava che non la filosofia, ma soltanto la dogmatica, la teologia, parla della realtà e fa incontrare con essa: perché la teologia sa che il suo oggetto le è dato, e solo per la teologia «realtà» significa «realtà creata da Dio», così come egli la ha voluta. Mentre da un punto di vista filosofico abbiamo accennato alle mille difficoltà nel tematizzare la differenza, e tanto più la differenza tra uomo e donna, alla teologia basta aprire il libro della Genesi per sapere dopo poche righe che «maschio e femmina li creò». La differenza rispetto al mito platonico è abissale. E così la filosofia potrebbe semplicemente passare il microfono all’esegesi. Oppure, certo, basta aprire gli occhi per rendersi conto che ci sono uomini e donne, non è certo difficile: ma questo sguardo, mille volte più semplice del poema di Parmenide o della Metafisica di Aristotele, è un gesto teologico, perché si incontra con la realtà, così com’è. In questo senso, i sensi sono molto più nobili e più teologici del pensiero (un’idea questa che forse è utile anche alla teologia dei sacramenti), e anziché essere ossessionati dal desiderio di ricondurre la realtà ad un comun denominatore, semplicemente entrano in contatto con essa, nella sua varietà e nelle sue differenze. Essere fedeli ai sensi non si significa allora altro che credere che questa varietà e queste differenze abbiano un senso.

                Abbiamo prima citato Leibniz. Per correttezza dobbiamo qui completare la sua idea: egli non dice solo che il mondo attuale è quello con le leggi più semplici possibili: ma quello in cui le leggi più semplici possibili producono gli effetti più vari e ricchi possibili. La bontà, in altre parole, è ricchezza, e in questo la filosofia di Leibniz, malgrado i suoi limiti, si mostra davvero «cristiana». Ma ci sono anche delle pagine molto belle di Tommaso d’Aquino, forse meno note di quanto meritino, in cui egli si interroga su quale sia l’origine della diversità delle creature; laddove la filosofia (soprattutto il neoplatonismo) direbbe che questa diversità è il segno di una decadenza, o magari una illusione o un incidente, Tommaso replica che solo il creatore può averla voluta, e se l’ha voluta è perché tante creature diverse «rappresentano» l’essenza divina meglio di una sola, per quanto perfetta essa sia. Mi pare che sia difficile trovare un punto cruciale in cui così chiaramente Tommaso pone sulla scena il contrasto drammatico tra lo spirito filosofico e lo spirito della fede; solo quest’ultimo è in grado di riconoscere senso e dignità all’esperienza di ammirazione di fronte alla inesauribile policromia della realtà. Certo, quando fa queste riflessioni Tommaso sta pensando alle differenze delle diverse specie, non alla differenza sessuale. Ma non sembra esserci nulla in contrario ad estendere questo principio, e a pensare che ogni sguardo gettato sulla differenza coglie qualcosa dell’essenza divina.

                Senza dubbio (come sembra vizio comune della filosofia) abbiamo affrontato il nostro tema molto da lontano. Ci è sembrato però importante farlo perché sia evidente che, prima di essere un importante e cruciale tema di discussione sociale, la differenza tra uomo e donna chiama in gioco alcuni dei rischi più gravi e delle possibilità più ricche non solo della cultura, ma ancor prima della natura umana. Quando un pensiero autonomo e apriori viene scelto come unica guida della vita, le differenze vengono di fatto dimenticate e umiliate, e una delle prime differenze che cade (proprio per il suo carattere reale, inquietante, e d’altra parte incerto e sfuggente per il pensiero) è la differenza tra uomo e donna. La storia ha conosciuto come forma prevalente (non unica) di questa eliminazione della differenza l’emarginazione della donna, teoricamente considerata una variante malriuscita dell’uomo maschio, e praticamente guardata con sospetto ogni qualvolta ha espresso qualità intellettuali e morali considerate «maschili». Il femminile diventa così da una parte semplicemente l’immaturo, il debole, l’irrazionale, l’imprevedibile; dall’altra ciò che tanto più diventa pericoloso quando sembra superare l’immaturità e la debolezza. Prima di scartare questa interpretazione come una maligna e acida tesi «femminista», inopportuna per orecchie cattoliche, conviene rileggere e non dimenticare quello che scriveva la prima dottoressa della Chiesa, S. Teresa di Gesù: «Signore, quando eravate su questa terra, lungi dal disprezzare le donne, avete cercato di favorirle con grande benevolenza. Avete trovato in loro tanto amore e fede, più grande che negli uomini. ... Non basta, Signore, che il mondo ci tenga chiuse a chiave, che non possiamo fare nulla per Voi in pubblico che valga qualcosa, che non osiamo parlare di certe verità che piangiamo in segreto; avverrà pure che Voi non ascolterete la nostra domanda così giusta? Non lo credo, Signore, per la Vostra bontà e giustizia, perché Voi siete giudice giusto, e non come i giudici della terra, i quali, figli di Adamo come sono e in definitiva tutti maschi, non c’è virtù di donna che non tengano in sospetto. Sì, dovrà arrivare un giorno, mio Re, in cui tutti appariranno quali sono».

