Non sono mancate le
critiche, ma anche i messaggi di benvenuto, in Italia e all'estero, alla
lettera che la congregazione per la Dottrina della Fede, l'ex Sant'Uffizio
presieduto dal card. Joseph Ratzinger, ha inviato ai vescovi sulla
''collaborazione dell'uomo e della donna nella chiesa e nel mondo'', resa nota
oggi dal Vaticano. Se da parte cattolica padre Bernardo Cervellera rileva che
la lettera non e' un ''anatema oscurantista'', ma anzi 'un racconto di come e'
possibile guardare alla donna e all'uomo, al sesso e all'amore fisico,
all'impegno nella societa' di maschi e femmine in modo positivo e creativo'',
duri rilievi sono venuti a Ratzinger e al Vaticano dalle femministe, da
esponenti politici come Franco Grillini ed Emma Bonino e dai verdi tedeschi.Il
documento, secondo le femministe della Casa internazionale della donna,
''ribadisce, senza sostanziali novita' la diffidenza e la paura vaticana nei
confronti della liberta' e dell'iniziativa femminile''.
''Il card. Ratzinger - spiegano le
rappresenti delle femministe - sembra ignorare perfino la profonda e articolata
riflessione della teologia femminista sulla differenza sessuale, e vorrebbe
ricondurre i soggetti femminili nella tradizionale collocazione biologica e
naturale, certo molto piu' rassicurante per il potere maschile, e non solo per
quello clericale''.
Per il Ds Grillini, presidente
onorario Arcigay, ''esiste un diritto universale per ogni essere umano: il
diritto alla propria identita''', a viverla ''nel modo piu' felice e sereno
possibile''. ''L'esistenza di una 'antropologia biblica' - ha aggiunto Grillini
- costituisce un fatto rispettabile in se' ma non puo' essere meccanicamente
tradotta sul piano legislativo o morale, magari attraverso le leggi dello Stato
laico, per imporla con la forza anche a chi non ci crede''.
Duro il commento dell'europarlamentare
Emma Bonino: '''La Chiesa ha i suoi credenti e predica quello che vuole.
E' certo, pero', che qualche milione
di omosessuali cattolici e di donne cattoliche divorziate si sentiranno esclusi
da questa visione del mondo''.
Di parere opposto Riccardo Pedrizzi,
responsabile nazionale di An per le politiche della famiglia: ''Questo
documento e' il benvenuto. Perche' si oppone chiaramente alla mefitica visione
secondo cui quanto piu' la donna diventa uguale all'uomo, tanto piu' e' libera
ed emancipata''.
I giovani cattolici, rappresenti dal
sito Korazym, hanno detto che il documento di Ratzinger puo' essere un buon
punto di partenza per calare i fiumi di retorica sul rapporto uomo-donna, in
una realta' per certi aspetti sconcertante, che spesso e' fatta di donna
trattate come non persone anche nella nostra societa'.
Dal punto di vista dell'antropologia,
l'intervento del Vaticano sul rapporto uomo donna non e' repressivo,
ma forse giunge oramai troppo tardi,
come ha osservato Cecilia Gatto Trocchi, docente all' Universita' di Roma Tre,
che ha ricordato come sia proprio la ''solidarieta' tra uomo e donna, allargata
anche agli affini, la base della specie umana, che si e' potuta salvare proprio
perche' maschio e femmina avevano ruoli diversi e complementari''. (ANSA).
Da “il foglio” di Giuliano Ferrara
(31/07/2004)
Roma. “Maschio e femmina li creò” è scritto nel Libro
della Genesi, ed è il tema centrale del documento a firma del cardinale Joseph
Ratzinger che verrà reso noto oggi (e pubblicato integralmente dal Foglio rosa
lunedì prossimo). E’ una “lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla
collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo” che valorizza
le differenze dei sessi e spiega ampiamente perché queste differenze non devono
diventare motivo di conflitto né di sopraffazione. E’ un argomento caro a
Giovanni Paolo II, che nella “Lettera alle donne” del 1995 parla del “genio
delle donne” e spiega che “la femminilità realizza l’umano quanto la
mascolinità, ma con una modulazione diversa e complementare”. Niente a che
vedere, naturalmente, con la “teoria del gender”, che minimizza fino a farle
scomparire le differenze sessuali, per valorizzare invece, al fine di
modificarla, la dimensione culturale, chiamata appunto genere. Un’ideologia
nata dal femminismo radicale americano e già esaminata nel Lexicon del
Pontificio consiglio per la famiglia, uscito un anno fa: Judith Butler, citata
nel Lexicon come leader di questo movimento, ritiene che sia la natura sia la
cultura sono leggibili come relazioni di potere, e allora anche il sesso è una
costruzione, perché assorbito e sostituito dal genere, “costrutto culturale
impresso sulla superficie della materia”. Non c’è quindi differenza tra uomo e
donna, se non quella imposta dalle relazioni di potere. E se non c’è
differenza, c’è sempre la possibilità di scegliere il proprio genere, o di
mescolarlo. La Chiesa cattolica, che secondo Rosetta Stella, saggista e
studiosa della differenza sessuale e delle forme di spiritualità cristiana,
“sta facendo sforzi da gigante per cercare di mettere d’accordo contraddizioni
di natura millenaria”, è spaventata da quest’ideologia, e Giovanni Paolo II,
pur nella “rinnovata e universale presa di coscienza della dignità della
donna”, ha sempre voluto valorizzare “le peculiarità dell'essere maschile e
femminile”, per le quali è possibile accogliere “anche una certa diversità di
ruoli”, inconcepibile per chi invece sposa la teoria del genere. Oggi il
prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale
Ratzinger, è tornato sul tema in modo approfondito, ribadendo, come anticipato
da Luigi Accattoli nel Corriere della Sera, il no alla donna “copia dell’uomo”,
anche se certo uguale per dignità e valore. Con la conseguenza evidente della
preclusione, almeno in questo Pontificato, per il sacerdozio femminile; ma si
va oltre e si mette in discussione un certo tipo di femminismo, e il rapporto
tra uomo e donna. “Il Papa ha sempre dimostrato molta attenzione alla figura
della donna – dice Letizia Paolozzi, giornalista e femminista, del sito
donnealtri.it – e la sua polemica verso quel femminismo di parità istituzionale
e statuale mi trova d’accordo: siamo passati da una società dei padri a una
società dei pari, ma bisogna procedere sui due sessi con una sperimentazione
dolce. Ha ragione Ratzinger, se tiene a mostrare e approvare la ricchezza della
differenza tra i due sessi: questo è un pensiero forte che noi femministe da
sempre portiamo avanti, nella ricerca dell’armonia possibile”.
La teoria del genere e la complementarietà
La teoria del genere, però, è una teoria femminista, tesa a
cancellare qualsiasi tipo di differenza, partendo proprio dal mancato
riconoscimento di una diversità. “Viviamo dentro un universo simbolico
complicatissimo, in cui non sappiamo più cosa sia la femminilità, certo non è
quella di Rita Hayworth, come il modello maschile non è più Clark Gable, ma il
dibattito sull’identità è già qualcosa di superato, riprenderlo sarebbe un
passo indietro. Certo però, se il discorso simbolico va a toccare il ruolo, ci
si deve chiedere dove si ferma e dove si allarga la possibilità che il ruolo
sia diverso da quello del passato”. E secondo Rosetta Stella, “potrebbe esserci
un equivoco da parte della posizione vaticana: chiamare femminismo radicale
quello che noi chiameremmo emancipazionismo compiuto, dove la minaccia sta nel
fatto che la donna assimili totalmente le caratteristiche maschili, avendo già
raggiunto un’eguaglianza uniformata ai modelli dell’uomo”. Spiega Stella che
questa posizione viene da molto tempo criticata dalle femministe, “perché la
maniera di essere donne è irriducibilmente diversa dal modo di essere uomini”.
Però il sospetto resta: “Forse con questo documento la Chiesa approfitta
dell’equivoco per ridurre l’eguaglianza sostanziale, e marca una vistosa
differenziazione a detrimento dell’emancipazione femminile, pur ribadendo che
sul piano dei valori differenza non c’è: ma finirà che le suore faranno sempre
le serve dei preti”. A causa di quella “complementarietà” fra uomo e donna, già
utilizzata da Giovanni Paolo II nella “Lettera alle donne” che alla fine,
secondo le femministe, servirebbe anche a giustificare “il permanere,
inaccettabile sul piano pratico, del predominio dell’uomo”.
http://www.ilfoglio.it/articolo.php?idoggetto=17922
07 agosto 2004 , di la
Repubblica
FRANCESCO MERLO
CI PERMETTIAMO di consigliare
al cardinale Joseph Ratzinger, autore di una sapiente lettera episcopale sulla
Donna, di andare a trovare il sindaco di Cosenza, la signora Eva Catizone, che
è una donna reale e non teoretica, una persona e non una figura retorica, un
corpo e non un fantasma ideologico, una storia e non una fantasia, un aldiquà e
non un aldilà, un´anima con i suoi desideri, i suoi pudori, le sue ambizioni, i
suoi valori, tutti non "sponsali". Sindaco, madre e femmina, la
signora, com´è noto, si è regalata un bambino, un dono d´amore fuori dal
matrimonio e dentro il legittimo desiderio di maternità, fregandosene
dell´antropologia biblica di cui discetta il cardinale, perché somiglia a una
silloge dei luoghi comuni di paese. Quella dotta lettera sulle donne alimenta,
per via involontaria ma diretta, i sorrisetti salaci e l´imbarazzo di Cosenza:
sacre scritture e volgari storture per il gossip pruriginoso di fine estate su
cui si è avventato il peggiore giornalismo italiano, il trash moralistico
dell´informazione.
Oppure, se Cosenza può
apparire un po´ troppo fuori mano, il prefetto Ratzinger venga con noi che,
sdraiati sulla spiaggia, con in mano la sua lettera, cerchiamo il punto di
coincidenza tra la fisica e la metafisca. In quest´agosto, caldo di minacce
terroristiche, rimuginiamo sulla connessione tra la fisica dei corpi femminili
che ci passano davanti, bagnati, sudati e abbronzati, e la metafisica della
"antropologia biblica" di cui scrive il Prefetto Vaticano della
Congregazione della Fede. In riva al mare, a colpi d´occhio mettiamo
sottosopra, dentro e fuori, tutte le costole e le costolette d´Adamo.
Nessuna bagnante ci sfugge,
né grassa né magra, né altera né dozzinale, né mamma né figlia, né casalinga né
in carriera, né studentessa né insegnante, né giornalaia né giornalista. Tutte
insieme, desiderate, teorizzate o bocciate, esprimono la faticosa banalità di
essere donna. Ma in nessuno dei corpi, che qui si espongono senza veli e senza
morbosità, troviamo traccia dell´alambiccato "carettere sponsale"
che, al contrario, lampeggia nell´intera lunghissima disamina, nell´acribìa
sacro-testuale, nel dissezionamento della Donna operato col bisturi ideologico
da un cardinale teologo che permettendosi di dare il tu a Dio tratta la donna
come i conquistadores trattarono gli Incas, gli Atzechi, i Selvaggi del Nuovo
Mondo.
Si presume che un
cardinale, sia pure intramondano, non conosca e non frequenti con assidua
familiarità e con intima commozione i reali corpi femminili che pure egli ci
spiega. Eppure Ratzinger, professpore di "donnologia", invita le
nostre donne a starsene a casa, "ad accudire all´altro per cui sono state
create", a piangere perché le lacrime distinguerebbero gli uomini (le
donne in questo caso) dagli animali (dalle animale), a lavare i piatti quando
non asciugano il moccio al bambino, a "non concupiscere", a battersi
contro "la sessualità polimorfa", che per Ratzinger è una
degenerazione tutta maschile perché il male come il bene hanno sostanza
maschile. Dunque di omosessualità femminile neppure ne parla, perché è il
peccato del peccato, impensabile per chi ritiene che ?la mascolinità
pisellica´, secondo l´antropologia ratzingeriana, sia il dato assoluto dal
quale deriva tutto, anche il sesso femminile, come una essudazione, come un
disfacimento fisico, come un baccello di piselli dischiuso.
Nel dibattito estivo su
questa lettera cardinalizia, più esaltato dell´interesse nevrotico sul
"lupo", più appassionato del coro discorde sul concerto di Simon e
Garfunkel, nessuno si chiede perché un cardinale debba spiegarci la donna, per
quale scienza infusa un maschio, celibe per voto, trovi, nelle sacre Scritture
di cui è fatta la sua vita, quella donna che in un´altra vita, nelle nostre
vite, semplicemente non c´è. È come se un Tuareg del deserto subsahariano ci parlasse
di ghiacci, ghiaccioli, granite e surgelati; come se una geisha o una pornodiva
ci spiegassero il celibato religioso, definissero la reale fisionomia di
Ratzinger, la sua carta d´identità sostanziale, con i criteri dell´ossessione
sessuale.
Di sicuro sulle nostre
spiagge, dove davvero c´è di tutto, la donna del cardinale non s´è mai vista.
Perché la donna del cardinale non esiste. Ed è una inesistenza piena, come
vuole la pur nobile tradizione di quei pensatori che trovano insignificante ai
fini della forza dell´Idea la dura concretezza, come quei filosofi naturalisti
che prescindevano dalla conoscenza della Natura nella produzione dell´Idea di
Natura.
Sono in tanti ad avere
sicurezze sulla donna: gli imam coranici che hanno fatto annegare le cinque
ragazzine arabe, costrette a suicidarsi immergendosi con la zavorra dei
pregiudizi "scientifici" della teologia islamica; le bagnanti
musulmane della piscina di Piacenza intabarrate dentro l´acqua come comanda la
sapienza del Profeta; i Taliban del burqa, ma anche i disperati alla Bukowski
che, strateologando sull´essenza femminile, ritengono le donne "macchine
da fottere", i poeti dell´altra metà del cielo, i campioni di Sanremo, i
sociologi femministi delle quote riservate, i politici marpioni che demagogizzano
sulla fecondazione assistita, infamando la faticosa problematicità della
ricerca scientifica cacciata, per comodo, nelle allucinazioni dell´eugenetica.
Dunque la lettera di
Ratzinger, che ad un esame ravvicinato risulta un poco troppo impegnativa e
male serve la grande forza evocativa del racconto biblico, non meriterebbe più
di un´occhiata se non fosse un segno dei tempi: la donna, infatti, ad Oriente e
ad Occidente, è diventata il problema reale dello scontro tra civiltà, come se
la donna fosse un animale feroce da catturare, lì con il burqa e qui con
"la cura dell´altro". Insomma, abbiamo il sospetto che più del
petrolio, più della democrazia, più del rispetto della vita umana, più dei
territori occupati, la libertà si vada identificando con l´ontologia femminile.
Invitiamo perciò il cardinale a chiacchierare con le donne vere delle nostre
spiagge, a toccarle, a viverle. Oppure vada a Cosenza a scoprire che una sola
emozione della signora Catizone vale più di un´intera bibliografia sulle donne,
più della teologia e della storiografia internazionali, più dell´antropologia
femminista e antifemminista, più di una disputa epocale sull´ontologia mariana.
Il cardinale si accorgerà,
per prima cosa, che le donne non sono costolette che aspettano la graticola
biblica dei luoghi comuni maschili. Si accorgerà poi che sono loro la nostra
graticola come noi siamo la loro, e che è già molto farsi un´idea della donna
con cui viviamo perché non solo la donna non è uguale all´uomo, ma non c´è
nessuna donna uguale ad un´altra donna, e nessuna abita le Sacre Scritture; una
donna che non vuole figli vale una mamma casalinga; tutte le donne reali
subordinano la riproduzione al piacere, uguali ai maschi e diverse dai preti e
dalle suore. Si accorgerà infine che nessun burqa le cambierà, né quello della
religione islamica, né quello dell´antropologia biblica. Le donne si possono
annientare con luoghi comuni o con prigioni dorate. Ma sempre in
quell´annientamento galleggia un mostro: il maschio cretino.
Marina
Corradi
L’Avvenire
- 01-08-04
Ci permettiamo di consigliare a Francesco Merlo, grande firma di «Repubblica» e autore di un editoriale dal titolo «Ratzinger e la metafisica della donna», di cambiare il suo luogo di meditazione, qualora voglia continuare a riflettere «sulla connessione tra la fisica dei corpi femminili che ci passano davanti bagnati, sudati e abbronzati, e la metafisica della "antropologia biblica"di cui scrive il Prefetto della Congregazione della Fede» nella sua «Lettera sulla collaborazione dell’uomo e della donna». Una spiaggia affollata, infatti, non è il luogo adatto, scientificamente parlando, a rappresentare l’universo femminile, giacchè diverse categorie di donne non ci mettono piede; inoltre, il caldo d’agosto può provocare purtroppo colpi di sole.
Merlo assicura d’essersi messo d’impegno,
e non ne dubitiamo, per rintracciare per esempio il «carattere sponsale» di cui
parla Ratzinger in quell’universo femminile abbronzato: «Nessuna bagnante ci
sfugge, né grassa né magra, né altera né dozzinale, né mamma né figlia, né
casalinga né in carriera… Tutte insieme, desiderate, teorizzate o bocciate,
esprimono la faticosa banalità di essere donna».
Macché carattere sponsale, macchè
«capacità dell’altro», o, come ha detto in altri termini uno che si chiama
Giovanni Paolo II, macchè «genio della donna». Solo «banalità». Casalinghe,
madri, figlie, su quella spiaggia, tutte banali uguali. Possibile? Certamente:
possibile, negli occhi di chi le guarda. Considerandone le gambe e il resto,
per niente immaginando che cosa queste donne «banali» abbiano in testa. Non c’è
bisogno d’essere Cardinali: perfino un parroco di campagna capisce, di queste
donne, più di certe grandi firme sulla spiaggia - e sa quanto non banali, e
belle, o drammatiche, siano le loro storie.
Ma l’editorialista di «Repubblica»
prosegue nella sua reprimenda verso Ratzinger. Lo irrita particolarmente,
sembra, il riferimento all’«accudire - le donne - l’altro per cui sono state
create». Ora, ciò che Ratzinger dice è che un valore fondamentale della donna è
la sua «capacità dell’altro», collegata alla capacità fisica di dare la vita.
Come un timbro originario che al di là della maternità lascia un’inclinazione
all’«altro», alla protezione, alla crescita, alla difesa di chi non ce la fa.
E’ una cosa falsa, o offensiva? A noi sembra uno sguardo più grande che quello
fisso su di sé e sulla propria «realizzazione». Comunque, ognuna sceglie, ma
anche sulle scelte di certo femminismo «liberato» si potrebbe fare parecchia
ironia.
La donna descritta da Ratzinger, denuncia
Merlo, sui nostri lidi non c’è, anzi, conclude tranchant, proprio "non
esiste". Qui l’illustre editorialista esagera. Innanzitutto, crede davvero
di conoscerle, quelle donne magari splendide che gli passano accanto, per quel
suo sguardo da maschio annoiato? E conosce, inoltre, tutte le altre, quelle a
casa loro, con le loro speranze e i loro desideri, con quattro figli o neanche
uno, con un malato da curare, o vecchie, oppure sole, o madri affidatarie di
figli che non vuole nessuno; o volontarie che imboccano in ospedale malati
sconosciuti; o missionarie nei posti più dimenticati da Dio, o nell’Est a
raccattare orfani dalle strade?
Queste donne, in spiaggia, non si vedono. Merlo conclude così il suo editoriale: "Le donne si possono annientare con luoghi comuni o con prigioni dorate. Ma sempre in quell’annientamento galleggia un mostro: il maschio cretino". Nel finale, come un lampo di lucida autocoscienza.
L’Avvenire - 01-08-04
«Gender», «genere», è una parola che torna continuamente nei
documenti dell'Onu incentrati sui diritti della donna o l'uguaglianza fra i sessi.
E il frequentatore di quei convegni sa bene ormai quale sia l'architettura
ideologica che sta sotto quel termine, ripetuto come un codice di lettura, e
quasi come parola d'ordine. L'ideologia del "gender" - o del
"genere" - afferma che maschi e femmine non si nasce per un dato
biologico, ma si diventa per successive sovrastrutture culturali. Di modo che,
abbattendo queste "sovrastrutture", ognuno potrà scegliersi la sua
sessualità, etero o omosessuale, o altro, secondo una propria libera inclinazione.
È per fronteggiare questa visione dell'uomo e della donna che la Chiesa,
attraverso la lettera del cardinale Ratzinger, entra - non per la prima volta
peraltro - in campo, ribadendo l'ancoraggio millenario dell'antropologia,
riassumibile nelle antiche, lapidarie parole: «Maschio e femmina li creò».
Gender? Sovrapposizione culturale? Le trentasei paginette del prefetto per la
Congregazione della Fede ripercorrono Antico e Nuovo Testamento a mostrare
quali radici possenti abbiano l'Eva e l'Adamo, e quale profonda e misteriosa
impronta porti questa duplicità. «La luce e le tenebre, il mare e la
terraferma, il giorno e la notte», scrive Ratzinger. E infine, l'uomo e la
donna: «Le differenze sono altrettante promesse di relazione». Le differenze,
dunque, indispensabili. «La» differenza, senza la quale ci sarebbe solo
appiattimento, desolazione, sterilità, e infine il nulla. Quella differenza
originaria che l'avanzante cultura del «genere», come della libera scelta della
propria sessualità, rabbiosamente combattono. Ratzinger individua la
motivazione profonda di questa tendenza all'equiparazione di ogni sessualità
nel tentativo dell'uomo, dentro il momento storico attuale, di liberarsi dai
propri condizionamenti biologici. Cioè, dal «dato» oggettivo di realtà con cui
veniamo al mondo: maschio, femmina. Dato evidente e difficilmente negabile:
eppure, la battaglia è proprio per non riconoscere questa semplicissima
evidenza. Il «dato». Ciò che viene prima di noi - forse, si intuisce
oscuramente senza ammetterlo - ciò che è scelto da un altro. La filosofa ebrea
Hannah Arendt ha scritto pagine su questo rifiuto ostinato della «realtà del
mondo dato» come segno qualificante della modernità. L'ideologia del genere è
l'applicazione di questo rifiuto al "dato" basilare: l'essere nati
uomo o donna. Ma le differenze sono «promesse di relazione», ricorda la Chiesa.
Indispensabili come il giorno e la notte, e la terra e il mare. Adamo, senza
Eva, scrive Ratzinger, fa esperienza di una solitudine incolmabile. E il
maschile e il femminile «esisteranno per sempre», segno dell'amore che «non
avrà mai fine», come scrive Paolo ai Corinzi. Distinti fin dall'inizio,
simmetrici e necessari per l'eternità. La donna con quella «capacità
dell'altro», di protezione, accoglienza, contestata dal femminismo anni
Settanta, che ha insegnato a vivere per se stesse. Il fatto è che di
quell'accogliere i figli, i vecchi, e tutti infine nelle famiglie - ciò che il
Papa chiama «il genio della donna» - si avverte sempre più la mancanza e il
bisogno. Ed è vero, non è certo solo compito femminile l'accogliere. Tuttavia,
c'è quel «dato» originario, scritto nel corpo, nel cervello, nel cuore, quel
«dato» che, col potere di accogliere la vita, è un di più straordinario, e non
un di meno. C'è, da rifare propria con la fierezza di chi ora ha capito, quella
antica, splendida differenza.
La differenza
di Ratzinger. E gli uomini?
03.08.2004
IDA DOMINIJANNI
Tanto per cominciare: la coppia Ratzinger-Wojtyla batte tutti i nostri leader
nonché i nostri intellettuali di sinistra, moderata e radicale, dieci a zero.
La Chiesa prende atto del «problema» del rapporto fra i sessi, lo colloca
giustamente su un livello ontologico in quanto tale anche politico, si
preoccupa del portato umano e sociale della rivoluzione femminista, si informa
sulle sue diverse tendenze e se ne lascia interpellare; mentre a sinistra del
problema tuttora non si prende atto, del femminismo si parla come dell'ultimo,
fastidioso residuo ideologico novecentesco, delle sue tendenze interne si
ignora tutto e tutto si confonde in un rituale ritornello su diritti e
opportunità che annacqua nel nulla la politica, figurarsi l'ontologia. Non
vedrei perciò nella «Lettera ai vescovi sulla collaborazione dell'uomo e della
donna» una mera versione aggiornata dell'ossessione del pontificato di Wojtyla
per la donna e per il controllo della sessualità femminile (che pure resta);
c'è in essa, a me pare, un ascolto del divenire storico, del mutamento
innescato dalla rivoluzione femminile, che va riconosciuto e incassato. Ferme
restando le critiche all'esito - largamente prescrittivo - che le gerarchie
vaticane imprimono al discorso. C'è, dicevo, la collocazione del problema al
giusto livello dell'antropologia politica e non della contabilità dei diritti e
dei poteri. C'è la declinazione della differenza sessuale come differenza
relazionale, costitutiva dello statuto dell'umano. C'è l'indicazione di una
soluzione appunto relazionale, non separatista e solipsista né rivendicativa e
vendicativa, del conflitto uomo-donna. C'è l'individuazione della sessualità
come dimensione «non solo fisica ma psicologica e spirituale», rilevante ai
fini del pensiero e del linguaggio, dell'essere umano. E c'è la visione della
differenza femminile come vocazione relazionale della donna (quella «capacità
dell'altro» citata dal documento in cui mi sembrano riconoscibili echi
dell'ultima riflessione di Luisa Muraro), non necessariamente incardinata sul
destino biologico materno e matura per improntare di sé la vita sociale.
Ciò detto, non è tutto oro quello che luccica. Perché dall'insieme del testo
(sui cui passaggi teologici, vetero e neotestamentari, spero che altre
interverranno con maggior cognizione di causa) risulta altrettanto evidente la
volontà di riportare ciascuna di queste acquisizioni nei binari della morale
cattolica, e di imbrigliare la libertà femminile, che della scoperta femminista
della differenza è figlia, nel destino sessuale e matrimoniale tradizionale,
ancorché rivalorizzato sul piano sociale. La differenza relazionale fra uomo e
donna, antidoto alla deriva del solipsismo maschile (deriva risalente a Adamo,
se Dio non gli avesse messo a fianco Eva), ricade tutta sulle spalle di lei,
mentre esenta lui da qualsivoglia responsabilità: il documento non fa parola
della differenza maschile e non la convoca ad alcuna prova di quella
«reciprocità» che pure predica. La relazionalità inscritta nella differenza
femminile, d'altra parte, viene finalizzata al ruolo «sponsale», privato o
sociale che sia, della donna, e una volta disarcionata dal destino biologico
della Madre trova un altro esempio solo nella Vergine. E il giusto no al
femminismo rivendicativo e belligerante della «guerra fra i sessi» (primo
fronte avverso fra le tendenze interne al femminismo) finisce con l'eludere il
nodo del potere sessuale fallocratico: fu il peccato, non il dominio della
sessualità maschile, a rompere l'equilibrio fra Adamo ed Eva, ed è l'uscita dal
peccato, non la lotta al fallocentrismo, a poterlo ristabilire.