                «Tutti appariranno quali sono»: non è soltanto un grido di dolore, ma anche un desiderio di realtà. Ma mantenere fermo il principio della realtà (la realtà creata da Dio!) significa anche rivalutare quel principio dell’esperienza che altrimenti sembra solo un facile rifugio dell’effimero e dell’arbitrario. Forse mai abbastanza si può ripetere che solo l’esperienza, presa nel suo senso più ricco, più integrale, più profondo, può dire e insegnare la maschilità e la femminilità, e che bisogna avere in forte sospetto ogni tentativo di definire una volta per tutte che cosa sia la maschilità e la femminilità (un procedimento, questo tipicamente intellettuale). In fondo, come ogni nuovo essere umano che viene al mondo insegna qualcosa in più su che cosa sia l’umanità, così la stessa cosa si dovrebbe dire del maschile e del femminile, sia in rapporto alle vite individuali, sia in rapporto alle tradizioni storiche e culturali. L’unico elemento che sembra davvero invariabile, perché inscritto nella stessa possibilità di sopravvivenza della specie umana, e che maschile e femminile sono destinati ad una relazione e solo in questa relazione esistono, e che la vita, con il suo tesoro di novità che appunto produce ad ogni nascita, dipende da questa relazione. Ma quale sia il contenuto dei due elementi in relazione è appunto solo l’esperienza, nel suo senso più profondo e oserei dire «teologico», che lo deve insegnare. I gravi limiti della tradizione platonico-aristotelica, a cui prima abbiamo fatto cenno, credo che insegnino a sufficienza quanto bisogna guardare con attenzione e sano sospetto a tutte le determinazioni apriori troppo chiare e definitive. Affidarsi all’esperienza, e cioè in definitiva all’incontro con la realtà, significa credere che l’alterità umana non è semplicemente una formula, una relazione astratta, ma l’incontro di soggettività umane concrete, ricche della loro storia, dei loro sentimenti, dei loro progetti, della loro fede. Uno dei più grandi filosofi del XX secolo, Emmanuel Levinas, identificò «alterità» e «femminilità», e giustificò questa scelta appunto sostenendo che questo era il modo migliore di sottolineare il fatto che l’alterità ha sempre un contenuto concreto.

                Sarebbe interessante ripercorrere alcuni dei tentativi che negli ultimi decenni sono stati compiuti per individuare alcuni di questi contenuti concreti (certo in linea generale, e quindi con una dose inevitabile di astrazione). Uno dei più noti si deve per esempio a Carol Gilligan, che sostenne, sulla base di indagini sperimentali, l’esistenza di due differenti modelli di evoluzione morale nell’uomo e nella donna: mentre l’uomo tenderebbe più a ragionare per principi astratti, la donna svilupperebbe una maggiore attitudine a risolvere i casi morali in base ad un rapporto diretto con le persone interessate. Ciò sarebbe una lontana conseguenza del diverso sviluppo psicologico: mentre l’uomo giunge a chiarire la propria personalità distinguendosi dalla madre, la donna compie un processo simile al contrario identificandosi con lei (donde la conseguenza che l’uomo ha più spesso problemi di relazione, la donna più spesso problemi di identità). Una moralità adeguata, pienamente umana, concludeva Carol Gilligan, si può raggiungere solo quando i due approcci maschile e femminile si integrano e completano. Un principio simile è stato applicato da altri alla professione medica: il fatto che i medici siano per lo più uomini, mentre le infermiere siano per lo più donne, rispecchia la tendenza dei primi ad applicare i criteri di cura universali, delle seconde a trovare la giusta mediazione personale con i pazienti. Un suggerimento ancora simile è stato vagamente suggerito per l’informatica: il numero ridottissimo di donne operanti in questo settore spiegherebbe il deficit di attenzione ai problemi di «usabilità»: gli uomini, mediamente più dotati matematicamente, sono in grado di scrivere programmi informatici estremamente raffinati e complessi; ma vanificano il lavoro fatto dimenticando le esigenze di chi li dovrebbe usare, cosa che una donna potrebbe spontaneamente comprendere meglio.

                Questi esempi (che abbiamo citato solo per la loro semplicità) a loro volta suggeriscono anche un’altra ipotesi: se davvero lo spirito maschile è più connesso all’universalità, e quello femminile alla particolarità del reale, non è in fondo l’intero atteggiamento «filosofico», dal quale abbiamo preso le mosse, un atteggiamento maschile? O in altre parole: la tentazione prima dell’uomo non consiste proprio nella dimenticanza della differenza e della realtà, e da questa tentazione non sarebbe proprio la donna a salvarlo? Questa ipotesi ha avuto di fatto una elaborazione acuta, e anche polemica, in alcune tendenze del femminismo degli ultimi decenni. Qui non intendiamo parlare del problema, ma soltanto suggerire l’ipotesi che anche l’alleanza tra astrazione e concretezza, tra pensiero e realtà, alleanza di cui forse mai come oggi si sente il bisogno, è in qualche modo anch’essa connessa alla possibilità di un nuovo incontro tra uomini e donne. Recentemente è stato sostenuto che il ragguardevole numero di donne che hanno militato nelle fila della fenomenologia (prima tra tutte Edith Stein) è connesso proprio al suo carattere «accogliente» e intenzionalmente ancorato alla realtà. La fenomenologia sarebbe in sostanza la filosofia che di fatto include come soggetto anche un soggetto femminile, e proprio per questo la filosofia che riesce a prendere sul serio anche lo spessore «teologale» della realtà.

                Del tema assegnato, ancora il secondo elemento è rimasto costantemente sullo sfondo: «il bene comune». Per farlo passare in primo piano, crediamo che basti riannodare alcuni fili pendenti. Che la collaborazione tra uomini e donne sia un bene per la società, è cosa così ovvia che non ha bisogno di essere né difesa, né argomentata. Altrettanto ovvio (o, perlomeno, vero) è che la società stessa ha la sua radice psicologica e ontologica nella famiglia, in cui la relazione tra un uomo e una donna è chiamata alla sua realizzazione più dolce e vertiginosa. Certo entrambi questi temi (e particolarmente il secondo) sarebbero segni di maggiore approfondimento, ma l’itinerario che abbiamo tracciato ci ha suggerito qualcosa di meno evidente che preferiamo sottolineare. Anzitutto c’è un senso radicalissimo in cui la differenza sessuale è connessa al bene: la differenza tra uomo e donna è parte di quella realtà data, creata, che nella sua varietà rappresenta e simbolizza la ricchezza della natura divina, quella natura che S. Bonaventura osava definire omnimoda, «infinitamente varia». In fondo non dev’essere trascurabile se la Scrittura, sia pur mediate dalla forma di un’esplicita metafora, ci trasmette anche l’immagine di un Dio al femminile, di un Dio materno. Si potrebbe obiettare che questo vale solo per il credente: ma bisognerebbe allora rispondere che al contrario questo vale per tutti, e che il credente ha il privilegio di saperlo e il compito, per quanto possibile, di trasmetterlo. In un’epoca il cui il pericolo non sembra più quello della guerra tra sessi, ormai abbondantemente archiviata, ma quello della caduta nell’indifferenza di tutto ciò che è differente, questo sembra davvero un compito enorme. Si tratta di dire in modi nuovi e comprensibili che l’uomo e la donna, nella loro sempre nuova differenza e sempre nuova ricchezza, possono dire e significare qualcosa del bene infinito cui tutti aspiriamo con il nostro cuore, e che non può in fin dei conti identificarsi con nulla di creato, meno che mai con l’ordinata sopravvivenza di una società liberale.

                C’è poi un senso altrettanto radicale, antropologico. Forse l’andrologia e la ginecologia filosofica resteranno solo espressioni scherzose. Ma il fatto che l’essere umano esista solo come maschio o come donna, e che questa differenza, malgrado ciò che pensino i filosofi, non sia posteriore ad una umanità neutra, ma sia la differenza nella quale necessariamente e fin dall’inizio esistiamo, dice molto dell’uomo all’uomo. Di tutte le differenze che si possono empiricamente osservare tra uomini e donne è certo molto difficile separare esattamente e astrattamente quelle dovute alla natura da quelle dovute alla storia e alle tradizioni. Ma questo forse non è neppure tanto importante: certamente più importante è che, con tutta la loro storia, così come sono, uomini e donne sappiano insegnarsi l’un l’altro che cosa sono, e in fin dei conti che cosa è questa strana umanità della quale ciascuno di noi può vivere soltanto una faccia. Se l’uomo vive necessariamente in questa differenza, scoprire e vivere la differenza, comprese le ferite e le ansie che essa arreca, significa incrociare il proprio bene nella forma più intima e più convincente possibile.

 

 

 


 

La lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo.

CONTINUITà E PROGRESSO RISPETTO ALLA “MULIERIS DIGNITATEM”

Prof.ssa JUTTA BURGGRAF università di Navarra

 

Una riflessione previa

È ormai un'abitudine, purtroppo, assi­stere ai fatti più drammatici e scandalosi che i mezzi di comunicazione ci mostra­no quotidianamente, spesso messi in scena per soddisfare la morbosità di una gran fetta di pubblico; un marito prende un'arma e uccide sua moglie in un attacco d'ira, un altro la spinge giù dalla finestra, un terzo ferisce gravemente la sua compagna con un coltello. Queste scene potrebbero accadere in qualsiasi città tranquilla e pacifica, dove i vicini si riuniscono rapidamente per esprimere il loro stupore e sconcerto. E dopo aver ascoltato lamenti più o meno eloquenti, passiamo ad un'altra notizia, pensando che la società dovrebbe proteggere di più le donne... Senza negare che questa protezione è una necessità davvero ur­gente, i risultati di alcune recenti inchie­ste fanno riflettere. Come afferma una rivista tedesca di psicologia, a soffrire più intensamente per la violenza domestica sono gli uomini, e non le donne (cfr «Psychologie heute», luglio 2004). Anche le donne si mostrano sempre più inclini alle aggressioni fìsiche, mentre i loro mariti preferiscono tacere sui mal­trattamenti che subiscono. «Sono sem­pre stata abbastanza intelligente da .schiaffeggiare solo uomini educati e mi­ti, che non avrebbero restituito il ma­nrovescio», dichiara una femminista atti­va (cfr «Die Welt», 11 giugno 2004). A parte questa confessione rivelatrice, è noto che anche le donne sono capaci di procurare un danno (pavé con torture psicologiche, amareggiando la vita dei loro familiari con mezzi più sottili ed ^indimostrabili», come la coazione, l'u­miliazione o il malumore costanti.

Di fronte a tale situazione non sor­prendo che la Congregazione per la Dot­trina della Fede si sia indirizzata, con una sua Lettera, sia agli uomini che alle donne. Il suo intento non è solo quello di difendere la dignità della donna, co­me fece Papa Giovanni Paolo II, con grande sensibilità, sedici anni fa con la Lettera apostolica Mulieris dignitatem, documento che suscitò persino l'ammi­razione di alcuni circoli femministi radi­cali. «Mi piacerebbe che tutti i fanatici del mondo ragionassero con l'equilibrio del Papa», disse ad esempio Gertrude Mongella, Presidente della Conferenza Internazionale sulla Donna a Pechino. Queste parole di Gertrude Mongella furono pubblicate su «Kirche heute», dicembre 1996, 26).