Nel documento risulta
rivelatore come una cartina al tornasole, infatti, l'individuazione della
«gender theory» come secondo fronte avverso all'interno del femminismo. Qui il
documento - per quanti motivi di diffidenza possa avere contro certe derive
postmoderne di smaterializzazione della sessualità - cade, per almeno due
ragioni. Una è teorica, perché non è con le teorie del gender (molte delle
quali in verità coincidono con la «prima tendenza» del femminismo
rivendicativo) che Ratzinger combatte, bensì con la teoria del gender trouble
di Judith Butler (evocata ma non esplicitamente citata), ovvero con la teoria
che contesta l'identità compatta del genere femminile per aprire - non
diversamente da quanto fa il femminismo italiano della differenza sessuale -
alla soggettività femminile tutto il campo possibile delle scelte sessuali,
sociali, politiche, discorsive, di pensiero. Per aprire insomma alla differenza
femminile la possibilità di dirsi in prima persona, senza che nessuno, né
l'ordine fallocratico né la Chiesa, ne decidano una definizione oggettiva. Su
questo Ratzinger e Wojtyla non ci stanno: ne vedono solo l'esito sessuale
«perverso» - le famiglie «irregolari» gay e lesbiche - che la Chiesa non può
tollerare, né in Nordamerica né qui. Per quanto sia accettata, è pur sempre
oggettivata e imbrigliata nello «sposalizio» tradizionale che la differenza fra
i sessi deve restare.
http://eddyburg.it/article/articleview/1469/1/20/
La paura della Chiesa verso la libertà femminile
Risposta della Casa Internazionale delle Donne alla lettera ai Vescovi
sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella chiesa e nel mondo
4 Agosto
''D'estate il cardinal Ratzinger soffre evidentemente di più
acute paure sessuofobiche''. Il 31 luglio dell'anno scorso,
il documento contro le coppie gay, quest'anno, alla stessa
data, la Lettera sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella Chiesa e
nel mondo, che ribadisce, senza sostanziali novita' la diffidenza e la paura
vaticana nei confronti della liberta' e dell'iniziativa femminile'.
Il card. Ratzinger sembra ignorare perfino la profonda e
articolata riflessione della teologia femminista sulla differenza sessuale, e
vorrebbe ricondurre i soggetti femminili nella tradizionale collocazione
biologica e naturale, certo molto piu' rassicurante per il potere maschile, e
non solo per quello clericale''.
''Mentre lancia strali contro la presenza delle donne nella
cultura e nella societa', se non nei modi da lui autorizzati, gli sfuggono
completamente i termini culturali della questione del gender e
dell'antropologia sottintesa;
e soprattutto -conclude - nonostante esalti un astratto
"genio femminile", continua a negare alle donne la dignita' di
soggetti storici capaci e responsabili.
http://www.casainternazionaledelledonne.org/
La
"Lettera sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella Chiesa e nel
mondo"
04-08-04
La "Lettera sulla collaborazione dell'uomo e
della donna nella Chiesa e nel mondo", elaborata dalla Congregazione per
la Dottrina della Fede, su imput del cardinale Ratzinger, costituisce
l'ennesimo tentativo messo in atto dalle alte gerarchie della Chiesa cattolica
per depotenziare e vanificare la grande, straordinaria avventura di liberazione
e libertà umana che le donne hanno intrapreso in questi decenni e che non
sembrano affatto disposte ad abbandonare. Tentativo che tenta di esercitarsi a
fondo sul portato radicale - vero e proprio mutamento antropologico dell'umano
e delle relazioni umane - della rivoluzione femminile. E tuttavia tentativo
tutto interno a un disegno che viene da lontano e non intende demordere. Fare
ordine (divino, ovviamente) nel disordine umano, ricondurre le pecore (sempre
smarrite, ovviamente, soprattutto se donne) all'ovile, trovare nuovi linguaggi
per riveicolare le verità e i principi su cui si fonda da sempre il potere
politico della Chiesa: in questo è consistita la sfida che le gerarchie
cattoliche hanno lanciato da sempre, e reiteratamente, contro il cammino
intrapreso dalle donne. La "Lettera" di Ratzinger (e Woytjla) fa
parte di questa sfida. Quel percorso nomade e zigzagante continua infatti a
turbare, induce piani di restaurazione. Esso, lo sanno bene le donne, è stato
ed è sempre ad ostacoli, nella sfera privata e in quella pubblica, negli amori
domestici e nelle passioni civili, ed è tuttavia obbligato se si vuol venire al
mondo come soggetti consapevoli e responsabili, come agenti, per quello che è
nelle nostre mani, dell'esistenza che ci è data, operando così trasformazioni
piccole e grandi su uno dei terreni essenziali dell'esistenza: quelle relazioni
tra i sessi su cui si incardina da millenni ogni forma storicamente determinata
di patriarcato. Arcaico, moderno, globale; laico o integralista, benevolo o
arcigno, essenzialista o tecnologico. E da cui trae linfa vitale la stessa
pretesa escatologica della Chiesa, così strettamente connessa a un ordine delle
cose per definizione - il Dio Padre delle Scritture - maschile.
Non a caso dunque, a più riprese, nel corso del suo lungo pontificato, papa
Woytjla è intervenuto per orientare in una direzione prestabilita il flusso di
idee, riferimenti, rappresentazioni che la rivoluzione femminile e i saperi, le
pratiche, le acquisizioni femminili e femministe andavano sedimentando nel
corpo sociale. In Occidente e oltre, perché oggi il mondo nella sua interezza è
attraversato da quella carsica e intermittente ma ostinata rivoluzione che le
donne hanno impresso al corso della vicenda umana. La presa di parola delle
donne sul proprio corpo sessuato e sul corpo sessuato dell'Altro, la
costruzione di un punto di vista, di un'ermeneutica dei rapporti tra i sessi e
della costruzione sociale che quei rapporti strutturano e significano
simbolicamente, una pratica relazionale tra donne e uomini che ha messo
radicalmente in discussione l'ordine fallocratico, aprendo spazi di autonomia e
autodeterminazione per tutte e tutti, ridefinendo il significato e le modalità
di funzionamento di antichi vincoli parentali, abbattendo stereotipi e
ridisegnando le coordinate di senso, il confine tra il lecito e l'illecito -
sessualità, comportamenti e scelte di vita, famiglia: in questo consiste il
nocciolo duro e irrevocabile di quel vero e proprio passaggio storico-antropologico
che le donne sono state in grado di operare, mettendo sottosopra e in
fibrillazione stereotipi, canoni, riferimenti. Ovviamente nel bene e nel male,
come tutte le grandi vicende umane, sempre in bilico tra autentica innovazione
e deludente omologazione, tra politica della trasformazione e trita
rivendicazione di diritti e opportunità, ma sempre, nel suo complesso storico,
sotto il segno di una rottura irriducibile. Per molti inquietanti, per altri
liberatoria. Su tutto questo c'è da rifare ordine, ristabilire logiche, imporre
scale di valori e gerarchie. Papa Woytjla ha messo in gioco da tempo, a questo
scopo, una nozione forte e accattivante, fatta apposta per entrare nel cuore e
nelle menti delle donne, per scompigliare e sparigliare questa nuova grammatica
dell'antropologia umana di cui le donne sono protagoniste. E così i documenti
pontifici hanno accolto la nozione di "genio femminile" e gli esperti
delle Sacre Scritture hanno doviziosamente reso omaggio, con dotti riferimenti
biblici, a quel genio, di cui, amano ricordare, la Vergine Maria è il sublime
prototipo. Molte donne, anche femministe, si sono lasciate incantare.
La presunzione teleologica delle gerarchie cattoliche di fare della
rivoluzione femminile - ovviamente purgata di eccessi e conflitti - uno
strumento funzionale sia al disegno divino, sia all'ermeneutica ecclesiale e
alla pretesa politica del Vaticano di dettare l'ordine terreno delle cose,
tutto questo passa oggi attraverso il tentativo di riportare acquisizioni e
conquiste femminili nei binari della morale cattolica ed entro un orizzonte
sociale di nuovo segnato dal tradizionalismo sessuale e matrimoniale quella
libertà femminile, figlia di tante cose ma in particolare di un pensiero
femminista che ha saputo leggere e praticare il mondo nel conflitto e nel
rapporto tra differenza femminile e differenza maschile. Non a caso la
"Lettera" ignora nella maniera più assoluta l'esistenza della
differenza maschile, la parzialità maschile, dunque la radice di quella reciprocità
relazionale, privata e pubblica, tra i due sessi su cui le donne hanno fatto
chiarezza. E non a caso la "Lettera" mette sotto tiro l'idea stessa
della libera soggettività femminile, che si va costruendo - sul piano pratico e
su quello della riflessione teorica - fuori da ogni determinazione oggettiva e
da ogni vincoli precettivo. Ogni donna per quello che vuol fare, sul piano
sessuale, familiare, sociale, politico, della rappresentazione di sé e del
mondo. Insomma proprio il contrario della funzionalità del sesso femminile al
disegno salvifico di Dio.
Elettra Deiana
http://www.liberazione.it/giornale/040806/LB12D683.asp
Se il cardinale Ratzinger
fosse un mio studente
07-08-2004
La «Lettera sulla collaborazione dell'uomo
e della donna» è un testo più dirompente e nuovo di quanto possa sembrare.
Indica nella relazione la possibilità di elaborare il conflitto uomo-donna. Non
tace sul suo bersaglio polemico, che sono alcune teorie femministe, ma tace su
certe sue fonti di ispirazione che sono altre teorie femministe. E non chiama
in campo gli uomini a prendere parola su se stessi
LUISA MURARO
Se il cardinale Ratzinger fosse un mio studente, di molte cose mi piacerebbe
ragionare con lui, complimentarmi, interrogarlo, distanziarmi o consentire, a
proposito della sua Lettera sulla collaborazione dell'uomo e della donna.
Dovrei però fargli notare un errore, uno solo, quello di credere (o di lasciar
credere) che l'oscurarsi della differenza o dualità dei sessi, per usare parole
sue, sia una tendenza recente del pensiero umano. Si tratta, al contrario, di
una tendenza secolare, ben riconoscibile nella tradizione filosofica. Lo
dichiara, con indiscussa autorità, Heidegger: l'ontologia ci ha sempre
insegnato ad assumere l'essere umano come neutrale rispetto alla relazione
(io-tu) e rispetto alla sessualità (uomo-donna). Una neutralità, occorre
aggiungere, che la critica femminista ha dimostrato essere una concezione
centrata sull'uomo di sesso maschile (androcentrica). Che io sappia, prima di
questo testo del cardinale Ratzinger, la filosofia d'ispirazione cristiana non
si è mai opposta a questa tendenza, o, se lo ha fatto, lo ha fatto senza
risalire all'ontologia della neutralità sessuale. Tant'è che la personologia
cristiana non ha un pensiero della differenza sessuale. Insomma, ci troviamo
davanti a un testo più dirompente e nuovo di quanto esso stesso non lasci
intendere. Qualcosa di simile al punto della neutralità sessuale, vale anche
per un'altra tendenza, che la Lettera giustamente associa alla prima,
quella a liberarsi dai propri condizionamenti biologici. Anche questa è antica,
antichissima anzi, risalente alle origini stesse del patriarcato, che ha
inventato di tutto per minimizzare la nostra insormontabile dipendenza dalla relazione
materna.
Che cosa, dunque, è avvenuto di nuovo a
ispirare la sorprendente presa di posizione della Chiesa, non da parte di
qualche teologo di frontiera ma del prefetto stesso della Congregazione per la
dottrina della fede? Per la seconda tendenza mi pare meno difficile tentare una
risposta. Nel campo della rinnegata dipendenza dai condizionamenti biologici,
la novità è costituita dal duplice passaggio alla modernità e ai suoi sviluppi
postmoderni, passaggio che possiamo così riassumere: il pensare si è separato
dal sentire per conformarsi più precisamente alla ragione, fonte di una
presunta autonomia dell'uomo, la quale ragione a sua volta si è lasciata
sostituire dalla tecno-logia. (È per questa strada che l'Europa è arrivata alla
follia della prima guerra mondiale, prima di una serie di altre guerre e di
altre follie il cui conto è lasciato ai nostri posteri.) Ebbene, il passaggio
alla modernità, la Chiesa cattolica lo ha patito, ci ha pensato, ne ha parlato.
Non è stata la sola e neanche la prima, va detto. Penso al grande filosofo che
non troviamo nei manuali di filosofia, Giacomo Leopardi, il quale torna e
ritorna, con accenti profetici, sul tema della catastrofica nostra perdita di
vicinanza con la Natura, perdita che va di pari passo con i progressi della
modernità.
Più difficile è capire che cosa abbia
portato quest'uomo, Joseph Ratzinger, a fare suo il pensiero della differenza
sessuale. Pensiero - bisogna precisare perché la Lettera non lo fa - che
si è sviluppato all'interno del femminismo, in conflitto con altre teorie e
politiche femministe: il femminismo, infatti, è sempre stato plurale e
conflittuale, trovandosi al cuore di cambiamenti combattuti e difficili che
toccano le basi della civiltà, in quanto riguardano i rapporti fra i sessi (fra
donna e uomo, sì, ma anche e insieme fra donna e donna, fra uomo e
uomo).
Che di questo si tratti nella Lettera,
molti commentatori, pur intuendo la sua novità, non si sono resi conto. Molti
hanno confuso il femminismo radicale con le teorie di genere attaccate da
Ratzinger. Ida Dominijanni fa eccezione. Lei riconosce bene la parentela della Lettera
con una parte del femminismo, così come sa bene che il femminismo radicale
(pensiamo a Carla Lonzi, per l'Italia) nasce come pensiero della differenza
sessuale, in lotta con l'emancipazionismo, prima, e con il femminismo della
parità, poi, oltre ad avere lei una conoscenza approfondita dei testi della gender
theory. Perciò rimando chi mi legge al suo commento di martedì 3 agosto.
Per parte mia, vorrei più direttamente rispondere a chi ha detto che la Lettera
non è veramente nuova perché ripete la vecchia posizione cattolica della
complementarità fra i sessi, assegnando alle donne il solito ruolo. La lettura
del testo, specialmente del capoverso 14, dovrebbe bastare ad eliminare la
seconda critica, l'autore infatti teorizza nitidamente il senso libero della
differenza sessuale, sia pure in termini che sono compatibili con la sua fede e
il suo credo morale. Ma potrebbe essere diversamente? Che relazione sarebbe, che
scambio potrebbe mai esserci, se l'altro deve pensarla in tutto come la penso
io?
Quanto alla complementarità, è ben vero
che il testo di Ratzinger sostiene che l'eguale dignità delle persone si
realizza come complementarità fisica, psicologica ed ontologica, dando luogo ad
un'armonica «unidualità» relazionale. Questo passaggio è stato molto citato,
troppo secondo me. Non si è tenuto conto di altri passaggi che affermano il
libero esplicarsi della presenza femminile anche nei campi tradizionalmente
maschili, e la possibilità che i valori che più stanno a cuore alle donne siano
un insegnamento valido anche per gli uomini: queste sono vedute in cui la
complementarità cede il passo alla asimmetria fra i sessi assunta
nell'uguaglianza e nella libertà. Che è, secondo me, il cuore del pensiero
della differenza sessuale.
C'è da dire anche che il molto citato
passo della complementarità si riferisce esplicitamente ad una condizione
edenica, ossia prima del peccato originale: quest'ultimo avrebbe reso
potenzialmente conflittuale il rapporto fra i sessi, dice la Lettera.
Qui, mi rendo conto, si entra in un terreno difficile ma ritengo inevitabile
entrarci per tentare di capire il linguaggio religioso che parla del peccato
originale e delle sue conseguenze. Nei paesi della Riforma, misurarsi con
questo linguaggio e con queste tematiche, è cosa che i pensatori laici non
rifiutano a priori di fare. Da noi, sarebbe buona regola astenersi, ma io non
sono d'accordo, io la penso come quel lettore (dichiaratamente non cristiano)
del manifesto che ha sentito il bisogno di scrivere una lettera per
dire, giustamente: non fingiamo che il cristianesimo non faccia parte a pieno
titolo della nostra eredità culturale. Detto in positivo: per me l'eredità
cristiana, luci e ombre, è ricchezza del pensiero ed è a disposizione di tutti.
Tutto questo per arrivare a formulare una
precisa domanda al «mio studente»: perché, dopo quell'accenno al conflitto fra
donna e uomo, non sei tornato a parlarne? Perché non hai riconosciuto
l'inevitabilità del conflitto, perché non hai mostrato che confliggere non è
fare la guerra e che esiste la possibilità di un conflitto relazionale? Lo
chiedo perché a me sembra che queste cose rispondano alla necessità in cui ci
troviamo di fare i conti con le conseguenze del peccato originale. In altre
parole, io penso che la collaborazione tra donne e uomini, che è il tema della Lettera,
non sia possibile se non ammettiamo che possa esserci conflitto - così come
ammettiamo il dolore di nascere, la fatica di lavorare, la paura di morire. E,
soprattutto, se non ci spendiamo per renderlo, il conflitto, compatibile con
l'amore, l'amicizia, la collaborazione.
Conflitto relazionale è una formula
coniata da pensatrici della differenza, femministe. Se dicessi che è anche una
pratica politica ben radicata, direi troppo. È una ricerca, c'è un bisogno, è
un'idea e ci sono momenti e frammenti che la fanno brillare: di più non potrei
dire. L'ostacolo è grande. Lo avverto in me. Lo riconosco nel testo stesso di
questa Lettera, che non tace sul suo bersaglio polemico, che sono teorie
femministe, ma tace su alcune fonti del suo discorso, che sono altre teorie
femministe. E immagino che la reticenza su queste altre fonti sia dovuta al
fatto che il testo non può farle interamente sue. Torna così il rapporto
sterile di reciproco respingimento che mi faceva dire sopra: che relazione
sarebbe, che scambio può mai darsi, se l'altro deve pensarla in tutto come me?
Le interpretazioni della Lettera che a me sembrano meno fedeli sono
dovute, secondo me, proprio a questo debito non pagato dall'autore verso una
parte delle sue fonti. Come fonti taciute penso, in ordine d'importanza, primo,
al femminismo cattolico, generoso e maltrattato come quella signora del Vangelo
che sparge unguento sui piedi e i capelli di Gesù (detto alla buona: non so
come quelle donne abbiano fatto a resistere alla tracotanza clericale);
secondo, alla teologia femminista, ingegnosa e studiosa come la famosa Marta
che prepara il pranzo a Gesù, vivamente lodata non da Gesù (che, anzi,
affettuosamente la sgrida) ma da Maestro Eckhart, in uno dei suoi sermoni
tedeschi. Terzo, viene il pensiero della differenza sessuale che, volendo
insistere con il parallelo evangelico, potremmo associare alla non meno famosa
Samaritana del pozzo, con cui Gesù si ferma a discorrere. Fra le
interpretazioni meno fedeli della Lettera metterei, senza offesa, quella
di Vittorio Messori sul Corriere della sera. La Lettera, leggo, è
un insegnamento «per tutti ma a cominciare dalle donne, ingannate e rovinate da
dottrine che si presentano, suasive, come benefiche». È un mondo di fantasmi:
Eva che si lascia ingannare dal serpente, il sesso femminile mentalmente
debole, il primato femminile nella colpa delle origini... Il torto più grande
di una simile lettura, al punto in cui siamo arrivati, anno 2004, non lo
patiscono più le donne, lo patisce il testo di Ratzinger. Che però vi si
presta.
L'ostacolo alla pratica del conflitto
relazionale è non meno grande del disordine simbolico prodotto nei secoli dal
dominio sessista. Ne fanno parte l'adattarsi femminile - per amore di pace,
dicevano le nostre madri, per amore del mondo, diciamo noi - e l'abitudine
maschile di stare comodi con questo adattamento, posture entrambe, quella
femminile e quella maschile, molto meno appariscenti e scandalose di certi
costumi patriarcali - il burca! - ma tanto più durature e insidiose.
Ma questa Lettera è stata scritta
da un uomo che non si sentiva più di stare comodo, a causa di donne che, se
anche amano la pace e il mondo (li amiamo, sì), prima amano la loro libertà.
Che cosa è successo, chiedevo sopra, che ha ispirato non so come, calcolo
mentale o di spirito santo, questo testo in cui la Chiesa cattolica si congeda
dal preteso trascendimento maschile della differenza sessuale e dal
rinnegamento della dipendenza biologica che per secoli hanno improntato la
nostra cultura? Potrebbe essere questo, che sempre meno le donne si prestano a
portare il segno della differenza sessuale anche per conto dell'altro («il
Sesso» è stato, in Francia, un sinonimo di «le donne») e a correggere così
l'astrattezza unilaterale del pensiero maschile, a correggerla con un lavoro
silenzioso, quotidiano, tutto incarnato, mai veramente riconosciuto e spesso
misconosciuto. Alcune di loro - di noi, io sono una donna - hanno deciso di
tradurlo in lotta politica e pensiero pensante. Altre hanno semplicemente
smesso di farlo, il lavoro, per tentare strade inedite alla libera espressione
di sé nel grande mare del neutro tecnologico - o semplicemente si lasciano
portare dove le porta la corrente. Fra le prime e queste altre c'è confronto e
scontro. Al cardinale che entra nel campo di battaglia, sarebbe sbagliato dire:
tirati indietro, tu non c'entri. Al contrario, la cosa lo riguarda enormemente,
perché è venuto il tempo di spartire e condividere, fra donne e uomini, la
significazione della differenza sessuale, come ha continuato ad insegnare Luce
Irigaray. Possiamo invece chiedergli, esattamente come ha fatto Ida
Dominijanni: e gli uomini? Tu, che sei uomo, come pensi di lottare, da uomo,
contro la deriva che porta l'amore femminile della libertà a perdersi nel gran
mare del neutro tecnologico? Quelli che tu chiami errori, lo sono nel senso più
letterale della parola, tentativi di tracciare strade là dove sempre più donne
si stanno avviando e strade non ci sono, per nessuno, che sia uomo o donna.
A questo punto potrei fermarmi, tanto più
che sono stanca, però vado avanti per raccontare un seguito che mi sono
immaginata. (Le cose sono messe, non per colpa mia, in una maniera tale che
bisogna aiutarsi parecchio con l'immaginazione.) Ho immaginato che, giunti a
questo punto, «il mio studente» mi chieda come lui possa contribuire ad una
ricerca filosofica, religiosa e politica che ha per protagoniste le donne, senza
fare di loro, le donne, l'oggetto del suo discorso, come a lui verrebbe
spontaneo e come di fatto fa nella sua Lettera. Non è certo il solo. Io
gli risponderei: lo puoi pensando e parlando a partire da te, secondo
una pratica di parola che siamo in molte a conoscere ma che, purtroppo, risulta
piuttosto difficile agli uomini. Dopo di che, aggiungerei: Joseph, ho buone
notizie per te, ho scoperto recentemente che la prima formulazione scritta di
questa pratica del partire da sé è opera di un uomo, un teologo-filosofo del
Medioevo che aveva una certa intimità con il pensiero delle donne, Maestro
Eckhart. Ho come l'idea che un cardinale della Chiesa ascolti più volentieri la
spiegazione di un magister della Sorbona. Dunque, il Maestro domenicano
ha scritto (traduco in italiano dal latino, non per Ratzinger, ovviamente, ma
per i lettori del manifesto) che, quale che sia l'argomento, terreno o
divino, di cui si tratta, non possiamo pretendere di sapere niente in forza di
qualche argomento esteriore, che sia personale o oggettivo, perché tutto quello
che tentiamo di dire indipendentemente da quello che ci muove dentro, tutto
questo è peccato mortale di menzogna. Detto da me, in positivo: per cominciare
a dire qualcosa di vero, o sperare di poterlo dire, ascoltiamo ciò che ci muove
a dire e cerchiamo di renderne conto, il resto (la verità) verrà per
soprammercato.
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/07-Agosto-2004/art74.html
Ratzinger e la donna
Dunque.
La "Lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione
dell'uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo" io me la sono scaricata
(per la precisione da qui) e me la sono doverosamente letta e meditata, tanto
per capire di che cosa si stava parlando. E ho concluso che, come capita spesso
d'estate, non si stava parlando di niente. Di niente di nuovo, voglio dire.
Non
metto in discussione le posizioni dottrinali della Chiesa Cattolica in merito:
la Chiesa fa il suo mestiere e dice quello che deve dire dal suo punto di
vista, come ha sempre fatto e come, presumibilmente, continuera' a fare.
Credere o non credere, ottemperare ai precetti suggeriti o imposti dovrebbe
essere affare privato del singolo, mi pare: frequentemente non e' cosi', e
soprattutto di questo i laici dovrebbero dolersi, piu' che delle norme di
comportamento imposte ai fedeli. D'altra parte anche elegantemente sorprendersi
con Francesco Merlo, su "Repubblica" di giovedi' scorso, del fatto
che nessuno si chieda "perche' un cardinale debba spiegarci la donna, per
quale scienza infusa un maschio, celibe per voto, trovi nella Sacre Scritture
di cui e' fatta la sua vita, quella donna che in un'altra vita, nelle nostre
vite, semplicemente non c'e'" mi sembra abbastanza ozioso: finche'
esistera' una Chiesa Cattolica che in un modo o nell'altro, piaccia o meno,
influenza la vita e le scelte morali di un qualche miliardo di persone, senza
contare il suo peso politico, mi sembra ovvio che le posizioni ufficiali di un
Ratzinger debbano comunque interessarci.