Oggi invece,-oltre ad indicare chiaramente i diritti legittimi della donna — e ad impegnarsi perché vengano rispettati nei cinque continenti —, è necessario parlare anche dei doveri di entrambi i sessi. Per dirla in modo più accattivante, è giunto il momento di ricordare alle persone quale grande missione hanno in questo mondo. Tutti siamo stati creati per essere «aquile», capaci di volare molto in alto, verso il sole, e non dovremmo rimpicciolirci comportandoci come «galline» che non fanno altro che beccarsi per prendere i chicchi di grano sparsi per terra.

 

La chiamata creatrlce

Sia la Mulieris dignitatem, sia la recente Lettera sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo si rifanno ai testi della Genesi per indicare il grande valore dell'essere umano. «Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza» (Gn 1,26), Dio disse nel momento culminante della creazione. Secondo un racconto ebraico, il plurale del verbo non indica solo la maestà divina e la solennità dell’atto, ma e come se il Creatore parlasse già con la nuova- creatura che sta per uscire dalle sue mani: «Ecco, tu ed io faremo l'uomo. Se non mi aiuti, non po­trò realizzare il progetto eterno e mera­viglioso che ho su di te». SI tratta di un'allusione alla libertà della persona umana, che si «costruisce» attraverso i propri atti, ed è protagonista della pro­pria vita. L'arte di vivere consiste nel far sviluppare - con la grazia divina - il progetto divino su di sé.

Per raggiungere questa meta non pos­siamo sfuggire alla nostra realtà, anzi la dobbiamo conoscere ed affrontare, per accettarci come siamo, con le jnnumerevoli ricchezze ricevute da Dio, e con i li­miti di ogni essere finito. In questo con­testo occorre scoprire la propria identità sessuale.

Il racconto della creazione testimonia l'originaria differenza tra l'uomo e la donna: «Allora il Signore Dio fece scen­dere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costale e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all'uomo, una donna e la condusse all'uomo. Allora l'uomo disse: "Questa volta essa è carne dalla mia carne e os­so dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall'uomo è stata tolta”» (Gn 2,21-23).

Da questo testo non si può dedurre in alcun modo che la donna sia subordina­ta all'uomo o inferiore a lui (una sempli­ce «costola»), poiché l'Adamo prima del sonno è la persona umana in quanto ta­le, L'autore della Genesi non parla della differenza sessuale (Adamo ha ancora la sua «costala»), ma dice che l'uomo (ma­schio e femmina) è il signore della crea­zione che lo circonda. Qui è presente anche la donna a dare un nome agli ani­mali e ad essere sola, senza una compa­gnia adeguata.

Il sonno di Adamo solitario esprime il mistero: è Dio stesso che agisce nella creazione dell'essere umano; e i suoi piani sono di molto superiori ai nostri. Nella Sacra Scrittura il sonno, non po­che volte, è uno spazio di rivelazione (basti ricordare i sogni di Giacobbe o di Giuseppe).

E, finalmente, dopo il sonno, appare la differenza sessuale: Adamo ed Eva si riconoscono uguali e complementari. Perciò si può dire che Dio ha creato l'uomo e Ia donna in un unico atto mi­sterioso. Non c'è destra senza sinistra, non c'è alto senza basso, non c'è uomo senza donna. Vediamo quindi con chiarezza che la differenza sessuale, non è irrilevante né addizionale, né si tratta di un prodotto sociale, ma ha origine dall'intenzione stessa del Creatore (Lettera 12).

 

Verso una comprensione della sessualità umana

Creando la persona umana come uomo e donna, Dio ha voluto che l'essere umano si esprimesse in due modi distinti e complementari, ugualmente belli e validi (Lettera 8). è certo che Dio ama la donna quanto l'uomo. Ha dato ad en­trambi la dignità di riflettere la sua im­magine, e chiama entrambi alla pienezza. Ma perché li ha fatti differenti? La procreazione non può essere l'unica ra­gione, perché si potrebbe compiere an­che per via partenogenetica o asessuata, o in altri modi che si possono riscontra­re, con grande varietà, nel regno anima­le. Queste forme alternative sono alme­no immaginabili e documenterebbero una certa autosufficienza.

La sessualità umana, invece, significa un chiaro orientamento verso l’altro. Mostra che la pienezza umana sta proprio nella relazione, nell'essere-per-l'altro. Spinge ad uscire da sé, a cercare l'altro e a rallegrarsi della sua presenza. è come il sigillo del Dio dell'amore nella struttura  stessa della  persona umana (Lettera 6). Anche se ognuno è amato da Dio «per se stesso» (cfr Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale   Gaudium et spes, 24; Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Mulieris dignitatem [15 agosto 1985], n.7, 10, 13, 18, 20, 23) ed è chiamato ad una pienezza indi­viduale, non può raggiungerla se non in comunione con gli altri. è fatto per dare e per ricevere amore. Di questo ci parla la condizione sessuale che ha in sé un immenso valore. Entrambi i sessi sono chiamati da Dio stesso ad agire e a vive­re insieme. Questa è la loro vocazione. Si può persino affermare che Dio non ha creato l'essere umano come maschio e come femmina per generare nuovi esseri umani, ma piuttosto che l'uomo ha la capacità di generare per perpetuare l’immagine divina che egli stesso riflette nella sua condizione sessuata.

 

L'amore perfetto

La sessualità umana ci parla nel contempo di identità e di alterità. Uomo e donna hanno la stessa natura umana, ma in modi distinti, reciproci (Lettera 6, 9, 11, 12, 14).

Secondo alcune interpretazioni anti­che, Adamo va incontro ad Eva come Dio va incontro all'umanità. Pertanto l'uomo, che rappresenta Dio, sarebbe attivo, mentre la donna, che rappresen­ta l'umanità, sarebbe passiva. Per supe­rare questa argomentazione non occorre ripetere le triviali proteste di alcune femministe. Basta appellarsi alla nostra esperienza quotidiana per rilevare che la donna non è affatto passiva (Lettera 1,16). Possiamo dire che è ricettiva nella sua femminilità, in quanto immagine di Dio come l'uomo.

Nell'intimo della Trinità ci si rivela una vita insondabile di comunione piena e felice. Il Padre dà al Figlio tutto quel che è, il Figlio lo riceve e ricambia con uguale generosità nei confronti del Padre, ed entrambi operano nello Spirito che è l'Amore stesso (Lettera 6). Con­templando questo mistero possiamo sco­prire che l'amore «perfetto» non consi­ste nel dare...e dare…e dare, senza de­siderare niente in cambio (nell'ambito umano questo atteggiamento può esprimere una latente necessità di essere importante e può diventare opprimente per l’altro). L'amore perfetto consiste nel dare e nel ricevere, persino nell'intimità divina. Anche la capacità di ricevere è un esigenza dell’amore, e a noi può costare a volte più del dare, perché richiede umiltà.  

Tornando alla relazione tra i sessi, è evidente che non è solo l'uomo a dare, né solo la donna a ricevere. L'amore a cui entrambi sono chiamati si esprime in una donazione libera e reciproca, che è possibile solo se è reciproca anche la disposizione a ricevere. La capacità di ricevere, come quella di dare, è un elemento costitutivo della comunione, e porta frutti positivi ad entrambi. Infatti, quando si riceve, si rende felice, si arricchisce e si rafforza anche l'altro, dato che l'accoglienza è uno dei maggiori doni che si possano fare ad una persona. Qui si vede che anche la ricettività com­porta un'attività, ma un'attività che ac­cetta, interiorizza ed è al servizio dell'approfondimento dell'azione altrui. Ol­tre a tutto questo, la ricettività può esse­re compresa integralmente se si riconosce in essa una speciale forma di attività, di espressione, di creatività.

Senza l'altro, la persona umana si sente «sola» (come Adamo nel paradiso); sperimenta la propria insufficienza (Mulieris dignitatem 7; Lettera 6). Per que­sto l'uomo tende costitutivamente alla donna, e la donna all'uomo. Non cerca­no l'unità androgina, come suggerisce la mitica visione di Platone nel «Simposio», ma hanno bisogno l'uno dell'altra per sviluppare pienamente la loro umanità. La donna è data in «aiuto» all'uomo e viceversa, il che non equivale a «servo», nè esprime disprezzo (Mulieris dignita­tem 10; Lettera 6). Anche il salmista di­ce a Dio: «Tu sei il mio aiuto» (Sal­mo 70, 6; cfr Salmo 115, 9-11; 118, 7; 146, 5).

A partire dall'esperienza primaria sap­piamo che non si tratta necessariamente della relazione tra un unico uomo e un'unica donna. La reciprocità si espri­me in varie situazioni diverse della vita, in una pluralità policroma di relazioni interpersonali, come la maternità, la pa­ternità, la filiazione e la fraternità, l'ami­cizia e la collegialità e tante altre, che si riferiscono in contemporanea ad ogni persona. Alcuni rilevano, pertanto, che
si tratta di una «reciprocità asimme­trica».

 

La differenza sessuale

Quali sono, allora, le differenze ses­suali? L'uomo e la donna si distinguono, evidentemente, per la possibilità di di­ventare padre o madre. La procreazione in loro è nobilitata dall'amore che ne è t'ambito adeguato e, proprio per il suo vincolo con l'amore, Dio l'ha posta al centro della persona umana come opera congiunta dei due sessi. Ebbene, se af­fermiamo che la possibilità di generare non può essere l'unica ragione della dif­ferenza sessuale, non dobbiamo centrar­ci esclusivamente sulla paternità - maternità comune, benché  questa riveli uno speciale protagonismo ed una fiducia immensa di Dio. Ma essere donna ed essere uomo, non si esaurisce nell'es­tere rispettivamente madre o padre (Lettera 2, 13). Considerando le qualità specifiche della donna, il recente docu­mento parla opportunamente del «genio della donna»( Lettera 13) (si tratta di un'espressione coniata da Giovanni Pao­lo II, Lettera alle donne [29 giugno 1995], n. 9-10). Esso consiste in un'atti­tudine di fondo che corrisponde alla struttura fisica della donna e ne è, a sua volta, promossa. Infatti, non sembra sconsiderato supporre che l'intensa rela­zione della donna con la vita possa ge­nerare in lei delle disposizioni particola­ri. Come durante la gravidanza la donna sperimenta una vicinanza unica con un nuovo essere umano, così anche la sua natura favorisce l'Incontro interpersonale con quanti la circondano. Il «genio della donna» si può tradurre in una deli­cata sensibilità di fronte alle necessità e alle richieste degli altri, nella capacità di rendersi conto dei loro possibili conflitti interiori e di comprenderli. Lo si può identificare con una speciale capacità di mostrare l'amore in un modo concreto (Mulieris dignitatem 30), con la «capaci­tà dell'altro» (Lettera 13).