Mi meraviglio di altro. Per esempio del fatto che si sia voluto trovare
in questa lettera una sia pur cauta apertura al ruolo nuovo che la donna oggi
riveste (o dovrebbe rivestire), un passo in avanti nel riconoscimento della
sessualita' e del corpo, sia pure entro la cornice santificata del matrimonio e
tramite doveroso richiamo al Cantico dei Cantici, un riconoscimento importante
della pari dignita' dei sessi nell' espletamento delle loro complementari
funzioni all'interno della societa'. Macche'. La donna e' comunque rinchiusa nello
stereotipo della madre ("la donna conserva l'intuizione profonda che il
meglio della sua vita e' fatto di attivita' orientate al risveglio dell'altro,
alla sua crescita, alla sua protezione"): o la donna accetta di riconoscersi nel modello di Maria
o ricade nella superbia di Eva, ed e' destinata a scontare amaramente il suo
peccato("Nelle parole che Dio rivolge alla donna in seguito al peccato, si
esprime, in modo lapidario ma non meno
impressionante, il tipo di rapporti che si instaureranno ormai tra l'uomo
e la donna: «Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà» (Gn
3,16). Sarà una relazione in cui l'amore spesso verrà snaturato in pura ricerca
di sé, in una relazione che
ignora ed uccide l'amore, sostituendolo con il giogo della
dominazione di un sesso sull'altro. La storia dell'umanità riproduce di fatto
queste situazioni, nelle quali si esprime apertamente la triplice concupiscenza
che ricorda San Giovanni, parlando della concupiscenza della carne, della
concupiscenza degli occhi e della superbia della vita (cfr 1Gv 2,16). In questa
tragica situazione vengono perduti quell'uguaglianza, quel rispetto e
quell'amore che, secondo il disegno originario di Dio, esige la relazione
dell'uomo e della donna"). L'unica alternativa al destino di maternita'
della donna e' la verginita': "Anche se la maternità è un elemento chiave
dell'identità femminile, ciò non autorizza affatto a considerare la donna
soltanto sotto il profilo della
procreazione biologica. Vi possono essere in questo senso gravi esagerazioni
che esaltano una fecondità biologica in termini vitalistici e che si
accompagnano spesso a un pericoloso disprezzo della donna. L'esistenza della
vocazione cristiana alla verginità, audace rispetto alla tradizione
antico-testamentaria e alle esigenze di molte società umane, è al riguardo
di grandissima importanza. Essa
contesta radicalmente ogni pretesa di rinchiudere le donne in un destino che
sarebbe semplicemente biologico. Come la verginità riceve dalla maternità
fisica il richiamo che non esiste vocazione cristiana se non nel dono concreto
di sé all'altro, parimenti la maternità fisica riceve dalla verginità il
richiamo alla sua dimensione
fondamentalmente spirituale: non è accontentandosi di dare la vita
fisica che si genera veramente l'altro. Ciò significa che la
maternità può trovare forme di realizzazione piena anche
laddove non c'è generazione fisica".
Gentilmente Ratzinger concede alle donne, se lo vogliono, il lavoro
esterno alla famiglia, che resta comunque la vocazione prioritaria della donna,
"angelo del focolare" per definizione, ma con quale prudenza di
accenti: "non si può tuttavia dimenticare che l'intreccio delle due
attività ? la famiglia e il lavoro ? assume, nel caso della donna,
caratteristiche diverse da quelle dell'uomo. Si pone pertanto il problema di
armonizzare la legislazione e l'organizzazione del lavoro con le esigenze della
missione della donna all'interno della famiglia. Il problema non è solo
giuridico, economico ed organizzativo; è innanzitutto un problema di mentalità,
di cultura e di rispetto. Si richiede, infatti, una giusta valorizzazione del
lavoro svolto dalla donna nella famiglia. In tal modo le donne che liberamente
lo desiderano potranno dedicare la totalità del loro tempo al lavoro domestico,
senza essere socialmente stigmatizzate ed
economicamente penalizzate, mentre quelle che desiderano svolgere anche
altri lavori potranno farlo con orari adeguati, senza essere messe di fronte
all'alternativa di mortificare la loro vita familiare oppure di subire una
situazione abituale di stress che non favorisce né l'equilibrio personale né
l'armonia familiare. Come ha scritto Giovanni Paolo II, «tornerà ad onore della
società rendere possibile alla madre ?senza ostacolarne la libertà, senza
discriminazione psicologica o pratica, senza
penalizzazione nei confronti delle sue compagne ? di dedicarsi alla cura
e all'educazione dei figli secondo i bisogni differenziati della loro
età»" Non voglio entrare nel
merito (ma i papa' che ruolo hanno in questa visione?) e, parliamoci chiaro, le
difficolta' pratiche cui accenna Ratzinger, nonostante la liquidazione
nonchalante di Merlo ed altri, sono reali, casomai e' la soluzione che non
convince. Ma la domanda che mi pongo e' un'altra: cosa c'e' di diverso? Cosa
c'e' di progressivo in questa prosa
chiesastica che dice e nasconde, che gioca con le parole e
comunque ricaccia la donna negli stereotipi di sempre? E poi, ancora: perche' i
destini del mondo sembrano giocarsi sempre sulla pelle della donna? Con il
velo, senza velo, libera, sfacciata, pudica,
rispettosa, emancipata, tentatrice, ritrosa, puttana o
Madonna, infibulata, facile, disponibile, protetta, prigioniera, vagabonda,
inaffidabile, vittima ora del burqua ora del trend, comunque mai veramente
autonoma, mai veramente se stessa. Post Scriptum: ma i giornalisti che ne hanno
parlato, e gli illustri commentatori che sono stati interpellati in merito, e
tutti coloro che
hanno aperto bocca sull'argomento, il documento (che non e'
nemmeno cosi' lungo), se lo sono letto oppure hanno espresso opinioni solo per
sentito dire?
Blog
di Lorenza Boninu
http://contaminazioni.splinder.com/
Tina
Beattie, The Tablet, 07/08/2004
Feminism
Vatican/Style
Il nuovo documento
di Roma sugli uomini e le donne mostra che il femminismo e la Chiesa hanno in
comune forse molto più di quanto si sia mai pensato, ma ora è compito della
teologia cattolica di spiegare la natura sacramentale della donna.
La pubblicazione
della lettera vaticana sugli uomini e le donne è stata accolta con prevedibili
pregiudizi dalla stampa laica dell’ultima settimana. “Il papa mette in guardia
dalle femministe: i vescovi devono prendere la linea dura sulle questioni di
genere”, annunciava un titolo di The Guardian. Christina Odone, inviata del New
Statesman, parlando alla radio 4 della BBC, era (prevedibilmente) meno
prevedibile. Ha descritto la lettera come "una storica conversione a U.;
il documento che contrassegnerà il papa come un novello femminista; un
testamento meravigliosamente commovente".
Di fatto, la
lettera mostra molto buon senso e intelligenza, ma è unilaterale nella
rappresentazione del femminismo e fa un certo numero di affermazioni problematiche.
Inoltre rischia, rispetto a quanto riguarda le donne, di far sembrare la
gerarchia cattolica ancor più anacronistica. Quale altra istituzione oggi
redigerebbe un documento sulle donne, facendolo scrivere da un gruppo di uomini
(la Congregazione per la dottrina della fede, a la firma del cardinale
Ratzinger) per rivolgersi a un altro gruppo di uomini (i vescovi), senza citare
o almeno fare riferimento a qualche idea di una donna? Poiché la lettera è
intitolata "sulla collaborazione degli uomini e delle donne nella chiesa e
nel mondo", questa mancanza di collaborazione con le donne appare un po’
ridicola. Mi sembra però che molti di noi, che conserviamo un rapporto più o
meno buono con santa madre chiesa, mentre tanti invece se ne sono andati, lo
facciamo perché abbiamo un senso dell’umorismo molto sviluppato ed abbiamo
imparato a convivere con le sue curiose idiosincrasie.
La seconda metà
del secolo scorso ha assistito a una mutazione di prospettiva da parte della
chiesa nei confronti della sessualità e del genere, dovuta anche alle idee che
il papa attuale ha maturato quando lavorava in parrocchia come giovane
sacerdote con le coppie di sposi. Inoltre, Hans Urs von Balthasar ha avuto un
influsso teologico significativo in questo ambito. La lettera deve essere
quindi iscritta all’interno di una tendenza emergente nella teologia cattolica,
presentata a volte come "il nuovo femminismo" (anche se alcuni lo
considerano, invece, altamente conservatore), connesso con il giornale Communio
e con pensatori quali Prudence Allen, Francis Martin, David Schindler e
Michelle Schumacher.
Sulla scia delle
catechesi del papa sul libro della Genesi del 1979-1980, la lettera afferma che
l’umanità, maschio e femmina, è creata ad immagine di Dio come dono di sé
all'altro. Afferma la differenza sessuale come "realtà profondamente
iscritta nell'uomo e nella donna" e come "componente fondamentale
della personalità". L'uomo e la donna sono stati creati in una relazione
nuziale di amore reciproco, auto-donantesi, mentre invece il peccato originale
ha portato a quella dominazione, rivalità, violenza e inimicizia fra i sessi,
che possono essere superate soltanto in Cristo. È la donna che, "nel suo
essere più profondo ed originale", esiste "per l'altro" ed è a
lei che è affidata in modo tutto particolare la vocazione di amare e nutrire la
vita. Ciò è strettamente collegato alla capacità fisica della maternità, anche
se la lettera insiste che la maternità non è riducibile soltanto alla
procreazione fisica. La vocazione alla verginità e quella alla maternità si
illuminano a vicenda, puntando entrambe al dono di sè in termini sia concreti
che spirituali.
Tuttavia, a
partire dal fatto che le donne sono le prime responsabili dei rapporti umani,
soprattutto all’interno della famiglia, la lettera sostiene che le donne e gli
uomini hanno un differente modo di rapportarsi alla famiglia e al lavoro. Ciò
richiede rispetto per le donne che desiderano dedicarsi alla famiglia e non
vogliono essere "stigmatizzate dalla società o penalizzate finanziariamente".
Allo stesso tempo, donne che lavorano fuori casa dovrebbero poterlo fare senza
dover sacrificare il benessere della famiglia e questo richiede la
trasformazione degli atteggiamenti e dei valori della società così come delle
relative organizzazioni. Ciò è importante, dice la lettera, perché la
partecipazione delle donne è necessaria a tutti i livelli della vita pubblica,
se devono essere trovate soluzioni innovatrici nei confronti dei problemi
economici e sociali del mondo.
In questi discorsi,
chiara è l’eco di un pensiero femminista, specialmente nella eccellente sezione
sul lavoro e sulla famiglia. Alcune femministe potrebbero inorridire di fronte
alla “under-standing (gioco di parole tra comprensione e sotto-comprensione,
n.d.t.) della differenza sessuale come qualcosa di codificato in modo
essenziale nella natura umana, ma i cristiani devono affermare senza
possibilità di dubbio la capacità del corpo di recare in sé un’autentica
rivelazione. Per quanto opaca sia la relazione tra natura e cultura o tra sesso
e genere (e oggi le femministe non sono, come sembra invece insinuare la
lettera, ingenue su questo punto e la complessità della relazione tra sesso e
genere è ormai per lo più riconosciuta), i cristiani sono chiamati a lavorare
“con” piuttosto che “contro” le nostre naturali capacità e orientamenti
corporei, così che si possa capire cosa significhi essere persone sessuate
create ad immagine di Dio.
Penso che le
reazioni di alcune femministe a questo documento siano dovute al fatto che le affermazioni circa la natura
essenzialmente auto-donantesi delle donne vengono percepite come romanticismo.
Stereotipi che ci si può aspettare soltanto da un gruppo di uomini celibi che parla della psicologia e
della natura delle donne all’interno di un ambiente di soli uomini. E’ anche
vero però che la maggior parte delle femministe concorda sul fatto che le donne
siano più relazionali degli uomini e teorie ortodosse, cattoliche e femministe
sono radicate su un fondamento comune: credere che questa relazionalità sia un
modello di umanità migliore di quello dell’individualismo maschile che
caratterizza la società attuale. Che le donne siano, per natura o cultura, più
orientate verso i rapporti di cura e che le donne abbiano un'affinità più
immediata con la natura, perché i nostri corpi sanguinano, generano e
alimentano, lo affermano anche molte femministe. La speranza che una
partecipazione più ampia delle donne alla vita pubblica fornirà un'alternativa
alla violenza e allo sfruttamento della società moderna è comune al papa ed
alle femministe. Apparentemente, la gerarchia ritiene invece di essere esente
dalla necessità di un’influsso “umanizzante” al suo interno da parte delle
donne, dato che gli ultimi anni hanno visto una certa tendenza a inserire in alcune
delle istituzioni e della amministrazione della chiesa solo donne attentamente
selezionate.
È giusto dire,
inoltre, che il femminismo non ha del
tutto accettato che la famiglia resti, per la maggior parte delle donne,
chiave di volta della propria identità, della propria autostima e del proprio
impegno in quanto donne. Le femministe frequentemente hanno ritratto il
matrimonio e la vita familiare ispirati e sostenuti da valori religiosi come
una cospirazione patriarcale che rende le donne poco più che delle schiave
domestiche. Non sono riuscite ad accettare che per molte donne matrimonio e
maternità sono esperienze profondamente arricchenti, che permettono loro di
esprimere il proprio amore, la propria sessualità ed il talento nella cura
all’interno di rapporti stabili e impegnativi. La lettera, dal momento che
riconosce che matrimonio e verginità non sono gli unici modi in cui le donne
possano realizzarsi, reinterpreta queste due antiche vocazioni e, in modo
inquietante, le lascia aperte. Per esempio, evitando saggiamente ogni
riferimento alla contraccezione, tiene conto della possibilità che la chiesa
sia finalmente in grado di dare spazio a donne sessualmente attive che non sono
madri, fatto che rappresenta certamente una dimensione innovativa nel pensiero cattolico recente.
Senza negare
queste importanti intuizioni, questo documento è però profondamente
discutibile. Si riferisce "alla dominazione di un sesso da parte
dell’altro", ma non riconosce che cosa abbia significato la dominazione
degli uomini sulle donne, nella cristianità come nelle culture e religioni
non-cristiane. Non c’è dunque alcun riconoscimento della legittimità storica
del femminismo, né si riconosce che se la teologia è riuscita a distaccarsi
significativamente dalla tradizione lo deve in gran parte anche all'influenza
del femminismo. Non si fa menzione dell’abuso domestico e della violenza
sessuale come problemi pastorali urgenti per la Chiesa nei confronti delle
donne, né viene detto nulla circa le responsabilità degli uomini nella vita
domestica.
Diverse indagini
indicano che, anche donne che lavorano molte ore fuori casa, si occupano poi
dei lavori domestici e di ciò che riguarda l’educazione e la cura dei figli.
Una madre, se deve trovare equilibrio tra lavoro e famiglia, ha bisogno del
supporto attivo di un padre che condivida il lavoro per mandare avanti la casa
e per far crescere i figli. E’ necessario anche riconoscere che, per molte
donne, il lavoro non è una scelta ma una necessità economica e questo le lascia
esauste di fronte alle impossibili pretese di occuparsi, anche se lavorano a
orario lungo in mestieri umili e per una paga bassa, dei bisogni dei mariti,
dei figli e di altri che dipendono da loro. È delirante lasciar intendere che donne in tali circostanze "conservano
nelle loro vite la profonda intuizione della bontà di quelle azioni che danno
la vita e che contribuiscono allo sviluppo ed alla protezione dell'altro”.
Contro ogni
previsione alcune donne ce la fanno, ma molte sono sopraffatte e sconfitte ed
il risultato è la perpetuazione di relazioni segnate dalla negligenza e
dall’abuso nei confronti della generazione dei figli. Mentre sia le femministe
che il Vaticano continuano a lavorare per trasformare la cultura ed hanno forse
in comune più di quanto entrambi credano, i vescovi potrebbero rivolgere la
loro attenzione a una presa di
responsabilità da parte tanto degli uomini che delle donne. Ciò
richiederebbe un'analisi realistica delle circostanze sociali e domestiche che
concorrono a minare il benessere delle donne nella chiesa e nel mondo.
La preoccupazione
primaria di questa lettera, invece, non è l’abuso degli uomini sulle donne, ma
la minaccia del femminismo. Le femministe, ci viene detto, "danno forte
risalto agli stati di subordinazione per provocare l'antagonismo", come se
"le donne, per essere se stesse, debbano porsi come avversarie degli
uomini" e credono che "di fronte all’abuso di potere si debba
rispondere con la ricerca del potere". Ciò suona come una ritardata
reazione agli scritti di Mary Daly, una teologa cattolica che, negli anni 70 e
80, ha delineato una particolare forma di femminismo radicale separatista. Il
femminismo, però, è un movimento troppo vario e complesso per prestarsi a
queste accuse semplicistiche e distorte. Ci sono forme di femminismo che sono
incompatibili con la fede cristiana, ma ci sono anche molte femministe che
lavorano nella fedeltà critica agli insegnamenti della chiesa e che
acconsentirebbero a molte delle idee espresse in questa lettera. Negare il loro
contributo alla teologia ed alla prassi cristiane e non riuscire a riconoscere
quanto questo stesso documento sia in sé profondamente debitore al pensiero
femminista, significa ancora una volta emarginare e mettere a tacere le donne e
insinuare che gli uomini le conoscano più e meglio di quanto noi conosciamo noi
stesse.
Il problema più
profondo di questa lettera, comunque, più che sociologico, è teologico. La
convinzione che c’è una differenza essenziale fra i sessi non fa parte della
tradizione cattolica. A partire da Agostino la chiesa occidentale ha capito
sempre la differenza sessuale come dimensione eterna dell'esistenza umana, ma
ha anche tradizionalmente insegnato che la differenza fra gli uomini e le donne
è di grado piuttosto che di sostanza. Cristo era maschio non perché il corpo
maschile fosse ontologicamente differente dal corpo femminile, ma perché era la
versione più perfetta della stessa cosa.
Oggi, scartando
una comprensione gerarchica della differenza sessuale a favore di un modello di
complementarità (i sessi sono uguali ma differenti), la chiesa ha dovuto
trovare nuove giustificazioni per l'esclusione delle donne dal sacerdozio. Una
di queste è stata identificare la mascolinità, essenziale al sacerdozio, con la
mascolinità di Cristo, che a sua volta è identificato con la paternità di Dio.
Anche se non è espressa pienamente, la teologia sottesa a questo nuovo
essenzialismo sessuale è potenzialmente disastrosa. Non solo associa la
paternità di Dio con la sessualità maschile (un'associazione che la chiesa ha
negato sempre, anche se a volte l’uso teologico di un linguaggio figurato
suggerisce l'idea di un dio maschio che insemina una creazione femminile). Essa
enfatizza inoltre eccessivamente la dimensione sessuale piuttosto che la
funzione relazionale del simbolismo nuziale della chiesa. Di conseguenza,
l'amore di Cristo per la sua sposa, la chiesa, è espresso in termini
esageratamente sessuali connessi con la mascolinità dello sposo. Ciò ha inoltre
implicazioni disastrose nei confronti del ruolo del corpo femminile che da
questa teologia, lungi dall'essere riconosciuto, rischia invece di essere
espulso.
Dopo parecchie
pagine di descrizione della vocazione e del genio delle donne, la lettera
asserisce che "i valori femminili qui accennati sono soprattutto valori
umani”. In questa prospettiva, quanto viene chiamato “la femminilità” è più
semplicemente un attributo del sesso femminile. La parola indica effettivamente
la capacità umana fondamentale di “vivere per l'altro ed a causa dell'altro”.
Per difendere l'esclusione delle donne dall’ordinazione sacerdotale, si dice
che questo "non impedisce in nessun modo l'accesso delle donne al cuore
della vita cristiana". Il rapporto nuziale fra i sessi viene poi spiegato
in termini di rapporto fra la chiesa ed il Cristo come la sposa e lo sposo e si
dice che "le donne sono chiamate ad essere unici esempi e testimoni per
tutti i cristiani di come la sposa deve rispondere nell'amore all'amore dello
sposo".
Nella parte
iniziale, la lettera rifiuta "un nuovo modello di sessualità
polimorfa" connesso con il femminismo. In realtà, è difficile immaginare
però un modello sessuale più polimorfo di quello supposto da una comunità di
uomini e di donne costituiti come sposa di Cristo, in modo tale che la sposa
femminile è in realtà un termine collettivo che raccoglie entrambi i sessi (e
in alcuni casi può addirittura non includere affatto le donne, per esempio
quando il gruppo si esprime in una comunità di tutti maschi), mentre lo sposo è
essenzialmente e biologicamente maschio.
Si tratta di una
teologia non del tutto "corretta" e di un modo molto ambiguo di
comprendere il rapporto fra sesso
biologico e genere spirituale. Inoltre, il corpo maschile diventa il referente
di ogni significato, maschile e femminile, ispirato da un’unica donna, “Maria”,
che è "uno specchio posto davanti alla chiesa". La femminilità quindi
è stata colonizzata da uomini come spose di Cristo, dal momento che Maria ha
realizzato unicamente il suo ruolo materno; il corpo femminile si dissolve
nella comunità della chiesa come "donna", che potrebbe essere
composta anche unicamente da uomini. Sacramentalmente parlando, la differenza
sessuale non riguarda la differenza fra uomini e donne, ma la differenza fra i
sacerdoti maschi, che rappresentano Cristo, e tutti gli altri. Dove è andata a
finire l'insistenza del documento sul fatto che il sesso fisico non può essere
separato dal genere, se il genere femminile non sta in un rapporto necessario
con il corpo femminile?
La battaglia tra
i sessi continuerà a infuriare e le femministe ed i cardinali continueranno
egualmente a dare fuoco alle polveri. Nella recente comprensione della donna da
parte della chiesa c’è stata dunque, oltre che in termini di politica sessuale,
una significativa innovazione anche in termini antropologici e sociologici. Al
livello teologico, però, c’è una catastrofe devastante. Sarebbe davvero urgente
che il papa dicesse in che senso il corpo femminile ha importanza sacramentale,
di modo che la persona incarnata di entrambi i sessi sia affermata, non solo a
livello sociale e biologico, ma anche a livello sacramentale. Altrimenti,
alcuni di noi potrebbero temere di essere diventati nient'altro che degli
spettatori alle nozze gay della chiesa attuale.
Tina Beattie è
“senior lecturer” in Studi cristiani all'università di Roehampton. Il suo ultimo libro “Donna” è pubblicato da
Continuum.
[traduzione di Benedetta Zorzi e Marinella
Perroni]
di Pietro De Marco
Commentando la
“Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell'uomo e
della donna nella Chiesa e nel mondo” inviata dalla congregazione per la
dottrina della fede, a firma del prefetto, Joseph Ratzinger e del segretario,
Angelo Amato, Claudio Risé ha proposto, con quel tanto di esasperazione per le
tendenze di una contagiosa vulgata, un "basta, col considerare la maschilità
del Figlio di Dio come un optional, un caso, qualcosa che poteva benissimo
essere anche il suo contrario, una femminilità. Non si può trasformare la
storia di un Uomo che disse di essere venuto per realizzare la volontà del
Padre, in quella di un androgino figlio di Madre. Quella sarebbe un'altra
storia. E anche la nostra sarebbe, quindi, diversa" (“Il Giornale”,
domenica 1 agosto).
Certo, altro
sarebbero l'Occidente e il mondo se il perno della rivelazione cristiana fosse
stato un mito della Dea Madre. Per l'antropologia razionale di matrice
ebraico-cristiana, l'unica dell'Occidente, il "masculum et foeminam
creavit eos", la "uni-dualità" (Giovanni Paolo II) della
relazione, è condizione necessaria di pensabilità dell'umano e dei suoi
istituti.
Ma l'identità
rispettiva e la distinzione del maschile e del femminile sono condizioni
irrinunciabili anche per l'intellectus fidei e la fede vissuta. Richard
Crashaw, il grande poeta inglese operoso a Roma dopo la sua conversione al
cattolicesimo, e morto a Loreto nel 1649, celebrava la circoncisione (come ci
ricorda Leo Steinberg nel suo celebre “La sessualità di Cristo”) indicando nel
sangue versato dal Bambino l'ottavo giorno di vita l’anticipazione del sangue
della Passione e della vita del cosmo rinnovato: "These Cradle-torments
have their towarness. / These purple bunds of blooming death may be, / Erst the
full stature of a fatal tree/. (…) This knife may be the speares praeludium”
(Questi tormenti della culla hanno una loro finalità. / Queste purpuree gemme
[le gocce di sangue della circoncisione] di fiorente morte potranno essere /
prestissimo tutta l'altezza di un albero fatale [la croce] / Questo coltello
può essere il praeludium della lancia).
Un secolo e mezzo
prima, i colti predicatori della corte di Sisto IV ricordavano al pontefice, il
1 gennaio: "Quest'oggi viene aperto a pro dell'umanità il libro della
circoncisione, il primo volume della crudelissima Passione. Qui sgorga il primo
sangue della nostra redenzione". Annota finemente Steinberg che, per una
fede (responsabile, non svagata) senza la prova del sangue prepuziale la carne
del Figlio avrebbe potuto essere mera simulazione, fantasia, apparenza.
L'ostentatio genitalium del Bambino Gesù nell'iconografia tardo medievale e
moderna, fino al maturo Cinquecento, integra e rafforza la manifestazione,
l'epifania, del Nato per la nostra salvezza, nella sua determinatezza umana e
maschile. Nell'iconografia, più rara, della genitalità palese e potente del
Cristus adulto e patiens, studiata da Steinberg, si sanziona poi che passione e
morte sono generatrici della stirpe, della natio, dell'umanità redenta.
Nella
sorprendente teologia figurale del Thronum Gratiae (il Padre e il Figlio
assieme come manifesta accettazione del sacrificio del secondo da parte del
primo) l'arte fiammminga, van der Veyden in particolare, fa sottolineare al
Padre con la mano poggiata sul perizoma di Cristo all'altezza dell'inguine la
decisiva potenza fecondante della morte del Salvatore. La paternità è dunque
trasmessa ed esibita nel Figlio morto dalla mano del Padre unico, "ex quo
omnis paternitas in caelis et in terra nominatur" (Ef 3, 15). Dov'è morte
la tua vittoria?
Una società delle
buone maniere ha poi prevalso mettendo la sordina, almeno nell'immagine sacra
pubblica, su questo tema. Ma la maschilità del Cristo, architettonicamente
necessaria alla fides quae creditur, non è svilita, almeno non fino alla
stagione a noi contemporanea dell'androginia decadente e della pressione per la
distruzione dei differenziali simbolici. Senza la densità dell’autentica
maschilità del Cristo anche la enorme ricchezza teologico-simbolica di Maria si
disgrega (d’altronde le due strategie di attacco alla tradizione teologica e
mistica cattolica di Dio Padre e della Vergine Madre convergono). Senza
uni-dualità quale relazione con l’Altro-da-sé? Se la “capacità dell’Altro”, che
la “Lettera” ratzingeriana attribuisce al femminile come tratto distintivo, è
variabile artificio culturale, cosa ne resterà dopo le pratiche manipolatorie
dell’Alterità delle ideologie radicali ?
La perdita del
differenziale simbolico è perdita di capacità di identificazione, perdita
eminentemente culturale. La coppia umana bisessuale è radicalmente distinta
dalla coppia di eguali (quella dell’amicizia, della sodalitas), funzionalmente
e cosmologicamente. Nell'ordine del simbolico la coppia di eguali è non
infeconda (lo è solo per l'aspetto procreativo), ma ordinata alla elaborazione
del doppio, della iterazione o replicazione. La dimensione “feconda” della
coppia di sessualmente eguali è l'amicizia. Che questo possa includere la
relazione (omo)sessuale è noto; ma l'alterità rispetto alla coppia
bisessuale-coniugale è nitidissima. Insistere sulla storicità delle differenze
di genere non sposta tale evidenza, la rende anzi più cogente.
La “Lettera”
ricorda che, "distinti fin dall’inizio della creazione e restando tali nel
cuore stesso dell’eternità, l’uomo e la donna, inseriti nel mistero pasquale di
Cristo [ovvero nell'intelligenza del compimento redentivo] non avvertono più la
loro differenza come motivo di discordia da superare con la negazione o il
livellamento", ma vivono la reciprocità significativa della distinzione.
Uomo e donna sono figura della Trinità, Imago Dei, come ha insistentemente
ricordato uno dei massimi teologi cristiani del Novecento, lo svizzero Hans Urs
von Balthasar. Ed è la Donna, Maria, che ci rivela nell’ostensione del Figlio
l’infinita umiltà di Dio.
Non possiamo
ammettere che uomini e donne sull’orlo di una crisi di nervi si ingegnino
ciecamente a rompere (posto che sia possibile) questo stupendo equilibrio e
sapere, come fosse un giocattolo su cui di volta in volta sfogare nevrosi o
esercitare curiositas. Solo il folle sega il ramo su cui è seduto.
__________http://213.92.16.98/ESW_articolo/0,2393,42208,00.html
Quanti intellettuali
italiani laici possono parlare con competenza del
femminismo e delle sue tendenze
interne? Quanti le conoscono e riescono a
dialogare e criticare? Il cardinale Ratzinger,
prefetto della Congregazione per la
dottrina della fede, prelato intransigente e amato
dal cattolicesimo ortodosso, dà i punti a tutti. Nella sua
Lettera ai vescovi sulla collaborazione dell'uomo
e della donna dimostra di aver molto studiato e
molto compreso del portato storico dell'ultima
rivoluzione del '900. Si ha addirittura l'impressione,
leggendolo, che proprio lui - definito poliziotto della
Chiesa - non sarebbe a disagio in quel «tempio del
pensiero della differenza » che è la Libreria delle
donne di Milano. Ratzinger. rovescia la
vulgata misogina delle Scritture cre vede
nella donna la causa del peccato originale. E il dominio
maschile - dice - la conseguenza di quel peccato, di quel
tradimento dell'amore di Dio. Da lì nasce la
violenza degli uomini e la guerra vendicativa
delle donne, che mortifica la differenza, annulla la
«capacità dell'altro» che è specifica dell'umano
femminile e che fonda la differenza. La sessualità - spiega
Ratzinger - è non solo fisica, ma psicologica e
spirituale. E la «capacità dell'altro» non
necessariamente si incanala nel ruolo materno,
ma allude a quel sistema relazionale che è il fondamento
originale dell'essere umano femminile. Ce n'è
abbastanza per gridare alla svolta. E molte femministe lo
hanno fatto. Luisa Muraro, esponente del pensiero
della differenza e docente di Filosofia teoretica, ha
parlato di «novità interessantissima ». «Ratzinger», ha detto,
«assume e fa proprio il pensiero della
differenza». Nella lettera del cardinale, Ida
Dominjanni sul manifesto ha trovato «un
ascolto del divenire storico, del mutamento innescato
dalla rivoluzione femminile che va riconosciuto e
incassato». «Nessun pensiero politico maschile
oggi dialoga con il femminismo della dif ferenza,
come la Chiesa mostra di voler fare», ha scritto
sul Foglio Marina Terragni. La soddisfazione, il
riconoscimento alla Chiesa per voler cancellare
l'idea del «neutro maschile» e della «complementarietà»
della donna si incrociano nel dibattito femminista
sul cardinale a un malcelato senso di rivincita contro
quella intellettualità e politica maschile che in
questi anni ha cercato di ridurre il femminismo a
residuo e il dibattito sulla differenza a una noiosa
questione di quote, di diritti, di rassicurazioni. Ma non
a tutti la lettera di Ratzinger ha mandato lo stesso
messaggio. Francesco Merlo, in un brillante
editoriale su Repubblica, accusa l'alto
prelato di non conoscere le donne. Forse non
conoscerà le donne ma il femminismo sì. Per Emma
Bonino, leader radicale, la lettera «avrebbe potuto
benissimo essere scritta dall'imam della moschea di Al
Azar». Lidia Menapace, intellettuale, femminista
e pacifista cattolica Gbe di gerarchia della
Chiesa se ne intende, ha messo in guardia contro
un Vaticano che usa la differenza per riportare le donne
a vecchi ruoli e «togliere dal mercato del
lavoro quell'ingombro che oggi è costituito dalla donna».
Altre e altri sono d'accordo con lei. Diffidenze antiche
si confermano. E si ricorda l'opposizione alle
famiglie di fatto, alla omosessualità, alla legge
sulla procreazione assistita. I peccati della Chiesa
per molti sono ancora tutti là e non sono peccati
veniali. Tutto vero, ma basta per non vedere «la
differenza» della lettera del cardinale?
FILIPPINE
Manila (AsiaNews) – Mons. Oscar Cruz, vescovo di
Lingayen-Dagupan, in un’intervista al Manila Bulletin ha espresso piena
condivisione della “Lettera sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella
Chiesa e nel mondo”, pubblicata di recente dalla Congregazione per la dottrina
della fede. “Il testo del card. Ratzinger deve essere letto interamente, senza
parzialità. Se si leggono solo degli stralci non si coglie lo spirito profondo
di questo scritto” ha affermato mons. Cruz, rispondendo in modo indiretto alle
critiche di alcune femministe locali contro il documento vaticano.
“Uomini e donne sono complementari nella
costituzione e nelle funzioni biologiche” ha affermato mons. Cruz. “Non deve
esistere conflitto o lotta fra uomo e donna perché sono creature complementari:
una non può fare nulla senza l’altra”.
Il vescovo ha sottolineato come già il titolo
della Lettera è un richiamo alla collaborazione fra uomini e donne: “Il
collaborare è sempre tra uguali. Non esiste collaborazione fra un essere
razionale e uno irrazionale. Lo spirito che anima l’intero documento è di reale
uguaglianza fra uomo e donna. Non ci deve essere spazio per il machismo o per
il femminismo: queste posizioni radicali sono entrambe segnate dall’estremismo”
ha concluso mons. Cruz.
Nelle Filippine varie esponenti femministe avevano
condannato il documento vaticano: Ana Theresita Hontiveros-Baraquel, deputato
al Congresso, ha criticato la “colpevole emarginazione del femminismo”
contenuta nel documento vaticano. Anche alcune frange cristiane hanno attaccati
la lettera di Ratzinger: Mary John Manalansan, una suora femminista, ha
dichiarato che “bisogna semplicemente ignorare” la Lettera di Ratzinger. (SE)
http://www.asianews.it/view.php?l=it&art=1301
IDA DOMINIJANNI
Il
Manifesto 17Agosto 2004
La lettera di Ratzinger «sulla collaborazione
dell'uomo e della donna» continua a far discutere e divide il mondo laico e il
femminismo, come ha documentato di recente Ritanna Armeni sul Magazine del Corsera.
E a proposito delle reazioni femministe, ho ricevuto da Patrizia Colosio,
curatrice del portale della lista lesbica, una lettera che mi pare interessante
riportare. Scrive Colosio: «Ho letto con molto stupore Politica o quasi del 3
agosto di Ida Dominijanni, in particolare là dove parla di «vocazione
relazionale della donna» evidenziando la sintonia tra il pensiero di Ratzinger
e quello del pensiero della differenza sessuale. Coincidenza che potrebbe
suscitare qualche inquietudine e rimandare a quei «regimi di verità che
stabiliscono i criteri secondo cui è dato essere, legittimamente, `femminili' o
`maschili'». La citazione è tratta dalla recente edizione italiana di
GenderTrouble di Judith Butler (Scambi di genere, Sansoni). Dominijanni spiega
che è proprio contro le teorie di Butler che Ratzinger combatte, ovvero contro
«la teoria che contesta l'identità compatta del genere femminile per aprire
alla soggettività femminile tutto il campo possibile delle scelte sessuali,
sociali, politiche discorsive, di pensiero». E, secondo lei, «non diversamente
da quanto fa il femminismo italiano della differenza sessuale». Non mi
interessano le polemiche, mi spiace però quando anziché rilevare contraddizioni
che possono aprire nuove prospettive di confronto e di pensiero si appiattisce
il discorso in nome di una presunta omogeneità dei fini. La sovversività del
pensiero di Butler sta proprio nel mettere in guardia certo tipo di femminismo
dall'idealizzare espressioni del genere che finiscono per produrre a loro volta
forme di gerarchia e di esclusione, molto spesso con risvolti omofobici. Già,
perchè cosa ne facciamo di quelle donne che non mostrano, ad esempio,
«vocazione relazionale» o di cura, che sviluppano una progettualità non
necessariamente legata alla maternità, che si muovono a proprio agio nelle
dinamiche di potere? E lo stesso vale per gli uomini. Il rigido binarismo
maschio-femmina che rimanda a tutta un'altra serie di dicotomie tanto care ai
pensieri unici, si pone come una delle presunte «verità» da contrastare. La
ricerca di Judith Butler parte dalla violenza sperimentata rispetto alle norme
di genere: uno zio incarcerato per il suo corpo anomalo; cugini gay cacciati di
casa per via della loro sessualità; il proprio turbolento coming out, come lesbica,
a sedici anni. Il richiamo nella lettera ai vescovi alla «costituzione
essenziale» di ogni persona dovrebbe costituire un campanello di allarme. Ciò
che nella lettera viene posto come problema: la messa in discussione della
famiglia, per sua indole bi-parentale, e cioè composta di padre e madre,
l'equiparazione dell'omosessualità all'eterosessualità, un modello nuovo di
sessualità polimorfa, non è altro che la sfida che certe pratiche riescono a
portare al concetto di «realtà», che risulta quindi modificabile. E' contro
questa moltiplicazione delle possibilità che da sempre si scagliano i regimi di
verità; stiamo attente a non fare il loro gioco».
Mi pare che questa lettera, prendendo spunto dal
documento cattolico, riproponga una ritornante polemica che contrappone la
prospettiva postmoderna del gender trouble di Judith Butler, che sarebbe
differenzialista e libertaria, al presunto «essenzialismo» del pensiero della
differenza sessuale italiano, che sarebbe invece identitario e prescrittivo. La
questione, ovviamente, non può essere sciolta in poche righe. Patrizia ha
perfettamente ragione nel rilevare che nel mio pezzo di due settimane fa (in
cui prendevo ampiamente le distanze dagli esiti prescrittivi della lettera di
Ratzinger: su questo non torno) tendevo a trovare il punto di contatto fra
queste due tendenze della teoria femminista che si suole da più parti
contrapporre. L'ho fatto e lo ribadisco, perché sono effettivamente convinta
che esse puntano entrambe alla decostruzione dell'identità di genere e alla
libera significazione della soggettività femminile in tutte le sue possibili
espressioni. Credo che i sospetti di essenzialismo che tuttora gravano sul
pensiero della differenza sessuale italiano dipendano da un grossolano equivoco
grammaticale e concettuale, che vede la differenza sessuale come l'oggetto del
pensiero invece che il soggetto, il significato invece che il significante.
«Pensiero della differenza sessuale», insomma, non è altro che differenza
sessuale pensante: donne (e uomini) che pensano e si pensano, a partire da sé,
liberamente e fuori dai regimi di verità. Con ciò, mi pare che molti motivi di
polemica cadano. Resta in piedi invece un'altra questione, accennata da Luisa
Muraro nel suo articolo sul manifesto del 7 agosto, e sulla quale mi ha
interrogata in un'altra lettera Chiara Zamboni: quanto è presente, nelle gender
theories angloamericane che riportano al solo terreno culturale tutta la
problematica del conflitto fra i sessi, la pretesa prometeica e
smaterializzante di una totale emancipazione da quella radice biologica da cui
pure, in quanto esseri umani, dipendiamo? Anche questa è una domanda
importante. Anche, credo, per la più recente riflessione di Butler, che proprio
sullo statuto dell'umano è largamente incentrata.
SAN
BENEDETTO DEL TRONTO - Lettera ai vescovi firmata del cardinale Ratziner e
ispirata dal Papa.
di
Tonino Armata
mercoledì
25 agosto 2004, ore 08:14
Il
sesso è bello. E se lo dice il Papa in un documento redatto su sua ispirazione
dalla Congregazione per la dottrina della fede dev'essere vero due volte. Anche
se per il Papa vale esclusivamente per marito e moglie. "La creatura umana
nella sua unità di anima e corpo è qualificata fin dal principio dalla
relazione con l'altro da - sé", è scritto in una Lettera ai vescovi,
dedicata interamente alla "collaborazione dell'uomo e della donna nella
Chiesa e nel mondo".
Questa
relazione, prosegue il documento, "è buona, di ogni bontà originaria
dichiarata da Dio fin dal primo momento della creazione" ed è qualcosa di
profondamente scritto nell'uomo e nella donna. Perché "la sua sessualità
caratterizza l'uomo e la donna non solo sul piano fisico, ma anche su quello
psicologico e spirituale, improntando ogni loro espressione".
La
Lettera ai vescovi dalla Chiesa cattolica sulla collaborazione dell'uomo e
della donna nella Chiesa e nel mondo del cardinale Ratzinger ha un tale
spessore culturale e riveste un tale interesse che credo valga la pena, anche a
distanza di alcuni giorni dalla sua diffusione, tornare su di essa.
Prima
di tutto mi sembra vada sottolineata una novità di metodo nel documento che è
anche novità profonda di sostanza. Il documento non si sviluppa sulla base di
un richiamo al diritto naturale di cui la Chiesa rivendichi la corretta
interpretazione, ma è tutto e solo fondato su un'acuta lettura ed
interpretazione della Bibbia.
Vi
è in questo una profonda innovazione rispetto ad una lunga, secolare
tradizione, che neppure il Concilio Vaticano II aveva del tutto innovato. La
Chiesa cattolica in sostanza, sui problemi sociali ed etici, si è posta per
secoli come interprete e garante di un ordine naturale voluto da Dio; un ordine
che la ragione umana era in grado di leggere purché non sviata dalle passioni e
dagli interessi del secolo e tutelata in questo modo dalla Chiesa stessa.
Questo dava al suo insegnamento un carattere e una pretesa universalità
destinata a rivolgersi in una sorta di astoricità.
La
formula con la quale si apre il documento di Ratzinger (la Chiesa esperta in
umanità) è quella usata per la prima volta da Paolo VI in un suo discorso
all'Onu che segnò il primo superamento della tradizione di cui si diceva. Il
superamento è ora pieno e consapevole nel documento di Ratzinger. Questioni da
specialisti prive d'interesse per il grande pubblico? Non direi se appena si
sia consapevoli di quello che la Bibbia ha rappresentato nella cultura europea.
E'
evidente anzitutto il respiro umano, la modernità del linguaggio che
l'impostazione biblica conferisce al documento. E' impossibile qui indulgere in
citazioni ma si resta colpiti ad esempio da quell'invito ad accogliere "la
testimonianza resa dalla vita delle donne come rivelazione di valori senza i
quali l'umanità si chiuderebbe nell'autosufficienza, nei sogni del potere e nel
dramma della violenza".
Ma
al di là di ogni questione di linguaggio proprio quei problemi sui quali il
documento è apparso ed è (in parte almeno) elusivo si pongono su basi nuove e
in una luce nuova quando si passa da una prospettiva di razionalità naturale e
di diritto canonico ad una prospettiva biblica. Penso ai discussi temi del
sacerdozio femminile, dei sacramenti ai divorziati, delle convivenze
prematrimoniali, e della stessa omosessualità. Non ci sono novità clamorose su
questi temi ma mi sembra lecito prevedere che l'innovazione dell'apparato
concettuale non potrà non incidere sui singoli giudizi di contenuto, come del
resto è già avvenuto nelle chiese riformate che hanno fatto della Bibbia il
cardine della loro identità.
E
infine un ultimo aspetto di rilevanza storica mi sembra vada sottolineato: non
c'è dubbio che il confronto con l'Islam sia nel nostro futuro. Certe previsioni
che si leggevano negli anni Settanta dello scorso secolo sulla inevitabile
erosione e scomparsa del fattore religioso della storia umana a seguito dei
processi di modernizzazione sono state clamorosamente smentite dalla realtà. Il
fattore religioso è tornato a porsi nel bene e nel male come elemento decisivo
nella storia umana: nel bene quando è fattore di pace e di convivenza; nel male
quando assume le forme dei vari fondamentalismi che generano intolleranza e
violenza (personalmente ne so qualcosa). Ebbene il confronto con l'Islam ha
proprio nella idea che si ha della donna, del suo ruolo, della sua dignità, uno
dei suoi momenti critici.
L'impostazione
biblica del documento appare, a mio avviso, la più idonea a suscitare un
confronto, ad aprire un dibattito. La riaffermazione da parte degli Stati come
il nostro, che è campo d'immigrazione da paesi islamici, dei fondamentali
principi costituzionali di uguaglianza e di pari dignità a prescindere da
differenze di sesso e di religione, è fondamentale e irrinunciabile, ma è
altrettanto importante ai fini della convivenza, favorire un confronto che
investa le radici stesse delle diverse culture.
Non
credo con queste mie poche osservazioni di aver dato la misura dell'importanza
del documento e dei problemi che esso implica, ma vorrei avere, almeno,
espresso l'esigenza che la laicità cui il sottoscritto (e credo anche il
Quodidiano.it col quale collaboro) s'ispira è legittima preoccupazione di
pluralismo e di distinzioni di ruoli, ma non è disinteresse e tanto meno
irrisione del fattore religioso.
La
Chiesa e la donna che entra nella storia
di PIETRO SCOPPOLA
La Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell'uomo
e della donna nella Chiesa e nel mondo del cardinale Ratzinger ha un tale
spessore culturale e riveste un tale interesse che credo valga la pena, anche a
distanza di alcuni giorni dalla sua diffusione, tornare su di essa. Prima di
tutto mi sembra vada sottolineata una novità di metodo nel documento che è
anche novità profonda di sostanza. Il documento non si sviluppa sulla base di
un richiamo al diritto naturale di cui la Chiesa rivendichi la corretta
interpretazione, ma è tutto e solo fondato su una acuta lettura ed
interpretazione della Bibbia. Vi è in questo una profonda innovazione rispetto
ad una lunga, secolare tradizione, che neppure il Concilio Vaticano II aveva
del tutto innovato. La Chiesa cattolica in sostanza, sui problemi sociali ed
etici, si è posta per secoli come interprete e garante di un ordine naturale
voluto da Dio; un ordine che la ragione umana era in grado di leggere purché
non sviata dalle passioni e dagli interessi del secolo e tutelata in qualche
modo dalla Chiesa stessa. Questo dava al suo insegnamento un carattere e una
pretesa di universalità destinata a risolversi in una sorta di astoricità. La
formula con la quale si apre il documento di Ratzinger - la Chiesa esperta in
umanità - è quella usata per la prima volta da Paolo VI in un suo discorso
all'Onu che segnò il primo superamento della tradizione di cui si diceva. Il
superamento è ora pieno e consapevole nel documento di Ratzinger. Questioni da
specialisti prive di interesse per il grande pubblico? Non direi se appena si
sia consapevoli di quello che la Bibbia ha rappresentato nella cultura europea.
E' evidente anzitutto il respiro umano, la modernità di linguaggio che
l'impostazione biblica conferisce al documento. E' impossibile qui indulgere in
citazioni ma si resta colpiti ad esempio da quell'invito ad accogliere "la
testimonianza resa dalla vita delle donne come rivelazione di valori senza i
quali l'umanità si chiuderebbe nell'autosufficienza, nei sogni di potere e nel
dramma della violenza". Ma al di là di ogni questione di linguaggio
proprio quei problemi sui quali il documento è apparso ed è - in parte almeno -
elusivo si pongono su basi nuove e in una luce nuova quando si passa da una
prospettiva di razionalità naturale e di diritto canonico ad una prospettiva
biblica. Penso ai discussi temi del sacerdozio femminile, dei sacramenti ai
divorziati, delle convivenze prematrimoniali, e della stessa omosessualità. Non
ci sono novità clamorose su questi temi ma mi sembra lecito prevedere che l'innovazione
dell'apparato concettuale non potrà non incidere sui singoli giudizi di
contenuto, come del resto è già avvenuto nelle chiese riformate che hanno fatto
della Bibbia il cardine della loro identità. E infine un ultimo aspetto di
rilevanza storica mi sembra vada sottolineato: non c'è dubbio che il confronto
con l'Islam sia nel nostro futuro. Certe previsioni che si leggevano negli anni
Settanta dello scorso secolo sulla inevitabile erosione e scomparsa del fattore
religioso dalla storia umana a seguito dei processi di modernizzazione sono
state clamorosamente smentite dalla realtà. Il fattore religioso è tornato a
porsi nel bene e nel male come elemento decisivo nella storia umana: nel bene
quando è fattore di pace e di convivenza; nel male quando assume le forme dei
vari fondamentalismi che generano intolleranza e violenza. Ebbene il confronto
con l'Islam ha proprio nella idea che si ha della donna, del suo ruolo, della
sua dignità, uno dei suoi momenti critici. L'impostazione biblica del documento
appare, a mio avviso, la più idonea a suscitare un confronto, ad aprire un
dibattito. La riaffermazione da parte degli Stati come il nostro, che sono
campo di immigrazione da paesi islamici, dei fondamentali principi
costituzionali di uguaglianza e di pari dignità a prescindere da differenze di
sesso e di religione, è fondamentale e irrinunciabile, ma è altrettanto
importante e forse più importante ai fini della convivenza favorire un
confronto che investa le radici stesse delle diverse culture. Non credo con queste
mie poche osservazioni di aver dato la misura della importanza del documento e
dei problemi che esso implica, ma vorrei avere, quanto meno, espresso
l'esigenza che la laicità cui Repubblica si ispira è legittima preoccupazione
di pluralismo e di distinzione di ruoli, ma non è disinteresse e tanto meno
irrisione del fattore religioso. (9 agosto 2004)
http://www.repubblica.it/2004/h/sezioni/politica/abortotik/scoppola/scoppola.html
Le
donne e Dio, per il card. Ratzinger
A parte il titolo, nel testo si parla sempre di "Chiesa", ma
intendendo quella cattolica romana, e dunque facendo una equiparazione piena e
totale tra le due. Il che apre un acuto problema ecumenico; infatti, nella
prospettiva del documento vaticano, si potranno forse chiamare - e sentirsi -
Chiese, quelle non cattoliche? D´altronde il tema affrontato nella
"Lettera" interpella tutte le Chiese che, in vario modo, su di esso
si sono confrontate e scontrate. Come mai, dunque, a quarant´anni dal Concilio
Vaticano II, i vertici della Chiesa romana affrontano il "pianeta
donna" senza confrontarsi apertamente con i cammini, e gli esiti, in
proposito, delle altre Chiese? Nella sostanza, Ratzinger attacca il femminismo
radicale, anche se la parola-chiave, "femminismo", non viene usata
dal porporato che preferisce parlare di "nuove tendenze nell´affrontare la
questione femminile. Una prima tendenza sottolinea fortemente la condizione di
subordinazione della donna, allo scopo di suscitare un atteggiamento di
contestazione. La donna per essere se stessa, si costituisce quale antagonista
dell´uomo. Agli abusi di potere, essa risponde con una strategia di ricerca del
potere". Una seconda tendenza, prosegue il documento, "tende a
cancellare le differenze dell´uno o dell´altro sesso, considerate come semplici
effetti di un condizionamento storico-culturale. In questo livellamento, la
differenza corporea, chiamata sesso, viene minimizzata, mentre la dimensione
strettamente culturale, chiamata genere, è sottolineata al massimo e ritenuta
primaria. L´oscuramento della differenza o dualità dei sessi produce
conseguenze enormi a diversi livelli. Questa antropologia, che intendeva
favorire prospettive egualitarie per la donna, liberandola da ogni determinismo
biologico, di fatto ha ispirato ideologie che promuovono, ad esempio, la messa
in questione della famiglia, per sua indole naturale bi-parentale, e cioè
composta di padre e di madre, l´equiparazione dell´omosessualità
all´eterosessualità, un modello nuovo di sessualità polimorfa". Proponendo
un´esegesi biblica e un´impostazione etica consuete nel più recente magistero
cattolico (che ha il suo vertice nella Mulieris Dignitatem, lettera apostolica
di Giovanni Paolo II, del 1988, sulla "dignità della donna"), Ratzinger
contesta a fondo queste tendenze e, precisa, "dinanzi a queste correnti di
pensiero, la Chiesa, illuminata dalla fede in Gesù Cristo, parla invece di
collaborazione attiva, proprio nel riconoscimento della stessa differenza, tra
uomo e donna". Di conseguenza il cardinale contesta "l´idea che la
liberazione della donna comporti una critica alle Sacre Scritture che
trasmetterebbero [secondo le femministe] una concezione patriarcale di Dio,
alimentata da una cultura essenzialmente maschilista". Così il porporato
pensa forse di mettere a tacere le molte teologhe anche cattoliche, che hanno
fatto un´analisi severa del maschilismo e del patriarcalismo che lasciano
trasparire gli "agiografi" (coloro che, infine, fissarono e misero
per iscritto le Scritture ebraiche e cristiane). Scritture che, qua e là - come
nel Cantico dei cantici - aprono squarci impensati e audaci che, con forza
profetica, rompono la corazza maschilista. Tuttavia, è difficile negare che il
filo rosso del profondo messaggio biblico sia rinserrato in schemi generalmente
maschilisti; o, comunque, che così lungo i secoli sia stato interpretato -
salvo luminose eccezioni - nelle Chiese. Era normale, e ai più tuttora così
appare, parlare di Dio, al maschile. Per dare una scrollata a tale inveterata
mentalità, alcune teologhe, ad esempio Elizabeth Schüssler Fiorenza, parlano
dell´Ineffabile come di un "Lei" (Essa); altre, per dire il
Creatore-Creatrice Lui/Lei, parlano di D*o: quell´asterisco, al posto della
vocale "i", sta a significare che l´Ineffabile è Ineffabile, non è né
maschio né femmina; è il Totalmente Altro/Altra. Raffinatezze inconcludenti? Ci
sembra di no, perché, a riflettervi bene, esse rompono ferrei ma angusti schemi
mentali, e spingono ad una liberante consapevolezza. Su un punto,
probabilmente, molte cattoliche, teologhe e non, saranno d´accordo con
Ratzinger: là ove afferma che la verginità (in particolare quella consacrata)
"contesta radicalmente ogni pretesa di rinchiudere le donne in un destino
che sarebbe semplicemente biologico". Al contrario, la riaffermazione che
"l´ordinazione sacerdotale sia esclusivamente riservata agli uomini"
- come aveva dichiarato nel 1994 papa Wojtyla - troverà forse poco ascolto, non
apparendo minimamente convincenti le argomentazioni bibliche e teologiche
adottate dal magistero cattolico per il suo categorico "no". Va da sé
che le teologhe che sostengono il "sì" non desiderano un clero
femminile da assommarsi a quello maschile, ma chiedono un radicale ripensamento
dei ministeri nella Chiesa romana, affinché donne e uomini, senza differenza di
sesso (o di genere), possano mettere i loro doni e carismi al servizio
dell´intera comunità. Seppure, per ora, la "Lettera" sbarra questa
prospettiva, Adamo non potrà per sempre decidere anche per Eva, o escluderla da
una qualsiasi parte del giardino della Chiesa e dalla corresponsabilità per
farlo fiorire.