Ma evidentemente non tutte le donne sono dolci e dedite; non tutte mostrano un'inclinazione alla solidarietà; non è ra­ro  che, in certi casi, un uomo abbia una maggiore sensibilità per accogliere e aver cura, di quanta non ne abbia la maggior parte delle donne; e può essere anche più mite di sua moglie. In questo senso è un vero passo in avanti il fatto che la recente Lettera non solo ricorda che i valori femminili sono valori umani, ma distingue con finezza tra la donna e i valori che le sono più propri, e tra l'uomo e i valori che gli sono più propri (Lettera 14). Ciò vuol dire che ogni persona può e deve sviluppare an­che i talenti del sesso opposto benché, in genere, le possa risultare un po' più difficile.

Naturalmente, se c'è un «genio fem­minile» vi è anche un «genio maschile». Qual è il talento specifico dell'uomo? Questi ha per natura una maggiore distanza dalla vita concreta. Si trova sem­pre «fuori» dal processo della gestazione e della nascita, a cui può prendere parte solo attraverso la propria moglie. Pro­prio questa maggiore distanza gli consente un'azione più serena a favore della vita, per proteggerla ed assicurarne il fu­turo. Ciò può portarlo ad essere un vero padre, non solo nella dimensione fisica, ma anche in senso spirituale. Può por­tarlo ad essere un riferimento saldo, si­curo e di fiducia. Ma può condurlo an­che ad un certo disinteresse per le cose concrete e quotidiane, il che purtroppo è stato favorito in epoche passate da un'educazione unilaterale.

 

L'Identità sessuale

A differenza della Mulieris dignitatem, la Lettera si occupa delle ideologie estremiste di genere (gender) che nega­no l'identità sessuale, perché l'influenza di queste teorie è notevolmente aumen­tata nell'ultimo decennio (Lettera 2).

Mentre il termine «sesso» si riferisce alla natura e racchiude due possibilità (uomo e donna), il termine «genere» proviene dai campo della linguistica do­ve si danno tre variabili: maschile, fem­minile e neutro. Le differenze tra l'uo­mo e la donna non corrisponderebbero, dunque - al di là delle ovvie differenze morfologiche -, a una natura «data» dal Creatore, ma sarebbero mere costru­zioni culturali, «fatte» secondo i ruoli e gli stereotipi che ogni società assegna ai sessi. Date queste premesse si mette in rilievo, certamente a ragione, che in passato le differenze sono state accen­tuate smisuratamente, portando a situa­zioni di ingiusta discriminazione delle donne. Per lunghi secoli il destino della donna era quello di essere «modellato» come un essere inferiore, escluso dalle decisioni pubbliche e dagli studi superio­ri. Tuttavia, ai nostri giorni non dobbia­mo ostinatamente chiudere gli occhi di fronte al fatto che il Santo Padre ha va­rie volte chiesto perdono, in modo pub­blico e ufficiale, per le ingiustizie che le donne hanno subito lungo i secoli anche da parte dei cristiani; inoltre è evidente il cambiamento di rotta nel modo di trattare le donne, sia a livello politico che giuridico, sociale e privato.

Nella persona umana, il sesso e il ge­nere - il fondamento biologico e la sua espressione culturale - certamente non sono la stessa cosa, ma non sono nean­che completamente indipendenti. La Lettera si propone di stabilire tra i due una relazione corretta.

 

Collaborazione tra l'uomo e la donna

C'è una profonda unità tra la dimen­sione corporea, quella psichica e quella spirituale della persona umana, un'inter­dipendenza tra il suo aspetto biologico e quello culturale. Il comportamento ha una base nella anima, da cui non può svincolarsi completamente.

L'unità e l'uguaglianza tra l'uomo e la donna non annullano le differenze. Ben­ché le qualità femminili (come quelle maschili) non siano rigidamente identifi­cabili, non possono essere totalmente ignorate. Continua ad esserci un fondo di configurazione naturale, che non può essere annullato senza sforzi disperati che conducono, in definitiva, all'autonegazione. Né la donna né l'uomo posso­no andare contro la propria natura sen­za rendersi infelici. La rottura con la biologia non libera la donna, né l'uomo; è piuttosto un cammino che porta alla patologia.

La cultura, a sua volta, deve dare una risposta adeguata alla natura. Non deve essere un ostacolo al progresso di un gruppo di persone. è evidente che nella storia ci sono state, o continuano ad es­serci molte ingiustizie nei confronti delle donne. Questo lungo elenco di ingiuste discriminazioni non ha alcun fondamen­to biologico, bensì radici culturali; sono, semplicemente, conseguenze del peccato, ed è necessario sradicarle (Lettera  7). È auspicabile che la donna assuma nuovi ruoli in armonia con la sua digni­tà: che sia presente nel mondo del lavo­ro e dell'organizzazione sociale, che ab­bia accesso a posti di responsabilità in politica, cultura ed economia (Lettera 13). Queste non sono concessioni forza­te allo spirito dei tempi, ma conseguen­ze chiare di una conoscenza più profon­da del piano divino sulla creazione (Let­tera 4). Papa Giovanni Paolo II alcuni anni fa ha esortato gli uomini a parteci­pare «al grande processo di liberazione della donna» (Giovanni Paolo II, Lettera alle donne, n. 6).