17 agosto 2004
L´UOMO E LA DONNA SECONDO LA
CHIESA
ADRIANO SOFRI
Si dice femminismo, e, salve tutte le possibili cautele, si intende una
tensione di libertà e di consapevolezza. Si dice maschilismo e si intende
un´ottusità e una prepotenza. Dall´essere maschio non può derivare una
consapevolezza migliore, una liberazione? Credo di sì: ma solo parassitando
discretamente il femminismo.
Letta
la lettera ai vescovi, la tentazione di alzare le spalle, e obiettare che la
donna e l´uomo non esistono, ed esistono solo le donne e gli uomini, è forte.
Ci sono un po´ più di tre miliardi di donne, diverse una dall´altra, e quasi
altrettanti uomini. Tuttavia nessuna astrazione continua a sembrarci concreta e
influente come questa: la donna, l´uomo. Non c´è un solo momento del giorno e
della notte, della veglia e del sogno, in cui non mi ricordi di essere uomo,
maschio. Una volta non me ne ricordavo abbastanza, oppure solo come ci si congratula
di una nascita fortunata: poi vennero le donne, e il femminismo (cose a loro
volta distinte) e fu come essere avvertiti, rivestendosi, che la vita a venire
sarebbe stata una convalescenza. La lettera di Ratzinger è stata salutata come
una innovazione "sorprendente e dirompente" (Luisa Muraro), o invece
come la riformulazione di posizioni assodate. Importa comunque il momento in
cui è stata spedita. Con un paio di bersagli dichiarati: il femminismo
agonistico, e un femminismo di gender (un po´ messo in caricatura) che
minimizza la differenza di natura in nome della scelta di cultura, e la sua
minaccia alla famiglia. E con due mire non dichiarate, direi: la resistenza
all´omosessualità, e la ridefinizione dello statuto religioso e civile di
uomini e donne di fronte all´offensiva coranica sulla donna, che sta al cuore
dell´aggressività islamista.
C´è
un´ambiguità nell´insistenza sull´importanza della differenza biologica di
sesso. Per un verso, essa ribadisce il carattere naturale della coppia eterosessuale
e della famiglia, e dunque la deviazione innaturale dell´omosessualità e di
altre vocazioni. Per un altro, valorizza la differenza, rinunciando a ridurre
la specificità femminile alla "neutralità" androcentrica. In
generale, ogni rimando alla biologia oscilla fra una soggezione reazionaria e
un ancoraggio lucido alla natura umana.
L´uomo
ri-creatore della propria natura pretende di distaccarsi da nascita e morte e
di scegliersi la sessualità. Già al centro dell´utopia politica stava il sogno
di un´umanità multiversa, in cui tutti fossero tutto. Come anticipo sull´uomo
nuovo (uomo, appunto) ci si dedicava alla critica pratica dei ruoli ereditati
per nascita o guadagnati alla lotteria sociale, attraverso un mimetismo
proteiforme: si era alla rinfusa studenti e operai, settentrionali e
meridionali, indigeni e immigrati, pastori e ingegneri. Più difficile: giovani
e vecchi. Impossibile: maschi e femmine. Il femminismo intervenne a proclamare
una sorte che non consentiva la mimesi. Qualcuno provò il travestimento: con
esiti tristi, o caricaturali. Per una volta, bisognava rassegnarsi a restare
quello che si era, se si era maschi. Se si era donne, si diventava quello che
si era mettendo i maschi alla porta. Il mimetismo, bel teatro del
rimescolamento sociale, toccava il suo limite e rimbalzava indietro, per
accorgersi della dose di illusione e di alienazione contenuta già nelle
incarnazioni negli altri ruoli. Il riflusso fu questo rimbalzare indietro,
verso una propria identità più stretta e perfino angusta e avara, verso casa
propria e i propri vicini di casa, e infine verso la natura umana. Le abbiamo
provate, queste cose. L´insofferenza per le differenze retrocessa a una resa
alla differenza. Perfino il passo celebre di san Paolo ai Galati: «In Cristo,
non c´è più padrone né schiavo, non ebreo né greco, non uomo né donna», rischia
il malinteso. Perché bisognerà liberarsi della discriminazione sociale, di
padrone e schiavo, e bisognerà essere migliori del destino nazionale, di ebreo
e greco, ma si resterà uomo e donna. (Nella Lettera ai Colossesi il brano
ricomparirà tal quale, salva la menzione di uomo e donna).
È
successo al femminismo, come a ogni rivendicazione di un´identità cancellata o
oppressa, di cercare nella rilettura della storia del genere umano, e più
esattamente nei suoi testi sacri (religiosi o laici: il marxismo diventò presto
una Sacra Scrittura), una propria genealogia oscurata. Il femminismo ha
reinterpretato il racconto della Genesi. Le riletture suscitate da un punto di
vista nuovo e rivoluzionario - e nessuno lo è stato quanto quello femminista -
mettono in luce significati ignorati e scoprono tracce di eventi rimossi o
dimenticati. Ma rischiano di chiedere troppo a un testo che porta
inevitabilmente il segno della mentalità e del pregiudizio del proprio tempo.
Riflessione che vale anche per i credenti e la Scrittura Sacra, dal momento
che, come detta il Concilio Vaticano II sulla Rivelazione, Dio ha parlato «per
mezzo di uomini e alla maniera umana... Le parole di Dio, espresse in lingue umane,
si sono fatte simili al parlare dell´uomo, come già la Parola dell´Eterno
Padre, avendo assunto le debolezze dell´umana natura, si fece simile all´uomo».
Notevole pensiero, che sembra chiudere il cerchio della creazione, Dio che si
fa a immagine dell´uomo. Dunque ci si attenda dalla rilettura la scoperta di
significati nuovi, piuttosto che cedere alla superstizione della filologia
sacra e delle "guerre per un paragrafo". Quanto al femminismo, mentre
la lettura teologica ne viene spettacolosamente arricchita - oltretutto, contro
una ostinata resistenza delle istituzioni teologiche all´accesso delle donne -
l´ambizione di una rilettura radicale della Scrittura che fondi l´autonomia e
la libertà della donna, se non lo smantellamento dell´immagine patriarcale e
maschile di Dio, è illusoria, e conclude a una interpretazione capziosa o
forzata del testo. Così mi sembra in studi interessanti come quelli di
Elizabeth A. Johnson (Io sono colei che sono, 1998), tesi a indicare
nell´affinità, fino allo scambio, fra la figura femminile di Sophia, la
sapienza di Dio (erede delle figure della Gran Madre, e specialmente di Iside),
e Gesù, il fondamento di una rilettura non androcentrica della Bibbia, in cui
il rapporto "dominazione/subordinazione" ceda alla "reciprocità
e alla mutua comunione". La Johnson vuole rispettare «l´irriducibile
maschilità dell´umanità di Gesù», così come quella del Logos, maschio sia nella
personificazione che nel genere linguistico, e forse proprio per questo
preferito, sulla scorta del prologo del Vangelo di Giovanni, alla Sophia della
letteratura sapienziale, femminile nella personificazione come nel genere
linguistico. Ma il Gesù liberatore del Vangelo - e liberatore specialmente
delle donne, le ultime fra gli ultimi di ogni classe - le sembra presto
impoverito dentro una cristologia androcentrica. La conclusione è che la
raffigurazione di Gesù secondo la divina Sophia rende «non impensabile - e
nemmeno non biblico - confessare Gesù Cristo come l´incarnazione di Dio
immaginato come femminile». Conclusione che suona come una consolazione un po´
capziosa all´incidente per il quale Dio non si è incarnato in una figlia. Il
genere maschile di Gesù non implica, dice Johnson, che Dio debba essere
necessariamente riconosciuto come maschio. «In Gesù Cristo incontriamo il
mistero di Dio che non è né maschio né femmina, ma come Creatore di ambedue a
propria immagine può essere immaginato di volta in volta come l´uno o l´altro».
Johnson rivendica che «la riflessione cristologica che dà spazio all´immaginazione
femminile è capace di contribuire in teoria e in pratica all´apprezzamento
della dignità delle donne in carne e ossa». Intenzione preziosa, a condizione
di non forzare l´interpretazione dei testi, del loro linguaggio e delle loro
culture. E in che cosa potrebbe tradursi una rilettura antipatriarcale che
muovesse dall´intenzione di contribuire alla dignità delle persone omosessuali?
Nonostante
le intimazioni della correttezza politica, e del buon senso, continuiamo troppo
spesso a dire "uomo" in senso neutrale, ingoiando in quel maschile
l´appendice femminile. Ho consultato il mio cappellano biblista, Roberto
Filippini (che non ha colpa delle mie opinioni, naturalmente). La Genesi dice
che Dio creò «l´uomo, maschio e femmina lo creò». E il primo uomo, che inventa
il nome agli altri animali, chiama invece lei col femminile del proprio nome:
ish e isha - "uoma". A propria immagine e somiglianza. Padre e madre
- lo disse papa Luciani, facendo tanto rumore. Pensiero assodato per i
biblisti, di un Dio padre dai sentimenti materni, misericordioso come un grembo
di madre. E tuttavia nel tono così domestico di quel papa si sentì qualcosa di
più, un Dio davvero padre e madre. Nella Scrittura il rapporto fra Dio e il suo
popolo, o l´umanità (e poi la sua Chiesa) è quello fra il marito e la sua
sposa. Fonte di una contraddizione mai risolta, perché la Chiesa-sposa è a sua
volta eminentemente maschile: allora riproduce la metafora nel rapporto fra la
gerarchia maschile, vicaria di Dio e di Gesù, e la parte femminile, e
specialmente quella consacrata (benché esclusa dal sacerdozio) della Chiesa.
Il
carattere patriarcale della legislazione biblica non è in dubbio. La donna è
una proprietà del marito. La prima fra le proprietà viventi: «Non desiderare la
moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue,
né il suo asino... «. Né è in dubbio una diffusa ginofobia nella Bibbia - con
eccezioni, fino a quella meravigliosa del Cantico dei cantici: meraviglia
nuziale, del resto. Nella Genesi, la condizione della donna - oppressa come
madre da una ridda di dolori, tiranneggiata dal marito - serba la memoria di
un´origine decaduta. «All´inizio non è così». Uomo e donna stanno uno accanto
all´altra, uno fronteggiato dall´altra. L´idea sponsale - il farsi una sola
carne - è in un lusinghiero equilibrio. C´è lui e, di contro, lei. C´è una
coppia, e fra loro tutte le possibilità: armonia, conflitto, fusione, distanza.
«Non è bene che l´uomo sia solo»: non di altri ha bisogno, ma dell´altra,
diversa da lui, a lui complementare, e viceversa. In Grecia l´equilibrio
originario fra uomo e donna non si è rotto per la corruzione del rapporto con
Dio a causa del peccato, ma dopo un lungo fronteggiarsi, una guerra calda prima
e poi fredda fra uomo e donna. In Grecia la memoria della guerra è ancora
recente. In Israele è già archiviata. Nella Grecia classica la donna è finita
agli arresti domiciliari, e declassata nella stessa passione amorosa: ma gli
uomini continuano a ricordarsi di averla temuta, e stanno ancora attenti a non
offrirle le spalle, a scanso di qualche tardiva coltellata vendicatrice. La
donna è umiliata e battuta, ma il suo fantasma fa ancora paura. In Israele no.
Per questo Gesù irrompe con la sua tenerezza nuova, verso le donne - e i
bambini, e gli animali. Verso creature umili, piuttosto che umiliate, ultime,
trascurate o vessate. Ci sono state gran donne, eroine grandi (Ester) e piccole
(Rizpa, piccola Antigone) o - più spesso - nemiche astute e malevole, ma la
donna del tempo di Gesù non è più una nemica, neanche alla memoria.
Confrontatelo col Simposio di Platone - un racconto dell´origine dei sessi che
sta anch´esso alle famose radici dell´Europa. Là all´inizio c´è l´unità, e le
vocazioni sessuali (compresi pederastia e lesbismo) vengono dalla divisione, e
anelano all´unità perduta. L´amore occidentale, quello del culto cortigiano e
cavalleresco, e poi romantico, nasce soprattutto nel Gesù dolce dei vangeli. Si
è teneri con creature che stanno in basso, e si sollevano fino a sé. Non con
nemici sconfitti, e onorati ancora della paura e dell´ostilità. La tenerezza
verso la donna è l´omaggio e il tranello del corteggiamento maschile. Il suo
declino è forse, oggi, la rivincita dell´emancipazione, non della liberazione.
Molto dell´odierno accanito spettacolo sessuale ha a che fare con un trionfo
dell´emancipazione, a spese della liberazione.
Nonostante
certe pedanterie leguleie, le versioni prevalenti dell´islam sono più
rigidamente patriarcali che non fosse il vecchio Testamento. Più esattamente,
la santa guerra islamista è una guerra preventiva di riaggiogamento delle
proprie donne, minacciate di passar di mano, al nemico occidentale, o a se
stesse - che è quasi, ma solo quasi, purtroppo, la stessa cosa. L´America, il
sionismo, l´occidente, minacciano di far evadere la donna d´altri, e il resto
degli animali e del petrolio e della roba. Opponendo alla prigionia patriarcale
delle donne nell´islam la parità di diritti e insieme la differenza femminile,
la chiesa cattolica si batte su due fronti: il secondo è la riconquista delle
proprie donne. Alle quali si riconosce il diritto a fare, e fare bene, le cose
che si sono ritenute troppo a lungo riservate ai maschi; a rinunciare, quando
lo vogliano, e non solo nella proiezione consacrata, alla maternità; a fare, e
far bene, con la solidarietà delle istituzioni e degli uomini, da mogli e
madri. E insieme le si ammonisce a non rinnegare la propria natura, la
vocazione a prendersi cura degli altri e del mondo, e anzi a contagiarne gli
stessi uomini. In cambio, si chiede alle donne (e dunque agli uomini) di
rifiutarsi all´idea di una libera scelta sessuale, alla riproduzione assistita,
all´ambizione al sacerdozio femminile. A questo fine, si mette pressoché in
caricatura lo sviluppo dei gender studies, descrivendoli come l´intenzione di
cancellare ogni determinazione biologica nella sessualità - e nell´insieme
dell´esistenza - umana. C´è bensì un´ideologia della riduzione della sessualità
al capriccio, e di una pittoresca sessualità poliversa: ma è appunto
un´ideologia, solo più chiassosa e vistosa dell´ideologia eterosessuale (e
maschile) durata così a lungo da diventare per i più di noi inavvertita e
innocente, fino alla disdetta femminile.
La
natura umana, dice Platone, non è sempre stata la stessa. Noi oggi - qualcuno
di noi, almeno - siamo sbatacchiati fra due sponde. Da un lato vediamo, con
ammirazione, con paura, un´oltranza della scienza e della tecnologia che mostra
di voler rifare da capo a fondo la creatura umana, e di saperlo fare. La
"seconda natura" suona ormai come una cara formula antica. Dall´altro
ammettiamo sempre più rassegnatamente, o quasi con sollievo, la "natura
umana", dopo averne sfidato l´esistenza in nome dell´"uomo
nuovo" dell´ingegneria politica piuttosto che dell´ingegneria genetica. È
questo il possibile centro della discussione incitata dalla lettera alle
migliaia di vescovi del mondo. Naturalmente ci sono state dozzine di altre
occasioni. C´è una cattiva legge e un buon referendum sulla fecondazione
assistita, c´è un´autorizzazione condizionale alla clonazione umana, ci sono
risse e leggi sul velo e sul crocifisso, c´è un libero mercato postcomunista
che al posto dell´uomo nuovo ha prodotto la mafia dei "nuovirussi", e
una travolgente prostituzione di donne nuove, c´è una specie di sprofondamento
silenzioso del femminismo dopo qualche anno di guerriglia dei sessi e di amori
spezzati, come una voragine su un´autostrada. Non è bastato. Mi ricordo di una
discussione di tanti anni fa - quasi quaranta, la ospitarono i Quaderni
Piacentini - che ebbe questo al centro: il nesso fra storia naturale e storia
umana, l´esistenza della natura umana al di là del suo abuso reazionario, il
rapporto fra volontà politica e malattia, infelicità, vecchiezza, morte. Era
laica, anzi materialista, la discussione di allora: Sul materialismo, la
intitolò il suo protagonista, Sebastiano Timpanaro. Tuttavia a suscitarla era
stato, se non sbaglio, il contrasto fra il pensiero di un grande antropologo,
Ernesto De Martino, uno che aveva studiato genialmente morte e pianto rituale,
e le circostanze della sua morte personale. Politicamente e scientificamente
quella discussione è pesantemente "datata". Ma ha un´attualità più
profonda e inaspettata. «Se invece si intende la negazione del condizionamento
che la natura esercita tuttora sull´uomo, la relegazione della biologicità
dell´uomo in una specie di prologo preistorico dell´umanità, il disconoscimento
della rilevanza che certi dati biologici hanno in rapporto all´esigenza della
felicità... allora queste pagine sono deliberatamente
"materialistico-volgari"». Così Timpanaro nella prefazione del 1970
alla raccolta dei suoi interventi. Timpanaro confidava allora nella biologia
come la scienza meno astratta e spiritualista e più legata alla storia
naturale: la biologia, con l´ingegneria genetica, ha dopo di allora preteso
sempre più alla hybris della ri-creazione della natura. Tuttavia, benché
nell´arco di una generazione ci siano state promesse nascite svincolate dalla
sessualità e longevità pressoché infinita, la vita che abbiamo vissuto ci ha
fatto sperimentare il limite naturale, e non sempre come una sconfitta. Chi
ricordi quella discussione troverà imbarazzante (Timpanaro l´avrebbe trovata
scandalosa) l´idea che la si riapra sulla scia di una Lettera della
Congregazione della Dottrina della Fede. Eppure, magari succedesse.
Un
punto di vista femminile sul nuovo documento del Vaticano (Parte I)
Mary
Shivanandan parla della collaborazione tra i sessi
WASHINGTON,
D.C., lunedì, 13 settembre 2004 (ZENIT.org).- Una nuova lettera della
Congregazione per la Dottrina della Fede ha fatto appello ad una rinnovata
collaborazione tra uomini e donne.
Tale
prospettiva non può realizzarsi senza la comprensione del piano divino per
l’uomo e per la donna, delineato nella teologia del corpo del Papa, afferma
Mary Shivanandan, professoressa di teologia presso l’Istituto Giovanni Paolo II
per studi su matrimonio e famiglia, presso l’Università cattolica d’America e
autrice di “Crossing the Threshold of Love: A New Vision of Marriage in the Light
of John Paul II's Anthropology”.
Shivanandan
ha condiviso con ZENIT l’idea che sia gli uomini che le donne possono dirsi
veramente liberi quando comprendono di essere stati creati per essere in
comunione l’uno con l’altro.
La
“Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell'uomo e
della donna nella Chiesa e nel mondo” inizia affermando che “la Chiesa è oggi
interpellata da alcune correnti di pensiero, le cui tesi spesso non coincidono
con le finalità genuine della promozione della donna”. Brevemente, quali sono
queste “correnti di pensiero”?
Shivanandan:
Fondamentalmente queste correnti di pensiero sono legate all’emergere del
femminismo radicale, il quale considera la debolezza delle donne, nel loro ruolo
di metter al mondo e crescere i figli, come una irrinunciabile occasione per
l’uomo di esercitare la sua oppressione.
Per
superare questa vulnerabilità ad essere “dominate”, le donne devono ad ogni
costo essere in controllo del proprio corpo per porsi allo stesso livello degli
uomini, nella famiglia e in ogni sfera della società. Tale atteggiamento si
rivela tuttavia ostile sia agli uomini che alle stesse donne. Come afferma il
documento ciò ha come conseguenza l’introduzione di una deleteria confusione
antropologica.
Non
essendo possibile eliminare del tutto le differenze sessuali, queste femministe
tentano di separare le differenze fisiche e biologiche dal genere sessuale.
Tale genere diventa quindi un concetto puramente culturale.
Sotto
questo profilo - cito la femminista francese Simone de Beauvoir - la
femminilità di per sé non esiste più come un’entità fissa, con determinate
caratteristiche. Non esiste ciò che viene chiamato “l’eterno femminino”.
Altre
femministe sono andate anche oltre nel rifiutare le differenze sessuali. Esse
sostengono che anche solo rivendicare il diritto ad essere diverse significa
rivendicare il diritto ad essere oppresse. Le donne non vogliono tanto “essere”
uomini, quanto vogliono distruggere l’idea stessa dell’uomo e della donna.
Soprattutto, esse perseguono l’autonomia individuale e il controllo della
propria vita.
Come
evidenzia il documento, questo desiderio di autonomia e di determinare la
propria identità sessuale comporta profondi risvolti sulla famiglia e sulla
società.
Negli
anni ’70 avevo partecipato alla conferenza annuale di una organizzazione
nazionale secolare sulla famiglia. Già in quel tempo la definizione della
famiglia era sottoposta ad una revisione che la suddivideva in diversi tipi,
posti sullo stesso piano: il nucleo familiare tradizionale composto di padre,
madre e figli; la famiglia di un solo genitore, la famiglia mista; e la
famiglia con i “genitori” dello stesso sesso.
Alla
fine degli anni ’80, questo movimento iniziò ad utilizzare la letteratura,
all’interno dei corsi sulla vita familiare, per avvalorare lo stile di vita
omosessuale e bisessuale.
Ricordo
la frustrazione di noi quattro rappresentanti cattolici, nell’ambito di una
commissione che doveva scegliere il materiale didattico per i corsi sulla vita
familiare: cadevamo quasi sempre in minoranza nei nostri tentativi di sostenere
la definizione tradizionale di matrimonio come l’unione esclusiva e permanente
di un uomo e una donna, e il giusto contesto per la procreazione e la crescita dei
figli.
Col
tempo queste idee - così incisive nella cultura secolare occidentale – sono
penetrate persino nelle istituzioni cattoliche. Come evidenzia il documento, vi
è stato uno sforzo concertato da parte di studiose femministe per
reinterpretare le Sacre Scritture, accomodandole alla cosiddetta emancipazione
della donna. Esse hanno tentato di contrastare ciò che considerano come testi
patriarcali e oppressivi, dichiarando che tutto ciò che non è in linea con la
loro concezione di dignità della donna non può essere veramente Parola di Dio.
Ad
esempio, Phyllis Bird e Phyllis Trible, nel reinterpretare i racconti della
Genesi sulla creazione, usano la loro considerevole abilità esegetica nel
legare la benedizione della fertilità puramente alla nostra natura animale, e
il ruolo umano del dominio alla nostra umanità. Ne risulta un grande
impoverimento della comprensione della natura dell’uomo e della donna e della
loro comunione.
Cosa
intende la Chiesa per “finalità genuine della promozione della donna”?
Shivanandan:
Il documento indica la risposta della Chiesa nella “collaborazione attiva” tra
uomo e donna. Esso riporta una meravigliosa sintesi della teologia del corpo di
Giovanni Paolo II, sviluppata durante le udienze del mercoledì dal 1979 al
1984, sul tema del piano di Dio per l’uomo e la donna e la loro comunione.
Senza comprendere queste fondamenta non può esservi vera emancipazione né
dell’uomo né della donna.
Secondo
Simone de Beauvoir, la donna era sempre stata definita come “altra”, rispetto
all’uomo visto come “soggetto”, “assoluto”. In questo senso, la donna intesa
come “altra” è sempre “meno”, in quanto oggetto del soggetto.
Nell’approccio
di Giovanni Paolo II alla Genesi, la donna è veramente “altra”, ma in nessun
modo meno soggetto rispetto all’uomo. Ciascuno di loro è soggetto, inteso come
persona pienamente autocosciente e autodeterminante, fatta a immagine di Dio.
La donna è semplicemente una diversa manifestazione corporea di tale immagine.
Inoltre,
nessuno di loro può da solo rispecchiare pienamente l’immagine di Dio. È solo
la comunione di entrambi che può rappresentare l’immagine piena della Trinità.
Come
ha affermato Giovanni Paolo II nella sua udienza del 14 novembre 1979: “L’uomo
diventa immagine di Dio non tanto nel momento della solitudine quanto nel
momento della comunione. Egli, infatti, è fin ‘da principio’ non soltanto
immagine in cui si rispecchia la solitudine di una Persona che regge il mondo,
ma anche, ed essenzialmente, immagine di una imperscrutabile divina comunione di
Persone”.
L’
“Assoluto” non è l’uomo ma è Dio, e sia l’uomo che la donna godono di una
straordinaria partnership con lui. A differenza di alcune interpretazioni
tradizionali della Scrittura, la donna non si relaziona con Dio attraverso il
marito. In ogni aspetto essa è persona in modo eguale.
L’essere
“altro” sia per l’uomo che per la donna non è in ragione della separazione ma
della comunione. L’uomo non potrà mai stare solo. La sua esistenza presuppone
sempre l’esistenza della donna. Essi sono creati l’uno per l’altro.
Lo
esprime bene la canzone del musical “South Pacific”. I marinai che si trovano
su un’isola idilliaca del Pacifico durante la guerra cantano il loro rammarico
per avere a disposizione tutto tranne la compagnia femminile: “There is nothing
like a dame!”.
Tale
compagnia femminile non serve solo alla soddisfazione sessuale; questo
significherebbe trattare la donna come un oggetto. La loro comunione deve
sempre rientrare in ciò che il Papa chiama ermeneutica del dono.
Attraverso
la grazia dell’innocenza originale, Adamo ha potuto ricevere Eva nella piena
autenticità della sua femminilità, e lei ha potuto ricevere lui nella sua
mascolinità. Essi erano in grado di vedersi secondo la prospettiva di Dio.
Il
corpo nella sua mascolinità e femminilità ha un significato nuziale: la
capacità di esprimere amore. Questa perfetta comunione, espressa pienamente
nell’unione della carne, costituisce la felicità originale. Dio ha benedetto
questa comunione con il dono della procreazione.
La
norma delle relazioni tra uomo e donna rimane l’armonia dell’innocenza
originale. Giovanni Paolo II sottolinea che, la caduta del peccato originale,
che ha rotto il rapporto dell’uomo e della donna con Dio, ha distorto il
significato nuziale del corpo, ma non lo ha distrutto del tutto.
Adesso
viviamo la redenzione del corpo e della sessualità, grazie alla redenzione in
Cristo. Non possiamo tornare all’innocenza originale - superare la
concupiscenza che così facilmente si insinua in una sana relazione tra uomo e
donna è possibile grazie allo sforzo e alla grazia - ma il matrimonio
sacramentale può significare l’unione della Chiesa con il Cristo che si dona in
modo totale, e la verginità consacrata rappresenta una nuova via privilegiata
verso il Regno.
È
in questo contesto che la Chiesa presenta le “finalità genuine della promozione
della donna”.
Quali
sono i punti essenziali della “collaborazione attiva”? E come può,
quest’ultima, esprimersi nell’ambito familiare, sul luogo di lavoro e nella
società?
Shivanandan:
Se queste false concezioni sono sorte nel campo della sessualità femminile,
allora è lì che occorre trovare anche la soluzione. L’enciclica “Humanae Vitae”
del Papa Paolo VI - veramente un segno di contraddizione - rappresenta la
pietra angolare di un nuovo femminismo.
Se
il corpo è espressione della persona, allora la forma in cui esso è stato
disegnato per esprimere l’amore tra l’uomo e la donna ci deve certamente dire
qualcosa sulla loro collaborazione anche nelle altre sfere della vita. “Humanae
Vitae” non è semplicemente sui mali della contraccezione. Essa presenta la
matrice per una vera felicità coniugale e per relazioni autentiche tra uomini e
donne.
Sin
dagli anni ’70 mi sono impegnata nel movimento per la programmazione familiare naturale
e sono fortunata di aver conosciuto coppie che mettono in pratica
l’insegnamento della Chiesa. Ho anche avuto l’opportunità di partecipare a
ricerche sul perché questo modo di vivere aiuta i matrimoni e genera un
rinnovato apprezzamento dei valori sia maschili che femminili.
La
donna trae grande soddisfazione dal sentirsi accolta dal marito così come è. Il
sacrificio del desiderio sessuale che lui compie, nella gestione congiunta
della loro fecondità, aumenta fortemente l’amore della donna per l’uomo. Il
fatto stesso di monitorare insieme la loro fertilità rafforza la intima
comunicazione. Uno degli aspetti straordinari del matrimonio è quello di
concepire congiuntamente e in modo consapevole un bambino e di crescerlo
insieme.
Lo
sforzo dell’astinenza porta alla ricompensa dell’autodominio finalizzato al
dono di sé, come direbbe Giovanni Paolo II. Se l’uomo e la donna hanno fiducia
nel modo in cui Dio li ha fatti, essi imparano anche per ogni altro aspetto
della loro vita ad avere maggiore fiducia in Dio e ad abbandonarsi alla sua
volontà.
Mi
sembra che in questo vi sia un modello per una “collaborazione attiva”
nell’ambito lavorativo e nella società, oltre che nella famiglia.
Qual
è l’importanza dei valori femminili nella vita della società?
Shivanandan:
A mio avviso sarebbe meglio dire “Qual è l’importanza dei valori maschili e
femminili nella vita della società?”, visto che anche l’uomo è citato nel
titolo della Lettera.
Se
l’uomo e la donna sono per natura orientati ciascuno verso l’altro, i valori
femminili nella società potranno fiorire solo in una società che valorizzi
autenticamente anche i valori maschili.
Nella
sua riflessione su Efesini 5:21-33, Giovanni Paolo II, come altri commentatori,
sottolinea il ruolo del marito come iniziatore. La sottomissione a cui è
chiamata la moglie è una risposta al suo amore. Quando invece è la donna a
prendere l’iniziativa in modo aggressivo, l’uomo assume un ruolo passivo o si
tira indietro.
Questo
è diventato un problema nella nostra società da ogni punto di vista. Senza una
giusta guida maschile - talvolta definita come “servant leadership” (guida al
servizio degli altri) - i valori femminili non possono prosperare.
Cristo
certamente è il vero modello di servant leadership. E il recente documento dà un’indicazione
di questo nel riferirsi alla via di Cristo che “non è né quella del dominio né
quella del potere come viene inteso dal mondo”.
Efesini
5:21-33 è un testo chiave per scoprire il ruolo dello sposo o del marito. Nella
“Lettera alle famiglie”, Giovanni Paolo II definisce tale brano come “il
compendio, la summa, in un certo senso, dell'insegnamento su Dio e sull'uomo,
che Cristo ha portato a compimento”.
C.L.
Rossetti ne ha riassunto così i punti principali: l’esistenza di un dato ordine
che vede il Cristo o il marito come iniziatore e la Chiesa o la donna come
colei che riceve; la totale reciprocità e mutua sottomissione; il carattere
kenotico (da Kenosi: “spogliazione”, “abbassamento” , ndr) del volontario
svuotamento della leadership maschile; l’eguaglianza e l’unità dei due su cui
non influisce la distinzione dei ruoli; e la donna o sposa come rappresentante
dell’intera umanità in relazione a Dio.
Questi
sono i principi che secondo il documento devono portare alla collaborazione tra
uomo e donna nella famiglia e nella società. Il documento sottolinea fortemente
la necessità di una “collaborazione attiva”, che significa trasmettere alla
società i doni propri dell’uomo e della donna.
Cosa
implica la “collaborazione attiva”?
Shivanandan:
Nella sua opera filosofica “Persona e azione”, Karol Wojtyla, il futuro Papa
Giovanni Paolo II, definisce ciò che implica una mutua cooperazione.
Partecipazione
è la parola che usa per descrivere la modalità di questa collaborazione. La
vera partecipazione avviene quando il soggetto, nell’agire insieme agli altri
per un bene comune, trova la realizzazione di sé. Gli uomini e le donne avranno
successo nella collaborazione se, nel lavorare insieme per il bene della
famiglia e della società, realizzeranno se stessi.
Il
documento ha delineato le vie per le quali le donne, sia sposate che nubili,
possono trovare realizzazione nel partecipare al lavoro della società.
Il
ruolo materno della donna, unitamente al suo atteggiamento relazionale, deve
essere valorizzato consentendole di rimanere a casa per prendersi cura dei
bambini. La presenza in casa della donna conferisce un’atmosfera che favorisce
la cultura, che in sé rappresenta un importante contributo alla società.
In
quanto luogo in cui il lavoro viene svolto liberamente per amore, la casa
rappresenta l’antitesi della nostra cultura commerciale in cui ogni cosa ha un
prezzo. La casa è un luogo in cui l’originalità di ciascuna persona è
valorizzata e in cui vengono coltivati i valori spirituali, essendo una “chiesa
domestica”.
In
alternativa, il documento esorta a stabilire “orari adeguati” affinché la donna
che desidera o necessità di lavorare contribuendo con specifici talenti alla
società, possa farlo senza eccessivo stress per se stessa e la famiglia.
Vi
sono stati grandi progressi nel dare la possibilità ad avere orari flessibili.
Lo sviluppo di Internet e delle telecomunicazioni consente ad un numero sempre
maggiore di donne, come anche di uomini, di lavorare da casa gestendo
autonomamente i propri orari.
Cambiare
lavoro è diventato sempre più comune e le opportunità di tornare a scuola sono
aumentate. Il luogo di lavoro trae beneficio dall’attenzione della donna agli
aspetti personali e concreti. Le donne sono capaci di moderare l’eccessiva
importanza data agli affari, per portare in ogni ambiente lavorativo maggiore
attenzione alle persone.
In
che modo la Chiesa si arricchisce dei valori femminili?
Shivanandan:
Il documento menziona in particolare la fede di Maria e la sua obbedienza a Dio
come modello per ogni credente. Il suo “fiat mihi” è ben lontano dall’essere
passivo.
Nell’enciclica
“Redemptoris Mater” Giovanni Paolo II dice che la risposta di Maria all’angelo
Gabriele la mostra come “autentico soggetto”, come persona. Ella si trova con
una stupenda scelta da compiere e lo fa liberamente. Il suo coraggio è
completamente dipendente dalla sua fiducia in Dio. Gli uomini possono ben
imparare dalla donna questa fede umile e coraggiosa.
Le
donne filosofe e teologhe stanno dando preziosi contributi alla nostra
comprensione dell’uomo e della donna. I due eccellenti volumi di Prudence
Allen, "Concept of Women", dimostrano il contributo che le donne sono
in grado di dare alla filosofia, specialmente nel campo dell’analogia e del
simbolismo. L’autrice definisce Hildegard di Bingen come la “fondatrice”
dell’idea della complementarietà dei sessi.
Monica
Migliorino Miller ha scritto dei lavori profondi sulla sessualità e l’autorità
nella Chiesa cattolica (“Sexuality and Authority in the Catholic Church”),
chiarendo il significato di autorità come “fonte” e non come potere arbitrario.
Cristo
ha scelto di redimerci attraverso la sua relazione sponsale con la Chiesa. E in
questa relazione l’elemento femminile ne rappresenta la sposa. Ammettere la
donna all’ordinazione sacerdotale significherebbe falsare questa analogia.
Miller percepisce il ruolo della donna nella Chiesa come un richiamo per gli
uomini alle loro responsabilità. Essa cita il movimento pro-vita come un
esempio particolare, nel quale in effetti le donne sono state da sempre
all’avanguardia.
Questi
sono solo due esempi di donne filosofe e teologhe, tra le tante altre che
stanno dando contributi significativi. L’ultimo libro di Suor Timothy Prokes,
“At the Interface: Theology and Virtual Reality”, dà un acuto sguardo di
analisi ad un tema importante.
Nel
suo libro “Women in Christ: Towards a New Feminism”, Michele Schumacher
richiama la dottrina di alcune donne per confutare gli errori di fondo del
femminismo radicale e indicare un cammino da seguire.
Janet
Smith ha dedicato tutta la sua vita professionale per diffondere e far
comprendere l’insegnamento della Chiesa sulla paternità responsabile.
Cosa
si può fare per aiutare le donne e gli uomini a comprendere ed abbracciare
pienamente la chiamata della Chiesa alla “promozione della donna”?
Shivanandan:
Uno dei modi più efficaci per ottenere una genuina promozione della donna è di
diffondere il più possibile l’impostazione adottata da questo documento e dalla
teologia del corpo formulata dal Papa. Vi è in particolare un’organizzazione
femminile che si dedica alla trasformazione della cultura, attingendo ai doni
femminili di grande attenzione nei confronti di ogni persona individuale.
“Women
Affirming Life” è stata costituita quasi 15 anni or sono a Boston, per
rappresentare una voce compassionevole nella nostra società sia per le donne
che per i bambini non nati. È diretta da un dinamico gruppo di donne
professioniste, ma tra gli aderenti vi sono molte mamme casalinghe.
L’organizzazione ha un triplice scopo - sempre in linea con il “genio
femminile” - di preghiera, educazione e testimonianza.
Cinque
anni fa si avvertì l’esigenza di avere una guida allo studio della teologia del
corpo, e “Women Affirming Life” la realizzò. Non si trattava di una semplice
guida scolastica, ma di un vero veicolo di trasformazione, per la conversione
del cuore di cui parla la “Lettera ai vescovi”.
Seguendo
la preferenza del Papa per l’esperienza come modo di apprendimento, le domande
per la discussione erano formulate per invitare i partecipanti non ad una
discussione intellettuale, ma ad applicare i concetti alla propria esperienza
di vita. In generale, il contesto è quello della preghiera, delle Scritture e
dell’evangelizzazione.
Per
completare i quattro cicli composti da sei sessioni ciascuno si può impiegare
anche un intero anno. Questo consente di poter disporre del tempo necessario
per una reale trasformazione della persona. I gruppi sono composti da uomini e
donne, sposati, non sposati, divorziati, giovani e meno giovani, e si stanno
diffondendo nelle diverse diocesi attraverso diversi Stati e finanche in
Canada, con l’aiuto di persone cattoliche, impegnate nel magistero, che offrono
liberamente in dono il loro tempo.
Ad
oggi, il successo della guida dal titolo “A New Language” ha superato ogni
aspettativa. E continuiamo a sentire storie di conversioni e trasformazioni.
Per gli uomini in particolare è diventato un luogo dover poter discutere
liberamente delle identità e dei ruoli dell’uomo e della donna.
Vi
sono molte altre iniziative per la diffusione della teologia del corpo. Come
docente dell’Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia
presso l’Università cattolica d’America, vedo ogni giorno i frutti derivanti
dai semi di rinnovamento gettati da questa grande iniziativa di Giovanni Paolo
II e dei Cavalieri di Colombo.
Di
Giancarla Codrignani
Da
Il foglio del Paese delle donne n. 14 settembre 2004
La
lettera ai vescovi sulla collaborazione uomo/donna
Un
cardinale di grande rilievo come Joseph Ratzinger ha pubblicato una
"nuova" analisi sulle donne,
ma mi sembra che più del suo scritto siano stati clamorosi i commenti
espressi da alcune femministe.
Mi viene ancora da ridere a pensare di essere
stata indotta a condividere la denuncia di Ratzinger sui rischi che corrono le
donne di venire "tentate di reagire agli abusi di potere con una strategia
di ricerca del potere", se fa effetto una modesta riedizione di morale
cattolica.
E'
vero che l'intellighentia maschile è così avara di riconoscimenti verso quello
che Giovanni Paolo II chiama il genio femminile da dimenticare le citazioni
bibliografiche quando casualmente si ispira a testi del femminismo; e che allo
stesso modo gli esponenti politici della sinistra sono così ipocriti nei
confronti degli interessi di genere da continuare a cavarsela con promesse
generiche, come sta accadendo per la legge sulla fecondazione assistita e alla
raccolta delle firme per i referendum. E' una prassi così costante da
giustificare che donne di raffinata cultura leggano affrettatamente un
documento di inattesa provenienza, informato sulle scuole di pensiero
femministe, alludente alle tante aspettative frustrate.
Ma
in Ratzinger non c'è niente di "dirompente", come immagina Muraro. Il
maschilismo vaticano non abbandona il personalismo cristiano né la
complementarietà dei ruoli; ha accettato di chiamare i ruoli "generi"
e fa bella figura dimostrando di conoscere il pensiero della differenza, per
inglobarlo nella visione deterministica della solita antropologia cattolica
fondata sul biologismo.
La
lettura della Genesi dice che "immagine di Dio" non è l'uomo neutro
che comprende (e subordina) anche la donna, bensì l'uomo e la donna insieme.
Non dice assolutamente "insieme nel matrimonio", come insegna
Ratzinger: le teologhe femministe giustamente intendono "insieme come
generi autonomi".
Analogamente la creazione di Eva non tanto
rappresenta il "superamento della solitudine di Adamo", quanto fonda
la reciprocità fra uguali, quel partire dal due affermato, appunto, dal
femminismo. E anche l'origine del peccato, che produce sì la subordinazione al
potere maschile ma anche la fatica del lavoro e della riproduzione, non può
essere letta schematicamente, soltanto secondo la logica maschile: la donna "non
può essere ridotta a puro e insignificante dato biologico", dice
Ratzinger. Ma non si rende conto di farne un altro dato biologico, anche se
“significante". Così la Chiesa non coglie gli spunti positivi che la
potrebbero fare avanzare significativamente nel terzo millennio attraverso una
riflessione libera sulle scuole di pensiero delle donne.
Ratzinger
non ha fatto riferimento (anche lui cancellando le presenze femminili) alle
teologhe che pensano relazioni diverse con il mondo, con le chiese, con Gesù, con
un Dio non patriarcale, addirittura non-padre, bensì ri-inchioda la Chiesa a
un'analogia sponsale con il Cristo ormai simbolicamente inadeguata, la famiglia
a un'ideologia di cui nel Vangelo non c'è menzione, a una Maria solo Vergine,
solo Madre, solo Icona che corrisponde a idealizzazioni e paure tutte maschili.
Manca,
d'altra parte, qualunque riferimento al genere maschile, di cui Ratzinger, che
ha scelto di vivere tra patriarchi celibatari, deve avere ampia esperienza.
Origine della violenza, della guerra, dell'irresponsabilità sessuale?
invenzione dei poteri? misoginia? Essenza della paternità? gerarchia dei valori
e degli interessi dei generi? famiglia? prostituzione? patriarcato? e,
soprattutto, essenza della natura, ancora materialisticamente condizionante la
verità, la sessualità e la storia?
Tuttavia
questa lettera non va sottovalutata: a ben considerarla, fornisce più di una
premessa per argomentare, senza farsi tentare dalle aspirazioni di potere, sui
generi del sacerdozio.
a
proposito della "Lettera ai vescovi sulla collaborazione dell'uomo e della
donna"
*
Una versione più breve del presente articolo è stata pubblicata sul mensile
"Jesus" del mese di ottobre 2004, pag. 19, collo stesso titolo.
di
Maria Cristina Bartolomei
Commentare
in poco spazio il recente documento del Prefetto per la Congregazione per la
dottrina della fede, cardinale Ratzinger, è doppiamente azzardato e
impertinente: perché richiederebbe una analisi approfondita e perché chi
scrive, come tutte le altre donne, non è destinataria di quel messaggio, che è
una “Lettera ai vescovi sulla collaborazione dell’uomo e della donna”, ma che,
tuttavia, non merita davvero lo sgarbo di una mancata attenzione.
La
Chiesa cattolica non è solo quella occidentale. Nella maggioranza dei paesi del
mondo le donne sono ancora giuridicamente e di fatto in stato di grave
subordinazione agli uomini maschi. Di
più: sono disprezzate e le loro mansioni, soprattutto quelle domestiche, sono
svalutate, pur corrispondendo ad altrettante apprezzate professioni maschili.
Quest’ultima considerazione vale del resto anche per il mondo occidentale. Le
attività di cura familiare non ‘esistono’, perché non sono competitive e non
vanno sul mercato, l’idolo cui tutto, ormai, viene immolato: si pensi in
proposito che nel nostro paese, tra la diffusa acquiescenza, persino gli
ospedali, un tempo fondazioni di carità, sono ora aziende, come presto saranno
anche formalmente le scuole, dove già si è imposto un deformante linguaggio
adatto al denaro e non al sapere e alla formazione, parlando di crediti,
debiti, portfolii ecc.
Il
documento vaticano è invece una voce autorevole che, senza confinare le donne
in un destino puramente biologico, sottolinea la centralità dei compiti svolti
usualmente dalle donne, dei valori affidati, sì, alla tradizione femminile, ma
che debbono da tutti essere riscoperti come umanizzanti e la cui realizzazione
e difesa è affidata anche alla presenza femminile pubblica, sociale, politica e
nel mondo del lavoro. In secondo luogo, tale documento indica con decisione
nella Bibbia e in particolare nella comprensione adeguata del linguaggio
simbolico della creazione (e non in un astratta riferimento alla ‘natura’) il
riferimento normante per la antropologia. Due aspetti, questi, di grande e
positiva portata, anche in prospettiva futura e per il dialogo con le diverse culture e religioni.
Sia
lecito, però, insieme all’apprezzamento grato, esprimere con “parresia”, che
l’esigenza di brevità renderà più tranciante, alcune domande e perplessità.
1.
Come si può chiedere oggi alle donne d’accettare di essere oggetto di una
“interpretazione autentica” (che dovrebbe indicare loro come sono e come
debbono essere) da parte di uomini maschi e celibi che si scrivono tra loro su
di esse? E’ vero che nella Chiesa cattolica le donne non sono ammesse ad alcun
ministero ordinato e nemmeno a molte funzioni che di per sé non richiederebbero
una ordinazione. Ma come mai non si sente la necessità di ascoltare le donne e
la loro comprensione di sé, la loro elaborazione teologica e antropologica?
Nella chiesa cattolica, infatti, le donne non possono (e viene affermato che
mai potranno) dire una parola magisteriale su se stesse, (tantomeno sugli
uomini) mentre gli uomini, quando si tratti di parlare dell’uomo, hanno la
possibilità di integrare l’esperienza vissuta di se stessi, la loro sensibilità
con la competenza magisteriale. Per questo, per parlare delle donne, sarebbe
degno e giusto ascoltarle, per integrare poi la loro parola in quella del
Magistero e delle sue dichiarazioni. Il documento, invece, non cita mai alcuno
scritto di teologhe cattoliche né menziona l’esistenza degli studi delle donne,
anche in ambito biblico e teologico.
“I
ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni perché un
corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla grava la mente dai
molti pensieri” (Sapienza 9, 14-15). Come non pensare che il pensiero sia
influenzato anche dal fatto che il corpo sia maschile e la situazione
esistenziale sia quella di un maschio celibe, che vive e dialoga di preferenza
solo con maschi celibi? Se per la
interpretazione dei testi della Scrittura si accetta universalmente di dover
tener conto del genere letterario, dell’ambiente culturale ecc. (chi direbbe
che in base a Giudici 11 sia lecito per la Bibbia il sacrificio umano delle
donne?), ciò vale anche per i documenti vaticani.
2.
Dal documento sembra che il femminismo sia non una presa di posizione pur
sempre provvisoria, anche se a lungo termine, che ha l’intento di mettere in
evidenza un disordine (anticreazionale) nei rapporti donna-uomo e la ricerca di
ritrovare un equilibrio, bensì una forzatura allo scopo di propugnare la
supremazia femminile e l’antagonismo tra i sessi, oppure estenuare il
significato della differenza. Che ci siano (state) simili posizioni femministe,
è vero. Ma sono una piccola minoranza di un movimento, in assenza del quale non
ci sarebbero state le conquiste, incomplete, di parità, dignità, libertà
femminile che il documento stesso propugna. Il documento si preoccupa molto
della risposta di autodifesa delle donne (che è lotta anche per una migliore
qualità della relazione uomo-donna e quindi della umanità anche degli uomini),
ma ha molto poca sensibilità per la qualità e quantità d’oppressione che queste
ultime da millenni hanno subito e subiscono, né riconosce di avere
oggettivamente un gran debito nei confronti di temi e linguaggi che le
femministe, anche cristiane e cattoliche, stanno facendo faticosamente entrare
nella coscienza diffusa culturale ed ecclesiale. Come muoversi sulla linea
della relazione e collaborazione senza smascherare e smantellare le strutture
di oppressione? Come confondere la richiesta femminile di condividere un potere
da cui sono escluse, con una strategia di potere di tipo antagonistico?
3.
La giusta sottolineatura della importanza simbolica del corpo, effettivamente
compromessa da letture forzate in termini esclusivi di genere, lascia però in
ombra lo scambio esiziale tra funzioni femminili, legate anche alla biologia, e
la rigidità di ruoli imposti per cultura alle donne. Il documento è fortemente
segnato dalla tacita concezione che l’organizzazione tradizionale della società
patriarcale sia naturale.
Il
documento si preoccupa intenzionalmente e giustamente di affermare insieme la
differenza, la rilevanza del corpo per essa e la relazione tra le differenze,
come struttura della umanità di tutti e di ciascuno. Ma se l’alfabeto basilare
viene individuato nella differenza dell’uomo e della donna, questi ultimi
vengono interpretati nella loro peculiarità non a partire, come pur
programmaticamente si propone, dalla simbolica della narrazione biblica (nella
quale è la relazione tra equivalenti ad avere il primato, mentre la differenza
è al suo servizio), bensì a partire dai ruoli attributi alle donne e
autoattribuiti dagli uomini a se stessi dalla tradizione patriarcale e
androcentrica.
4.
Il richiamo alla maternità non può essere scisso, alla luce delle conoscenze
psicodinamiche attuali, da quello alla paternità, al ruolo dell’uomo con i
figli, nella famiglia, nella casa: non si tratta solo di “aiutare” le donne che
lavorano “anche” fuori casa, ma di condividere. Ma ciò richiederebbe una radicale
riorganizzazione del lavoro, oltre le pure logiche di mercato: sul che non si
dice nulla.
5.
Ogni volta che si sente parlare dello specifico femminile nasce la questione:
qual è lo specifico maschile? Perché non se ne parla? Lo specifico maschile è forse
tutta la attività umana, salvo la specifica funzione femminile materna? Senza
questa parte, il discorso solo sulla donna trascina con sé, contro intenzione,
proprio una prospettiva antropologica di non reciprocità, confermando
l’androcentrismo che pure si vorrebbe superare. La non reciprocità si svela nel
fatto che gli uomini possono fare (e, pretesamente, meglio) tutto quel che
fanno le donne, tranne essere fisicamente madri, mentre non vale il contrario
o, per meglio dire, non vale, appunto ‘la reciproca’. La vocazione alla
verginità, alla sponsalità e alla paternità, ad esempio, non qualifica l’uomo
analogamente a come qualifica la donna? E come mai l’essere umano di sesso
maschile non viene interpretato in base a questi registri, tanto meno in modo limitante?
6.