L'obiettivo dell'emancipazione è quel­lo di sottrarsi alla manipolazione, di non diventare un prodotto, ma di essere un originale. Proprio questa resistenza con­tro le tendenze erronee è la cartina di tornasole della propria libertà (Lettera 14). Una promozione autentica non con­siste nella liberazione della donna dal proprio modo di essere ma nell'aiutarla ad essere se stessa. Per questo include anche la rivalutazione della maternità, del matrimonio e della famiglia (Lettera 11, 13). Se oggi si combatte contro la pressione sociale del passato, che esclu­deva le donne da molte professioni, per­ché allora si teme tanto di andare con­tro l'attuale pressione, molto più sottile, che inganna le donne cercando di con­vincerle che potranno trovare la loro realizzazione solo fuori della famiglia?

 

La donna nella Chiesa

E nella Chiesa? Non conviene fissarsi sull'unica cosa che la donna non può es­sere per un'ineffabile volontà divina (sa­cerdote), ma guardare con gioia alle molte possibilità che le si stanno apren­do, sia nella teologia, sia negli ambiti educativi, giuridici ed organizzativi a tutti i livelli (Lettera 16). La Chiesa è la più grande istituzione del mondo «a fa­vore» della donna. Nessuna istituzione dell'ONU ha tanti collaboratori in tutti i continenti - dai paesi più piccoli dell'A­frica alle isole più lontane del Pacifico - che si impegnano per dare formazio­ne alle donne e aiutarle a vivere con di­gnità.

Come il peccato ha rotto i legami tra i sessi, così la grazia può creare una nuova armonia (Lettera 11, 17). Il loro rapporto sarà tanto più bello quanto più saranno vicini a Dio (Lettera 12). Come cristiani, l'uomo e la donna possono esercitare la loro libertà con maturità. Possono convivere nell'uguaglianza dei diritti, nella responsabilità condivisa per il futuro del nostro mondo. E infine, possono aiutarsi mutuamente a volare come «aquile», sempre più in allo, verso quel sole che è Cristo.

 

 

RATZINGER BIFRONTE

LE DUE FACCE DELL’ULTIMO DOCUMENTO VATICANO SULLE DONNE, SECONDO LA TEOLOGA BENE­DETTINA STATUNITENSE JOAN CHITTISTER.

 

SUOR JOAN CHITTISTER HA SCRITTO QUESTO COMMENTO PER IL SETTIMANALE CATTOLICO U.S.A. «NATIONAL CATHOLIC REPORTER» (13/08/04). TITOLO ORIGINALE: «TOTHE'EXPERTS IN HUMANITY’: SINCE WHEN DID WOMEN BECOME THE PROBLEM?»

 

La Chiesa, esperta in umanità, ha da sempre un interesse per tutto ciò che riguarda uomini e donne", è l'inizio di un nuovo documento di Roma, ma do­po questa "scienza", per quanto sincera possa es­sere, diventa oscura.

La cosa interessante, se non affascinante, dei documenti vaticani che pretendono di affrontare ciò che significa essere una donna nella Chiesa e nella società è che essi normalmente riescono a rendere la questione più confusa invece di chiarir­la. L'ultima parola sulle donne da parte di Roma, "Sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo", non fa eccezione. Se non altro, ricorda una scena del "Violinista sul tetto" in cui Tevye, nel suo monologo con Dio, oscilla "da una parte" e "dall'altra".

Ne consegue che il documento non è così uni­versalmente cattivo come molti titoli affermano. Né è buono come dovrebbe essere in un mondo in cui ragazze di 12 anni e donne di 80 vengono "stuprate, vendute come schiave sul mercato del sesso nella misura, affermano le Nazioni Unite, di due milioni all'anno, usate come strumenti ses­suali di guerra, socialmente invisibili nella mag­gior parte del mondo e private della gestione del­la propria vita, e ovunque sono quasi del tutto i-gnorati i loro programmi, temi e problemi.

Nel suo aspetto peggiore, "da un lato", il do­cumento dimostra una fondamentale mancanza di comprensione del femminismo, delle teorie femministe e dello sviluppo femminista.

In primo luogo, tratta il femminismo come una creatura monolitica dai disegni oscuri e mali­gni. Fa riferimento al femminismo "radicale", ter­mine molto preciso nella storia del femminismo, come se fosse il fondamento della teoria femmini­sta. Persino nel momento della sua migliore e-spressione pubblica, quasi 40 anni fa, il femmini­smo radicale non è mai stato che la più piccola corrente della storia della presa di coscienza da parte delle donne femministe e degli uomini.

In secondo luogo, questo documento fa riferi­mento al femminismo radicale come se fosse la forza trainante della filosofia femminista e una visione mondiale della donna chiaramente univo­ca, e fa anche di questo una questione da discute­re. Ne consegue che tanto i termini usati tanto la teoria a cui si fa appello nella discussione sono  pietosamente desueti e parziali in modo imbaraz­zante nell'analisi della natura del femminismo.

Nel suo aspetto migliore, "dall'altro lato", il documento manifesta uno sviluppo dell’insegnamento cattolico o vaticano sul ruolo e sul posto della donna nella società.

Due posizioni qui rivaleggiano per avere la su­premazia, con l'una che serve solo a negare l'altra.