L’ interpretazione della Genesi legge la “Creazione” e il “Peccato” non tenendo
conto degli studi esegetici più recenti e delle conseguenti, nuove modalità di
impostare teologicamente tali tematiche. Alla base, sia in tale caso, sia nel riferimento
alle figure di Gesù e di Maria, sia nelle parti successive, vi è un pericoloso
scivolamento immediato, un cortocircuito dal piano del simbolico a quello
descrittivo e prescrittivo. Un nodo enorme, per dipanare il quale manca qui lo
spazio e che andrà ripreso, anche perché riguarda, non senza aporie e
contraddizioni, temi di fondo, quali: il rapporto tra la maschilità dell’uomo
Gesù e il fatto che l’immagine di Dio è l’umanità nella sua relazione sessuata;
la simbolica del femminile e del maschile nel rapporto tra Dio e il suo popolo,
tra Cristo e la Chiesa; la equiparazione tra l’esemplarità di Maria per le
donne e per la Chiesa e l’esemplarità di Gesù per gli uomini maschi, che costituiscono in modo esclusivo il volto
della Chiesa docente.
Il 5 marzo 1616 la Sacra Congregazione per l’Indice dei
Libri Proibiti mise al bando tutti gli scritti passati e futuri che avessero
parlato “de mobilitate terrae et de immobilitate solis”, ossia in favore della
teoria copernicana. “E’ meglio che si mettano il cappello, perché tira un vento
forte; se non li spettinerà il vento, li spettinerà la storia”[1]: così diceva
una canzone della lotta studentesca latinoamericana. “La storia ha spettinato”
quella condanna lanciata contro il futuro e, quel che è peggio, contro la
verità.
Due
donne, nel momento in cui il presente testo viene scritto, sono al centro della
preoccupazione non solo del nostro Paese: sono “le due Simone” di “Un ponte
per…”, rapite in Iraq. Le donne non si chiamano solo con il bellissimo nome di
Maria. Si chiamano con tutti gli altri nomi possibili degli esseri umani, si
autocomprendono e sono protese al mondo in tutta la possibile varietà delle
attività e vocazioni. E si chiamano anche “Simon-Pietro”: Simona o Petra, appunto. Le chiese cristiane ci
stanno mettendo molto a riconoscerlo. Quella cattolica, un po’ più di altre. Ma
tira un vento forte: le credenti sono persuase che si tratti di quello dello
Spirito.
Milano,
12 settembre 2004
Diario
de Yucatan - Jutta Burggraf - 24-09-2004
La
differenza tra i sessi, uomo- donna, ci dice che la pienezza umana risiede
nella relazione, “nell’essere per l’altro”. Come ritiene la teologa tedesca
Jutta Burggraf, è essa che ci ”Spinge ad uscire da se stessi cercando l’altro e
a rallegrarsi nella sua presenza”.
Laica,
professoressa di teologia dogmatica ed ecumenica presso la facoltà di Teologia
dell’Università di Navarra, Jutta Burggraf spiega in questa intervista concessa
a Zenit alcune chiavi per interpretare “La lettera ai vescovi della Chiesa
Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa Cattolica e
nel mondo”, edita il 31 luglio dalla Congregazione della Dottrina della Fede.
Perché
pensa che la Lettera sulla collaborazione tra uomini e donne sia stata accolta
male dai mezzi di comunicazione?
Perché,
purtroppo, siamo maggiormente abituati ad avvenimenti drammatici e scandalosi
che i mezzi di comunicazione ci presentano giornalmente, messi in scena
abilmente per soddisfare la morbosità del grande pubblico; un marito prende un
arma e ammazza la propria moglie in un attacco di rabbia; un altro getta la sua
compagna dalla finestra; e un terzo ferisce gravemente, con un coltello, la sua
donna.
Sono
episodi che possono accadere in una qualsiasi cittadina tranquilla e pacifica
dove i vicini, riunendosi, esprimono il loro profondo sconcerto e stupore. E
dopo aver ascoltato diverse lamentele si passa ad un’altra notizia, con la
ferma convinzione che la società debba proteggere maggiormente le donne…
In
questo contesto non deve sorprendere se la Congregazione della Dottrina della
Fede abbia fatto una Lettera indirizzata sia agli uomini che alle donne.
Lo
scopo non è difendere solamente la dignità femminile, come fece Papa Giovanni
Paolo II, 16 anni fa, dimostrando una grande sensibilità, con la Lettera
apostolica « Mulieris dignitatem », documento che suscitò ammirazione perfino
tra alcuni circoli femministi più radicali. Oggi, diversamente, oltre ad
indicare chiaramente i diritti legittimi delle donne – ed impegnarsi affinché
essi siano rispettati in tutti i cinque continenti, - è necessario parlare
anche dei doveri di entrambi i sessi.
Detto
in altre parole, è arrivato il momento di ricordare alle persone la loro grande
missione su questa terra. Tutti sono stati creati per essere “aquile”, capaci
di volare molto alto, verso il sole, e non dovrebbero rinchiudersi in se
stessi, comportandosi come “galline” che non fanno altro che litigare
continuamente per beccare il grano che trovano per terra.
Vede
una continuità fra questa Lettera e la “Mulieres Dignitatem”?
Sia
la “Mulieres Dignitatem” che la recente Lettera sulla collaborazione fanno
riferimento ai testi della Genesi per segnalare il grande valore dell’essere
umano.
“Facciamo
l’uomo a nostra immagine e somiglianza” (Genesi 1,26), ha detto Dio nel momento
culminante della Creazione. Il racconto della creazione testimonia una
differenza originaria fra l’uomo e la donna: “Allora, Yahvé fece cadere in un
profondo sonno l’uomo, che si addormentò. E gli tolse una costola, riempiendo
il vuoto con la carne. Con la costola che Yahvé aveva preso all’uomo, creò la
donna, e la portò innanzi all’uomo. Ed egli esclamò: “questa volta essa è osso
del mio osso e carne della mia carne”. Sarà chiamata donna, perché dall’uomo è
stata tolta.” (Génesis 2, 21-23).
Qualcuno
lo ha interpretato come una presunta subordinazione della donna.
Da
questo passo della Genesi non si può dedurre in nessun modo che la donna sia subordinata
all’uomo o che sia inferiore a lui ( solo per una costola), giacché, Adamo,
prima del sonno, non rappresentava il maschio, bensì il genere umano.
L’autore
della Genesi non parla della differenza sessuale (Adamo ha ancora la sua
costola), ma indica che l’uomo(maschio e femmina) è al centro della Creazione.
In
essa è presente anche la donna che nomina gli animali e, senza una compagnia
adeguata, si sente sola. Il sonno di Adamo solitario esprime il mistero: è Dio
stesso che agisce nella creazione dell’essere umano e i suoi piani sono al
disopra dei nostri. Nella Sacra Scrittura il sonno, è spesso un momento di
rivelazione (si ricordi il sonno di Giacobbe o di Giuseppe). E, finalmente,
“dopo il sonno” appare la differenza sessuale: Adamo ed Eva si riconoscono come
uguali e complementari. Per questo si può dire che Dio ha creato l’uomo e la
donna in un unico atto misterioso. Non c’è destra senza sinistra, non c’è alto
senza basso e non esiste nemmeno l’uomo senza donna. Si comprende chiaramente
che la differenza sessuale non è irrilevante né un addizionale, e non è nemmeno
un prodotto sociale, ma che scaturisce dalla stessa intenzione del Creatore.
La
Lettera insiste sul ruolo, da parte della donna, di accogliere l’altro. Ma lei
ci dice che anche l’uomo è un essere fatto per l’altro. Può spiegarlo meglio?
Al
momento della creazione dell’uomo nella sua dualità, Dio ha voluto che l’essere
umano si esprimesse in due modi distinti e complementari, egualmente belli e
preziosi.
Certamente
Dio ama allo stesso modo sia la donna che l’uomo. Ha dato ad entrambi la
dignità di riflettere la sua immagine e chiama loro alla pienezza.
Ma
perché Dio li ha fatti diversi? La procreazione non può essere l’unica ragione,
giacché questa sarebbe possibile in forma partenogenetica, asessuale o in altri
possibili modi che si possono incontrare nella grande varietà del regno
animale. Queste forme alternative sono perlomeno immaginabili e darebbero una
testimonianza di una certa autosufficienza umana.
La
sessualità umana, diversamente, mostra una chiara disposizione verso l’altro.
Dimostra che la pienezza umana si trova nella relazione,
nell’essere-per-l’altro. Spinge ad uscire da se stessi, cercando l’altro e
rallegrandosi della sua presenza.
E’
il sigillo dell’amore di Dio nella struttura stessa della natura umana. Anche
se ogni persona è amata da Dio “per se stessa”, e chiamata a una pienezza
individuale, questa non può essere raggiunta se non in comunione con l’altro.
E’fatta per dare e ricevere amore. Questo è il significato del carattere
sessuale che ha in se un immenso valore.
Entrambi
i sessi sono chiamati dallo stesso Dio ad agire e vivere congiuntamente: questa
è la loro vocazione. Si può perfino affermare che Dio non ha creato la dualità
nell’uomo affinché generasse nuovi esseri umani, ma al contrario l’uomo ha la
capacità procreativa per perpetuare l’immagine divina che egli stesso riflette
nella sua condizione sessuata. La sessualità parla contemporaneamente di
identità e diversità. Maschio e femmina hanno la stessa natura umana, ma
l’hanno in modo diverso e complementare.
La
matrice della Lettera è la Genesi. Dove si trova l’esegesi in questi argomenti?
In
base ad alcune antiche interpretazioni, Adamo va incontro ad Eva, come Dio va
incontro all’umanità. Pertanto l’uomo sarebbe attivo, rappresentando Dio;
mentre la donna, rappresentando l’umanità, sarebbe passiva. Per superare questa
argomentazione, non è necessario riportare, al riguardo, le vigorose proteste
delle femministe.
E’
sufficiente richiamarci alla nostra esperienza quotidiana affinché si capisca
che la donna non è affatto passiva. E’ ricettiva nella sua femminilità, essendo
immagine di Dio quanto l’uomo. L’amore perfetto, inteso anche nell’amore
divino, consiste nel dare e ricevere. La possibilità di ricevere è una esigenza
dell’amore e, per noi, potrebbe risultare più dispendioso che dare, perché
esige l’umiltà.
Tornando
alla relazione fra i sessi, è evidente che non solo l’uomo dà e la donna
riceve. L’amore al quale essi sono chiamati si esprime in un dono libero e
reciproco. Ma ciò è possibile se anche la disposizione a ricevere è reciproca.
Così la recettività, unita al donare, appare un altro elemento costitutivo
della comunione, che, sicuramente, ha effetti positivi in entrambe le direzioni
perché colui che riceve si arricchisce, si fortifica e fa felice anche l’altro,
visto che la recettività è di per se uno dei più grandi doni che si possa fare
ad un’altra persona.
Pertanto
si evidenzia che la recettività mira ad un’attività, ma un’ attività che
accoglie, interiorizza ed è al servizio dell’approfondimento delle azioni
dell’altro. Detto questo, si può comprendere interamente la ricettività solo se
si riconosce in essa un modo speciale di attività, di espressione e di
creatività.
L’uomo
tende per sua natura alla donna e viceversa. Essi non cercano un’unità
androgina, come ci indica la mitica visione di Aristofane nel “Banchetto”, ma
entrambi si necessitano per sviluppare pienamente la propria umanità . La donna
è vista come “aiuto” per l’uomo e viceversa, con ciò non si intendono
atteggiamenti servili o umilianti. Anche il salmista dice a Dio:” Tu sei il mio
aiuto”. Partendo dal rapporto principale, sappiamo che questo non è il solo tra
un uomo e una donna.
La
reciprocità si esprime in molteplici rapporti diversi della vita, in una
pluralità policroma di rapporti interpersonali, come la maternità, la
paternità, la filiazione e la fratellanza, la collettività, l’amicizia e in
tante altri modi, che interessano, contemporaneamente, ogni persona. Pertanto
qualcuno evidenzia che si tratta di reciprocità asimmetrica.
LA
COLLABORAZIONE TRA I SESSI NON SPETTA SOLO ALLE DONNE.
IL
C.I.F. DI PARMA RISPONDE A RATZINGER
Sulla Lettera ai vescovi della Chiesa
cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo
del card. Joseph Ratzinger, resa nota il 31 luglio scorso, si sono scritti i
commenti più vari, in tutto l’arco che va dalla lode entusiastica alla critica
mordace (per il testo integrale della Lettera e la relativa rassegna stampa, v.
Adista n. 60/04). Con alcune sorprese: che cioè, tra i commenti positivi, si
trovassero, pur se con alcuni distinguo, quelli di giornaliste laiche e di
studiose del femminismo, come Ida Dominijanni e Luisa Muraro. Una certa
meraviglia, al contrario, viene dal trovare ora, tra i commenti critici, la
lettera aperta scritta a Ratzinger, in risposta al documento, dal Gruppo Donna
del Centro Italiano Femminile (Cif) di Parma, essendo il Cif, come noto,
un’associazione di tradizione moderata. Critiche serene e garbate, quelle del
“piccolo gruppo di donne” di Parma, ma pur sempre critiche, e su più di un
punto, come emerge chiaramente dalla lettura del documento, che qui di seguito
riportiamo.
Ill.mo
Cardinale Ratzinger, siamo un piccolo gruppo di donne che nel corso degli anni
hanno cercato di vivere con consapevolezza l’esperienza di fede e l’impegno
nella società. Abbiamo letto con attenzione la lettera Sulla collaborazione
dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, inviata ai vescovi cattolici
dalla Congregazione che Lei presiede, e desideriamo condividere le riflessioni
e gli interrogativi che quel testo ha suscitato in noi. Il tema della
collaborazione fra uomini e donne nella Chiesa e nella società, ne siamo
convinte, ha un’importanza centrale, purtroppo spesso misconosciuta. Riportarlo
all’attenzione della Chiesa ci pare quindi molto opportuno, anche se avremmo
letto volentieri nella Sua Lettera un riferimento alla lunga tradizione di
dialogo – non sempre facile – tra il magistero della Chiesa e il contributo di
idee e esperienze del femminismo cristiano e cattolico. Se di “punto di
partenza” si può parlare, infatti, è solo nel senso di ripresa ufficiale di una
realtà viva da tempo, e autorevolmente riconosciuta già da Giovanni XXIII nella
Pacem in terris (n. 22). Non ci è parsa andare in questa linea l’analisi delle
“nuove tendenze nell’affrontare la questione femminile” proposta dalla sua
Lettera (nn. 2 e 3). Ci colpisce innanzitutto la scelta di non riconoscere che
storicamente le donne hanno contrastato situazioni di discriminazione e
subordinazione nella faticosa ricerca di giustizia all’interno della società e
di parità nella coppia. Ridurre questo importante percorso di emancipazione a
un pregiudiziale atteggiamento di contestazione (n. 2) impedisce di affrontare
in modo corretto il tema della collaborazione, e pone una grave ipoteca sui
percorsi di liberazione di donne, ragazze e bambine di molte parti del mondo
sottoposte a discriminazioni e schiavitù, tanto nell’ambito privato quanto in
quello sociale, culturale e giuridico. E, d’altra parte, nelle nostre vite
sperimentiamo l’inevitabilità e la positività del conflitto tra donne e uomini,
quando questo è finalizzato alla comunicazione di sé e alla realizzazione della
giustizia. La nostra concreta esperienza di vita ci ha insegnato che denunciare
le ingiustizie non provoca necessariamente “confusioni di ruoli” né, tanto
meno, “distruzione delle famiglie”. Il Papa stesso, nella Lettera alle donne in
occasione della Conferenza di Pechino (1995), esprime riconoscenza e
ammirazione per le donne che “si sono dedicate a difendere la dignità della
condizione femminile, attraverso la conquista dei fondamentali diritti sociali,
economici e politici e hanno preso coraggiosa iniziativa in tempi in cui questo
veniva considerato un atto di trasgressione”. E aggiunge: “…occorre proseguire
in questo cammino […] La strada del pieno rispetto dell’identità femminile non
passa solo per la denuncia, pur necessaria, delle discriminazioni e delle
ingiustizie, ma soprattutto per un fattivo progetto di promozione” (A voi,
donne, n. 6). Apprezziamo, nella Lettera, il forte riferimento alla differenza
sessuale e il richiamo al corpo come componente fondamentale della persona. Non
crediamo, però, che la differenza si possa definire in modo statico. Siamo
convinte che essa non sia né un dato puramente biologico né una costruzione
esclusivamente culturale, e che quindi risulti inadeguata – oltreché totalmente
astorica - ogni visione deterministica. Uno dei modi per sfuggire a questa
visione è richiamarsi a quell’antropologia simbolica, già da tempo elaborata,
che – invece di definire identità e di porre direttamente l’antinomia
natura-cultura – vede in certe caratteristiche di donne e uomini dei “segni”
che riguardano e interpellano l’essere umano nel suo complesso, maschi e
femmine. La Lettera compie un’incursione in questo terreno (particolarmente al
n. 14), ma – ci pare – non ne trae le dovute conseguenze. Pur dichiarando
fondamentale la collaborazione tra i sessi, infatti, nel suo svolgimento il
testo si rivolge solo a noi donne e si limita a parlare delle donne, lasciando
intendere che la realizzazione della collaborazione dipenda solo da loro. Ma
sappiamo che non esiste collaborazione a senso unico. Al contrario, proprio
dall’antropologia dialogica del segno sarebbe potuto discendere un invito anche
per gli uomini: a riflettere su di sé e sul loro modo di intendere se stessi in
rapporto con le donne nella società, nel lavoro, nella famiglia, nella Chiesa.
Anche volendo rimanere nell’ambito del “privato”, ci stupisce ad esempio il
silenzio sul ruolo e la presenza indispensabile degli uomini nella famiglia già
sottolineati da importanti documenti della Chiesa (cfr. Familiaris Consortio,
n.25) e oggi sostenuti politicamente dalla legislazione di molti Paesi
occidentali. Come conseguenza diretta di questo grave silenzio la Lettera, pur
ribadendo in linea di principio l’importanza della presenza delle donne in ogni
settore della società, giunge a considerare la famiglia come ambito
privilegiato nel quale “liberamente” le donne scelgono di esprimere e
realizzare se stesse “nella totale dedizione al lavoro domestico” (n.20) . Il
rapporto tra lavoro e famiglia avrebbe, quindi, caratteristiche diverse per le
donne e per gli uomini, e così il problema della conciliazione tra le
dimensioni della vita torna ad essere un problema esclusivamente femminile.
Riteniamo, invece, che un’organizzazione del lavoro più flessibile e
conciliabile con i tempi della vita sia un’esigenza di tutti, uomini e donne, e
in questa direzione vanno le recenti norme in materia di congedi parentali e
azioni positive. Si continua a sottovalutare il grande bisogno che la società
ha delle donne a tutti i livelli; si dimentica che le giovani donne investono più
dei maschi nella formazione, ottenendo risultati qualitativamente e
quantitativamente superiori, anche in settori in precedenza tipicamente
maschili, e che non ci sono ragioni per cui dovrebbero rinunciare a portare il
proprio contributo anche in campo sociale e culturale. Per queste ragioni non
ci sembra impostata in modo corretto la complessa tematica dell’essere “per
l’altro”, a cui ogni persona umana, secondo le Scritture ebraico-cristiane, è
chiamata. Una vocazione che nella Lettera si traduce in un monito verso “un
certo femminismo” responsabile di indurre le donne a “rivendicare le esigenze
per se stesse”, mentre non interpella in alcun modo gli uomini. Questa
interpretazione riduttiva del femminismo condiziona anche la lettura del
rapporto donne/ potere. Mentre condividiamo l’auspicio che “le donne siano
presenti nel mondo del lavoro e dell’organizzazione sociale e abbiano accesso a
posti di responsabilità […] per ispirare la politica delle nazioni e promuovere
soluzioni innovative ai problemi economici e sociali”(n. 20), non ci spieghiamo
perché si tenda a demonizzare la ricerca in sé del potere (“agli abusi di
potere essa risponde con una strategia di ricerca del potere”). Non è infatti
da condannare la ricerca del potere – che correttamente interpretato non è che
una forma di assunzione di responsabilità – quanto il suo esercizio a servizio
di interessi particolari e illegittimi, atteggiamento in cui nella nostra
storia si sono distinti soprattutto gli uomini. Abbiamo scelto di dare evidenza
a questi temi perché ne avvertiamo in modo forte la contraddittorietà rispetto
al fine stesso della Lettera. Altre questioni rimarrebbero da affrontare, dalla
messa in discussione del percorso di emancipazione delle donne nel timore delle
possibili conseguenze per la stabilità delle famiglie, al modo in cui la
Lettera fonda biblicamente il suo discorso sulle donne. Ci auguriamo che il
dialogo possa proseguire.
Gruppo Donna - Centro Italiano Femminile
Parma, 15 Novembre 2004
NOVITÁ DAL
MAGISTERO SULLA QUESTIONE FEMMINILE
M.
Pedrazzoli
La
Lettera ai Vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell’uomo e
della donna nella Chiesa e nel mondo, documento della Congregazione
per la dottrina della fede, contiene qualche interessante novità. Le prime due
appaiono già all’inizio nell’introduzione: il fatto cioè di proporre
riflessioni ispirate dai dati dell'antropologia biblica (e non più partendo da
presupposti super-naturalistici sull’ordine del creato, dalla legge naturale
sino al diritto canonico), ed il fatto che tali considerazioni siano presentate
come «punto di partenza per un cammino di approfondimento all'interno della
Chiesa e per instaurare un dialogo con tutti gli uomini e le donne di buona
volontà, nella sincera ricerca della verità e nel comune impegno a sviluppare
relazioni sempre più autentiche». Un ottimo esordio anche in vista del 2005,
l’anno internazionale della donna. La lettera di Ratzinger da una parte è stata
salutata come una innovazione sorprendente e dirompente, dall’altra come la
riformulazione di posizioni assodate più o meno reazionarie; non è comunque
bello che dei celibi maschi si rivolgano ad altri celibi maschi (vescovi)
trattando la donna dall’esterno e dall’alto come oggetto di un chiarimento
dottrinale, senza ascoltare esplicitamente le donne stesse: si rischia di
insinuare che certi uomini (di chiesa) le conoscano più e meglio di quanto esse
non conoscano se stesse. Poi nel documento alcuni passaggi sembrano redatti da
mano femminile (in particolare nella sezione dedicata all’attualità dei valori
femminili nella vita della società), ma in modo non dichiarato. In ogni
caso la valutazione non è facile perché il testo contiene elementi sia positivi
che negativi strettamente intrecciati, che ora cerchiamo di evidenziare.
Il
documento critica taluni aspetti del femminismo degli anni 70; ha come
bersaglio dichiarato la frontiera più avanzata del femminismo nordamericano, il
femminismo radicale di “genere” (gender theory, gender studies),
secondo cui «la differenza corporea, chiamata sesso, viene minimizzata, mentre
la dimensione strettamente culturale, chiamata genere, è sottolineata al
massimo e ritenuta primaria» (par.2). Ma fa riferimento a tale femminismo
“radicale” come se fosse il fondamento della teoria femminista, mentre ne è
stato solo una piccola corrente. E in tal modo non solo le posizioni
nordamericane ma un po’ tutto il femminismo rischia di essere messo in
caricatura, come un nuovo modello di “sessualità polimorfa” ridotta al proprio
piacimento e capriccio. La lettera quindi non dimostra una fondamentale
comprensione delle teorie e dello sviluppo femminista; non se ne riconosce la
legittimità storica, né si prende atto che se la teologia è riuscita a
distaccarsi significativamente dalla tradizione, lo deve in parte anche
all’influenza del femminismo. Essa tace soprattutto sul femminismo cattolico,
meglio sulle varie teologie al femminile, sulle letture della Bibbia al
femminile (per fare alcuni nomi, le nostre amiche e collaboratrici di Matrimonio,
Maria Cristina Bartolomei e Marinella Perroni); forse da esse prende qualche
spunto, ma come fonti taciute, quasi nascoste.
Il
testo ha però il merito di far suo e di porre al centro il pensiero della
differenza sessuale, in opposizione all’emancipazionismo ad oltranza, ed al
femminismo di parità indifferenziata ed antagonista. Si sottolinea la
complementarietà fisica, psicologica ed ontologica (scritta profondamente
nell’uomo e nella donna), dando luogo ad un’armonica “unidualità” (termine
contenuto nel testo) relazionale, assunta nell’uguaglianza e nella libertà.
I
punti più deboli sono proprio all’inizio (par.I. IL PROBLEMA), cioè nella breve
presentazione e valutazione critica di alcune concezioni antropologiche
odierne, che vengono estremizzate e radicalizzate per poi poterle più
facilmente combattere. Un esempio è costituito da quella antropologia che
intende liberare la donna da ogni determinismo biologico, come nel punto
I.3: « La radice immediata della suddetta tendenza si colloca nel contesto
della questione femminile, ma la sua motivazione più profonda va ricercata nel
tentativo della persona umana di liberarsi dai propri condizionamenti
biologici. Secondo questa prospettiva antropologica la natura umana non avrebbe
in se stessa caratteristiche che si imporrebbero in maniera assoluta: ogni
persona potrebbe o dovrebbe modellarsi a suo piacimento, dal momento che
sarebbe libera da ogni predeterminazione legata alla sua costituzione
essenziale». Anche qui la posizione avversaria viene forzata in modo
unilaterale (da ogni determinismo biologico, a suo piacimento); manca ciò che è
fondamentale: in cosa consisterebbe questa costituzione essenziale, quali sono
le sue caratteristiche ancorate alla biologia, e fino a che punto può arrivare
l’eventuale liberazione dal determinismo biologico? Se non si è precisi e
profondi, in genere il rimando vago alla biologia rischia di essere un
sostituto della vecchia natura, senza trovare un ancoraggio lucido alla natura
umana. Per quanto possa essere difficile da decifrare la relazione tra natura e
cultura, o tra sesso e genere (cosa che peraltro potrebbe diventare oggetto di
ricerca da parte della nostra rivista), possiamo dire che in linea di massima i
cristiani sono chiamati a lavorare “con” piuttosto che “contro” le nostre
naturali capacità ed orientamenti corporei, così che si possa capire cosa
significhi essere persone sessuate create ad immagine di Dio.