Primo, il documento ondeggia tra due antropologie, due visioni teologiche del mondo e cerca invano di soddisfare entrambe. Esso rafforza la nozione di un'antropologia dualistica, cioè che uomini e donne sono creature essenzialmente dif­ferenti a causa dei loro organi sessuali; e allo stes­so tempo la confonde.

Le donne, assicura in una sezione, sono piena­mente "umane" e fatte a immagine di Dio. In al­tre parole, le donne hanno il loro ruolo unico da svolgere nell'economia della salvezza. Uomini e donne, perciò, sono ugualmente responsabili nell'alimentare e nell'assumere la responsabilità dell'impresa umana.

In un altro punto, però, è ugualmente chiara l'altra antropologia. Il sesso, la femminilità, non la personalità, non la natura di ciò che significa essere umani determina il nostro ruolo nella vita, afferma il documento. Le nature di uomini e don­ne sono determinate dal loro sesso, dice in modo inequivocabile, e le donne, perciò, sono destinate ad essere coloro che si prendono cura della fami­glia e sono i partner maggiormente responsabili del successo della vita familiare. Una teologia del matrimonio sullo stile "i maschi facciano i ma­schi", che ha tenuto per secoli le donne all'interno di relazioni dannose, viene a galla qui in modo minaccioso.

Un secondo fantasma si aggira al culmine del­la tesi, il fantasma che accusa, avverte, fustiga le donne che osano prendere la parola e prendere decisioni sulla loro vita. Qui il documento rivela il suo soggiacente disprezzo, persine la sua sotto­valutazione, delle ragioni, dei significati e dei te­mi delle donne affermando che la "tendenza" femminista è di sottolineare la subordinazione per "creare antagonismo" nelle donne, per renderle  “avversarie degli uomini" e per "cercare il potere".

Tutto ciò, dice il documento, "porta ad una rivalità tra donne e uomini in cui l'identità e il  ruolo dell'uno sono assunti a svantaggio dell'altro". Non si fa cenno, in questo documen­to, al fatto che sono 2000 anni che questo succede, per tutto il tempo in cui gli uomini hanno do­minato sulle donne in ogni aspetto della società, compresa la proprietà legale da parte degli uomi­ni delle case nelle quali le donne sono chiamate "regine".

Poi accusa il femminismo per l'omosessualità e i matrimoni omosessuali e per la critica, anziché lo sviluppo", delle Sacre Scritture.

Infine, esso identifica la disponibilità di Maria all'"ascolto, l'accoglienza, l'umiltà, la fedeltà, la lode e l'attesa" come ragioni per le quali sbarrare la porta al sacerdozio femminile un salto teologico di immense proporzioni.

Allo stesso tempo, il documento rende tutto il mondo femminile nella sua immagine sponsale per la relazione tra Gesù e la Chiesa tutta, e così facendo riconosce la personalità universale di uo­mini e donne.

Esso fa appello ad "una giusta valorizzazione del lavoro svolto dalla donna all'interno della fa­miglia", una parte della liberazione delle donne troppo a lungo ignorata dalla Chiesa e anche dal­le femministe.

Fa appello anche ad "orari adeguati di lavoro" per le donne che lavorano. Le femministe lo chia­mano "orario flessibile", e lo chiedono tanto per le donne quanto per gli uomini, madri e padri, in modo che possano "dedicarsi alla cura dei figli".

Esso ammette che la "femminilità" - essendo "per l’altro" - è più di un semplice attributo del sesso femminile.

A differenza di centinaia di documenti prece­denti, questo non dice che "il posto della donna è in casa". Al contrario, afferma che "la promozione delle donne nella società dev'essere compresa e voluta come una umanizzazione realizzata at­traverso quei valori riscoperti grazie alle donne".

Il documento, in altre parole, è un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. E la classica presen­tazione delle "buone nuove, cattive nuove". Il problema è che nonostante la sua chiara confusione sul tema, esso pretende di parlare con auto­rità sulla condizione e le ragioni di metà della po­polazione del mondo. E la notizia peggiore del documento può essere che esso afferma che ciò che questa presentazione dice delle donne sarà da considerare vero "anche dopo la morte''. Tanto per il corpo glorificato quanto per l'anima spiri­tuale. Tanto anche per l'uguaglianza divina.

La parte migliore del documento, tuttavia, sa­rà considerata in futuro la sua introduzione. Qui il documento ha un potenziale importante: dice di se stesso che va inteso quale "punto di partenza”, che è "una ricerca sincera di verità", che è "un comune impegno a sviluppare relazioni sem­pre più autentiche". Speriamo.

Nella migliore delle ipotesi sarà solo l'inizio di una conversazione su un tema che le donne vo­gliono da almeno cinquant'anni. Nella peggiore, è un ostacolo al dialogo che afferma di cercare nel momento in cui accusa le donne di fare degli uo­mini dei nemici.

Ma il problema reale di questo documento è che la sua condanna dell'ondata montante delle rivendicazioni delle donne della pienezza dell'umanità ora chiara in ogni parte del mondo, verrà semplicemente ignorata per la sua mancan­za di profondità, di comprensione accademica e di rilevanza. "Non è molto interessante per me", mi ha detto oggi una giovane donna. E un uomo ha scritto in una e-mail: "Non leggerò il nuovo documento vaticano che denuncia il 'femminismo radicale'... Mi chiedo quando scri­veranno un documento che se la prenda con il maschilismo radicale".

Ora si apre una questione per l’esperta in umanità".