Ciò
nonostante, già Platone sosteneva che la natura umana non è sempre la stessa;
si può quindi parlare di una “seconda natura” influenzata culturalmente, e
frutto di un giusto processo di liberazione della donna dalla subordinazione
femminile soprattutto del passato. A volte certe concezioni del passato
permangono, come ad es. il fatto che la maternità fonda la donna, mentre la paternità
rimane a lato dell’uomo, per cui si sottolinea per la donna, diversamente
dall’uomo, il suo ruolo insostituibile all’interno della famiglia; tali forme
sono molto meno appariscenti e scandalose di certi costumi patriarcali – come
il burqa o il velo – ma tanto più durature e insidiose. Parlare di “seconda
natura” non significa negare il condizionamento che la (prima) natura esercita
tuttora sull’uomo, né relegare la biologicità in una specie di prologo
preistorico dell’umanità; se certi dati biologici sono rilevanti in rapporto
alle esigenze di felicità, lo è altrettanto lo svincolo da alcuni
condizionamenti sia biologici che culturali.
Figure
maschili e femminili nella Scrittura
Il testo
continua: «Questa prospettiva ha molteplici conseguenze. Anzitutto si rafforza
l'idea che la liberazione della donna comporti una critica alle Sacre Scritture
che trasmetterebbero una concezione patriarcale di Dio, alimentata da una
cultura essenzialmente maschilista. In secondo luogo tale tendenza
considererebbe privo di importanza e ininfluente il fatto che il Figlio di Dio
abbia assunto la natura umana nella sua forma maschile» (par.3). Sua Eminenza
finge di ignorare il fatto che tale concezione patriarcale si dà nella
Scrittura, e che proprio la teologia biblica al femminile ha portato una
critica costruttiva a tale impianto, rivelandone anche aspetti
insospettati; il cardinale inoltre dovrebbe chiarire in cosa consista tale
presunta importanza ed influenza della forma maschile del Figlio di Dio. Forse
la mascolinità di Cristo serve unicamente a fondare un sacerdozio/presbiterato
solo maschile? (come vien detto più avanti: «in questa prospettiva si comprende
anche come il fatto che l'ordinazione sacerdotale sia esclusivamente riservata
agli uomini non impedisca affatto alle donne di accedere al cuore della vita
cristiana»). È a dir poco pericoloso identificare la mascolinità, considerata
essenziale al sacerdozio, con la mascolinità di Cristo; è inoltre infelice
associare la paternità di Dio alla sessualità maschile, come pure connettere in
modo esagerato l’amore di Cristo per la sua sposa (la Chiesa) con la
mascolinità dello sposo. Comunque le menti più aperte oggi hanno capito che
l’asimmetria (Dio-sposo e umanità-sposa) è condizionata culturalmente, e
potrebbe tranquillamente essere invertita nell’alleanza fra la Sposa-Dio fedele
e lo sposo-uomo infedele.
La
parte migliore ci sembra il ripercorrere certi testi fondamentali della
Scrittura per riaffermare alcuni dati capitali dell'antropologia biblica: dalla
Genesi all’Esodo, dai profeti all’alleanza sponsale fra Dio e il suo popolo, al
Cantico dei Cantici, che ammorbidisce l’asimmetria di grandezza fra
Dio-sposo-fedele e umanità-sposa-infedele; dalla figura maschile del servo
sofferente alla figura femminile di Sion, ed alla figura di Maria, vista
finalmente nella sua femminilità. Ma per quanto riguarda Gn 1-11, il documento
non tiene conto dei risultati raggiunti dall’esegesi negli ultimi decenni; ad
es. la tipica vecchia ermeneutica di stampo cronologico rischia di sfalsare il
tutto: l’Eden non è un paradiso storico iniziale, ma semmai l’utopia futura a
cui puntare. La cronologia storica fissa scorrettamente un incipit divino,
naturale e assiologico (valoriale), che legittima dei divieti, spesso
reazionari, in materia di morale sessuale, di etica femminile della scelta, di
autodeterminazione, anche procreativa. I miti (in senso tecnico relativo al
genere letterario specifico di quei capitoli, e non in senso spregiativo)
contenuti in Gn 1-11 hanno una natura altamente simbolica; non li si possono
trasformare in modo troppo precipitoso in descrizioni realistiche e, ancor
peggio, in prescrizioni morali, scivolando pericolosamente dal simbolico al
prescrittivo.
Si accenna anche (citando di striscio 1Gv
2,16) alla concupiscenza degli occhi e della carne; il cardinale però dovrebbe
spiegare dove sta la differenza tra il desiderio amoroso, perno della relazione
e della coppia, e tale concupiscenza (considerata negativa) degli occhi e della
carne. Ma anche questo potrebbe essere un compito del cammino di ricerca della
nostra rivista, ossia sondare l’universo semantico del desiderio e della
concupiscenza (il termine greco è praticamente lo stesso, epiqumia), sia
partendo dalla lettera di Giovanni che prescindendo da essa.
Il simbolo
già nella potenzialità sponsale?
Guardiamo ora
a cosa ci può dire la lettera circa la nostra tematica del sacramento-simbolo,
ossia della relazione uomo-donna come espressione dell’amore di Dio, in quanto
nella coppia (uni-dualità) si esprime la Trinità divina, sia la Trinità
immanente (Dio in se stesso, ad intra) e sia la Trinità “economica” (nella
terminologia di Paolo ripresa da K. Rahner, ossia relativa all’economia della
salvezza), cioè Dio che si esprime e si manifesta ad extra, ponendosi nella
storia in relazione con l’uomo nel suo mondo. Rahner, polemizzando leggermente
con la tradizione, pone l’equazione diretta: la Trinità immanente è la
Trinità economica; non solo nel senso che la Trinità economica è la via per
capire quella immanente, bensì nella loro identificazione quasi totale. Ciò
significa che Dio si manifesta per quello che è; rivelandosi e svelandosi nella
storia sino all’incarnazione in Cristo, non si mostra in modo diverso da quello
che è in se stesso, non gioca a nascondersi e a camuffarsi. Personalmente trovo
che le tematiche più o meno misticheggianti sul Deus absconditus (il Dio
nascosto) siano molto ambigue e comunque poco illuminanti. La stessa teologia
negativa (cioè quella che ritiene che su Dio non si possano attribuire dei
predicati affermativi, ma si debba procedere per “via negationis”, affermando
che Dio non è questo, non è quello, non è quest’altro…e così via), pur avendo
il pregio di ricordarci che Dio non è catturabile, nega comunque la possibilità
dell’analogia (positiva) e soprattutto esclude il simbolo, almeno quello in
positivo; resta da vedere se sia possibile una simbologia in negativo. Può
essere che attraverso l’analogia al negativo, dicendo ad es. ciò che la coppia
non è o non dovrebbe essere, si raggiunga e si esprima qualcosa della realtà
divina?
Ma
torniamo al documento che dice testualmente (al punto 8):
«La sessualità caratterizza
l'uomo e la donna non solo sul piano fisico, ma anche su quello psicologico e
spirituale, improntando ogni loro espressione. Essa non può essere ridotta a
puro e insignificante dato biologico, ma è una componente fondamentale della
personalità, un suo modo di essere, di manifestarsi, di comunicare con gli
altri, di sentire, di esprimere e di vivere l'amore umano. Questa capacità di
amare, riflesso e immagine del Dio Amore, ha una sua espressione nel carattere
sponsale del corpo, in cui si iscrive la mascolinità e la femminilità della
persona». La lettera usa i termini “riflesso e immagine”, che sono da
considerarsi equivalenti, sinonimi del simbolo come “espressione” (cfr
l’articolo sul simbolo nel n.1 del marzo 2002, pp. 23-30). L’aspetto simbolico
viene individuato nella capacità di amare (in potenza, più che in atto); e non
è solo una caratteristica della coppia, nel suo insieme relazionale, ma anche
(se capisco bene) una caratteristica del singolo, in quanto il simbolo si
esprime già nel carattere (potenzialmente) sponsale del corpo, in cui si
iscrive la mascolinità e la femminilità della persona. Questo carattere potenziale
e singolarizzato del simbolo ci sembra una sfumatura nuova (eventualmente da
approfondire).
Nel documento
il peccato d’origine, purtroppo concepito come susseguente ad uno stato
paradisiaco storico, consisterebbe nel contestare, seguendo la suggestione del
serpente, la differenza tra Dio e l’umanità. «Di conseguenza viene stravolto
anche il modo di vivere la loro differenza sessuale. Il racconto della Genesi
stabilisce così una relazione di causa ed effetto tra le due differenze: quando
l'umanità considera Dio come suo nemico, la stessa relazione dell'uomo e della
donna viene pervertita. Quando quest'ultima relazione è deteriorata, l'accesso
al volto di Dio rischia, a sua volta, di essere compromesso» (par.7). Nella
nostra tematica del simbolo, nessun dubbio sull’ultima frase: quando la
relazione uomo-donna è pervertita e deteriorata, pure l’accesso al volto di Dio
rischia di essere compromesso. Ma vale anche quanto vien detto prima, con la
relazione di causa-effetto invertita? Pure più avanti si dice che la relazione
con l’altro-da-sé è anche alterata dalla disarmonia fra Dio e l’umanità
sopraggiunta col peccato. È vero che la relazione uomo-donna viene pervertita
dalla disarmonia fra Dio e l’umanità, dalla rottura con Dio? O quando l’umanità
considera Dio come suo nemico? Dipende da cosa s’intende con la triade
disarmonia, rottura, inimicizia: se si intendono la mancanza di fede,
l’irreligiosità e l’ateismo moderno, la risposta è no!
Bisogna stare
molto attenti col gioco delle inversioni: ad es. l’affermazione “Dio è amore”
non può essere rovesciata in “L’amore è Dio”, se non al prezzo di
sofisticatissime condizioni e distinzioni da capogiro. Se il soggetto e il
predicato fossero perfettamente sovrapponibili, avremmo praticamente
l’identità, e quindi sia l’analogia che il simbolo svanirebbero in una
univocità quasi panteistica. Un’altra confusione classica è la seguente: che “Cristo
sia morto per il peccato” (colpito dal peccato del mondo, a causa degli uomini)
non vuol dire (almeno automaticamente) che sia morto per i nostri peccati, nel
senso finalistico del riscatto, dell’espiazione dei peccati dell’umanità; la
logica ci insegna che il passaggio dalla proposizione causale a quella finale
non può avvenire per assonanza linguistica più o meno retorica, ma va
adeguatamente motivata in tutti i suoi passaggi.
Tornando
al nostro problema, è vero che «nel Cristo, la rivalità, l'inimicizia e la
violenza che sfiguravano la relazione dell'uomo e della donna sono superabili e
superate» (par.12). Ma, aggiungo io, il superamento può avvenire anche senza
Cristo, e pure senza Dio, senza pensare a Lui, senza percepirLo e senza parlare
di Lui. Si tratta della problematica della non-necessità di Dio, già sviluppata
nell’articolo Gratuità oltre la necessità (n.4, dicembre 2003, pp.4-14),
la cui idea portante era la seguente: «L’uomo può essere uomo senza Dio, e può
vivere senza esperirlo. Può vivere bene, parlare e pensare rigorosamente,
ascoltare attentamente, agire con giustizia e responsabilità senza parlare di
Dio, senza percepirlo, senza pensare a Lui, senza “lavorare” per Lui. E può
fare tutto questo molto bene e del tutto responsabilmente! Gli innumerevoli e
spaventosi esempi contrari, che si possono facilmente addurre, non traggono
necessariamente origine dall’irreligiosità delle azioni corrispondenti
(altrettanto facilmente si potrebbero addurre esempi di misfatti compiuti in
nome della religione). Con questo non si vuol per nulla negare che la lotta
alle condizioni e ai modi di vita malvagi, al pensiero corrotto ad all’agire
irresponsabile possano benissimo essere motivati dalla verità di Dio e dalla
fede in Lui. Ma è altrettanto vero che anche senza Dio si possa e si debba
essere indotti a continuare questa lotta» (p.4s). La differenza importante non
sembra essere più quella fra credenti e non-credenti, ma tra coloro che pensano
e quelli che non pensano, fra quelli che ricercano e quelli che non lo fanno,
tra coloro che pongono questioni e si pongono in questione e coloro che
continuano rigidi e imperterriti per anni con le medesime idee stereotipate e
con le stesse e identiche concezioni portanti. Ora possiamo aggiungere che
anche senza Dio vi può essere una sana, bella e felice relazione di coppia.
Rispetto alla suddetta disarmonia, rottura e inimicizia con Dio, l’ateismo
moderno in genere non ha a che fare con nessuna delle tre. La disarmonia non
può essere la mancanza di fede (esplicita); la mancanza di fede non rovina
necessariamente la relazione di coppia, e soprattutto non toglie alla coppia la
sua capacità di simbolizzare l’amore di Dio. Come dicevamo nel già citato
articolo sul Simbolo sacramentale (n.1, marzo 2002, p.27), si
può ipotizzare anche una sequenza più corta: cioè che Dio, nella forza dello
Spirito, si possa esprimere nella relazione amorosa senza passare (almeno
esplicitamente) né attraverso la Chiesa ma neanche attraverso il Gesù storico o
il Cristo della fede; ricordiamoci sempre che l’espressione ha vari
gradi, misure, accentuazioni, colorazioni.
Dio rende la coppia interessante
Ma allora,
cosa ci sta a fare Dio o la fede in Lui? Dio non è necessario, e proprio per
questo più che necessario, ossia gratuito come un figlio, di cui si può fare
benissimo a meno, ma che diviene il soggetto più amato. Nella logica della
gratuità abbiamo: a) l’uomo e il suo mondo sono di per se stessi interessanti.
b) Dio è interessante di per sé. c) Dio rende l’uomo, di per sé interessante,
interessante in modo nuovo. Ora possiamo aggiungere che d) Dio rende la coppia,
di per sé già interessante, interessante in modo nuovo.
Nell’esempio
già fatto nell’articolo sulla gratuità, dicevamo come i livelli superiori (ad
es. gli stati neuronali e mentali) sopravvengono su quelli inferiori
(fisica-chimica-biochimica), o, ciò che è lo stesso, emergono da questi ultimi;
inoltre mentre in generale il livello inferiore (in senso non squalificante,
cioè nel significato oggettivo di meno complesso) della fisica-chimica può
esistere anche senza il superiore, nel caso del cervello il superiore (psiche,
mente) non può esistere senza l’inferiore, cioè senza la sua base materiale
biochimica. Allo stesso modo nel nostro caso l’inferiore può esistere senza il
superiore, ossia la relazione amorosa senza la fede, mentre il superiore non
può esistere senza l’inferiore, cioè la fede senza relazioni d’amore.
Diversa cosa
è invece se per disarmonia/rottura non si intende qualcosa di esplicito e di
diretto con la divinità, ma qualcosa di indiretto: ossia il male, la mancanza
di giustizia e di pace (soprattutto intese in senso biblico), l’assenza della
“cura” dell’essere, sia nella forma dell’aver cura che in quella del prendersi
cura. Tali azioni possono costituire una rottura, anche se inconsapevole e
anonima, col Regno di Dio o col Dio del Regno.
Supponiamo
che si dia il Cristianesimo anonimo teorizzato da K.Rahner (ricorre quest’anno
il centenario della nascita): sarebbe l’esistenza misteriosamente salvata
dell’ateo senza colpa, il quale, seguendo i dettami della propria coscienza
illuminata, di fatto vive in grazia di Dio e, anche se in modo inconsapevole,
nella logica dell’Evangelo, testimoniando così una possibilità salvifica universale.
Come dicevamo sempre nel suddetto articolo sulla gratuità (p.8s), soprattutto
le forme superiori di gratuità, che abbiamo chiamato “eroica” (ad es. l’amore
per i nemici) e “pura” (il persistere nella relazione amorosa in generale senza
una reciprocità significativa), sembrano quasi sfociare in una fede implicita,
come la biochimica e la biologia molecolare sfociano nel neurale cerebrale.
Orbene, se
esiste tale Cristianesimo anonimo, allora esiste pure il non-Cristianesimo
anonimo, che può perturbare la relazione di coppia in modo non salvifico: è la
situazione di colpevolezza (sia della persona atea che religiosa) tipica di
colui che non cerca la giustizia del Regno; ben difficilmente il non-cristiano
anonimo, da solo o in coppia, potrà simboleggiare la grazia sanante e l’amore
salvifico di Dio. La ricerca della giustizia del regno costituisce comunque lo
spartiacque decisivo fra credenti e non-credenti, a prescindere dalla loro
appartenenza esplicita e consapevole a determinate confessioni religiose.
Come già
evidenziato, la lettera di Ratzinger purtroppo non tiene conto degli studi più
recenti nel campo dell’esegesi biblica; secondo tali ricerche il cosiddetto
peccato d’origine non è qualcosa che sopravviene cronologicamente ad un certo
punto, dopo l’inizio sfolgorante e paradisiaco; non c’è nessuna caduta nel
senso di una perdita di presunti doni naturali o preternaturali. I progenitori
non costituiscono una coppia storica, né primitiva né primordiale; detto in
altre parole, Adamo ed Eva siamo noi, è l’uomo storico del passato, del
presente e del futuro. Il peccato e il male sono una possibilità originaria da
sempre, almeno da quando l’umanità è uscita dalla sua fase di sviluppo
animalesco (teoria dell’evoluzione biologica).
Attualità dei valori femminili
Interessante
e ricca di spunti è la sezione dedicata all’attualità dei valori femminili
nella vita della società: «Tra i valori fondamentali collegati alla vita
concreta della donna, vi è ciò che è stato chiamato la sua “capacità
dell'altro”. Nonostante il fatto che un certo discorso femminista rivendichi le
esigenze per se stessa, la donna conserva l'intuizione profonda che il
meglio della sua vita è fatto di attività orientate al risveglio dell'altro,
alla sua crescita, alla sua protezione. Questa intuizione è collegata alla sua
capacità fisica di dare la vita. Vissuta o potenziale, tale capacità è una
realtà che struttura la personalità femminile in profondità. Le consente di
acquisire molto presto maturità, senso della gravità della vita e delle
responsabilità che essa implica. Sviluppa in lei il senso ed il rispetto del
concreto, che si oppone ad astrazioni spesso letali per l'esistenza degli
individui e della società. È essa, infine, che, anche nelle situazioni più
disperate — e la storia passata e presente ne è testimone — possiede una
capacità unica di resistere nelle avversità, di rendere la vita ancora
possibile pur in situazioni estreme, di conservare un senso tenace del futuro
e, da ultimo, di ricordare con le lacrime il prezzo di ogni vita umana. Anche
se la maternità è un elemento chiave dell'identità femminile, ciò non autorizza
affatto a considerare la donna soltanto sotto il profilo della procreazione
biologica» (par.13). E poco più avanti: «In tale prospettiva ciò che si chiama
“femminilità” è più di un semplice attributo del sesso femminile. La parola
designa infatti la capacità fondamentalmente umana di vivere per l’altro e
grazie all’altro» (par.14). In queste belle e valide riflessioni aleggia il
principio femminile e materno, capace di trasformare l’estraneo in intimo e
familiare. Una sola osservazione: femminista o no che sia il discorso, perché
non pensare le esigenze per se stessa come direttamente
proporzionali alla capacità dell’altro? Proprio come lo sono il
desiderio e il dono nella coppia ottimale: più desidero e più mi dono, e
viceversa. Anzi forse solo in un per sé autentico, non egoistico, si instaura
la vera “capacità dell’altro”.
Concludendo e riassumendo, i
punti da sviluppare potrebbero essere i seguenti:
a)
La questione del determinismo biologico; il rapporto fra natura e
cultura, ed eventualmente tra sesso e genere.
b) Più in
generale una valutazione della questione femminile, delle teorie femministe,
del femminismo anche cattolico, ossia delle varie teologie al femminile.
c)
La differenza sessuale e l’uni-dualità fra desiderio e
concupiscenza.
d) Carattere
potenziale e singolarizzato del simbolo, eventualmente anche per via negativa?
e)
La paternità di Dio svincolata dalla sessualità maschile?
f)
Il male/peccato come possibilità originaria, da evitare ma di
fatto non evitata.
Mauro Pedrazzoli
Giovanni
Salmeri
La differenza
uomo-donna e il bene comune della società
Intervento
Lo straordinario interesse suscitato dalla recente lettera «sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo» è un un segno importante, anche quando le reazioni hanno assunto il tono della perplessità e della critica. Esso testimonia infatti la radicale importanza del tema affrontato, e anche la capacità che in un modo o nell’altro la voce della Chiesa ha di interpellare e provocare la riflessione. In questo breve intervento cercherò di raccogliere in piccola parte questo invito alla riflessione sotteso dalla Lettera, scegliendo un punto di partenza prevalentemente filosofico, e soprattutto cercando di mostrare perché la filosofia in questo campo si trova in particolare difficoltà.
Il punto di vista filosofico non
sembra infatti il più adatto a tematizzare qualsiasi «differenza», meno che mai
la differenza tra uomo e donna. Sembra davvero, infatti, che il movimento
tipico della filosofia sia la ricerca dell’unità, del principio unificatore,
che viene prima delle differenze, anche se empiricamente viene raggiunto
dall’intelletto solo in un secondo momento. Se vogliamo porre l’atto di nascita
della metafisica nel pensiero di Parmenide, è difficile non riconoscere che la
ricerca dell’unità assoluta è il punto di origine e anche il destino del
pensiero filosofico. Allo stesso modo, tale ricerca dell’unità è anche ciò che
è più caratteristico della scienza, il cui spirito è legittimo figlio della
filosofia: cercare una legge scientifica non significa altro che cercare un’unica
formula che riconduca all’unità diversi fenomeni a prima vista, ma appunto solo
a prima vista, differenti. Forse fu Leibniz colui il quale con più profondità
riflettè su questo aspetto, fino a concludere, in maniera senza dubbio logica,
che il procedimento della ricerca scientifica è realmente giustificato solo se
si suppone che il mondo stesso sia stato creato da Dio con le leggi più
semplici e unitarie possibili, e che anzi proprio per questo il mondo attuale
sia stato scelto da Dio a preferenza degli altri infiniti universi che egli
avrebbe potuto creare. Il pensiero insomma, cerca l’unità, e solo da essa pare
soddisfatto; la differenza, al contrario, sembra qualcosa di provvisorio, da
superare.
In secondo luogo, bisogna notare
che la differenza tra uomo e donna ha uno statuto sfuggente nella gerarchia
degli esseri: non è una differenza individuale, come quella che distingue
Antonio da Marco; ma non è neppure una differenza specifica, come quella che
distingue un cane da un gatto. È qualche cosa che ha a che fare con la vita, e
dunque con ciò che rende possibile e unifica una specie vivente, ma dall’altra
parte non è indispensabile in generale alla vita (la differenza sessuale
compare solo ad un certo grado nella scala delle specie viventi). Una delle
tracce più evidenti di questo imbarazzo si vede nella tradizione
platonico-aristotelica, che non avendo a disposizione appunto né la differenza
individuale, né quella specifica, ha usato, per pensare la differenza sessuale,
la distinzione metafisica tra «forma» e «materia»: il maschio svolgerebbe la
funzione della «forma» che trasmette il principio vitale, la femmina della
«materia» che permette a questo principio di moltiplicarsi. Una
interpretazione, questa, che inevitabilmente conduce all’idea della femmina
come di una realizzazione di secondo rango, all’idea della femmina come di un
«maschio malriuscito»; nel mito platonico del Timeo, la donna è
addirittura la reincarnazione punitiva di uomini deboli e vili. Tutto ciò
autorizza anche a portare avanti una «antropologia filosofica» senza mai
neppure citare né la maschilità, né la femminilità: ancora Heidegger affermava
esplicitamente che l’esistenza umana nel suo significato più radicale e
profondo è indifferente all’essere maschio o femmina. I termini che potrebbero
descrivere una indagine diversamente mirata, «andrologia filosofica» e «ginecologia
filosofica» sembrano in effetti solo espressioni comiche.
Senza dubbio la sensibilità
culturale contemporanea, per molti motivi, ha invece sviluppato un’attenzione
molto grande per la diversità, che oggi facilmente viene reputata un valore in
sé. È interessante notare come il termine «pluralismo», originariamente usato
per definire le poche filosofie eccentriche che rinunciano alla ricerca di una
realtà unica e assoluta, sia diventato il modo per descrivere uno stato di
fatto, giudicato utile e positivo, in cui differenti opinioni e
tradizioni convivono pacificamente. Tale atteggiamento «pluralistico»
sicuramente porta con sé anche una diversa valutazione della compresenza di
uomini e donne: affermare che la loro differenza, in qualsiasi ambito della
vita sociale, culturale, spirituale, è buona, significa sfondare oggi una porta
aperta. Proprio per questo motivo conviene non essere frettolosi e non
sottovalutare i giusti diritti della ricerca di unità e universalità che
abbiamo prima descritto come tipica della filosofia (e anche della scienza).
Per esempio, non si può dimenticare che la ricerca dell’unità nella storia
della filosofia si è presto intrecciata con la ricerca del Dio Uno; e non si
può dimenticare che tutte le affermazioni sulla dignità e grandezza dell’uomo
(o dell’«essere umano», come oggi spesso si preferisce dire) suppongo
ovviamente un’idea unitaria di uomo. Ma, pur apprezzando la nobiltà di questi
itinerari, dobbiamo ripetere che proprio il pensiero fatto per cercare e
pensare l’unità, non sembra in grado di tematizzare adeguatamente qualsiasi
«differenza», meno che mai la differenza tra uomo e donna. Questo è uno dei
grandi drammi del pensiero. Secondo Aristotele, anzi, si tratta del dramma
principale: se la realtà è tutta differente, individuale, e il pensiero può
usare solo procedimenti e termini universali, come potrà mai esso conoscere
realmente? Questo è il dubbio che egli espone nel terzo libro della Metafisica
come «il più grave e più importante», e che tristemente nella Metafisica stessa
non trova mai risposta. Già nel formulare questo problema abbiamo però nominato
la parola fondamentale: realtà. Le differenze ci sono nella realtà,
nella realtà che non creiamo noi, ma semplicemente incontriamo. Nella realtà le
viviamo, le sperimentiamo, le sentiamo. E tutto ciò accade con una fedeltà a
cui il pensiero non è vincolato: noi possiamo pensare ciò che vogliamo, ma non
possiamo vivere, sperimentare, sentire ciò che vogliamo: noi viviamo, sentiamo,
sperimentiamo solo ciò che ci è dato.
È questo in fondo il motivo per
cui Søren Kierkegaard, il grande avversario di Hegel, affermava che non la
filosofia, ma soltanto la dogmatica, la teologia, parla della realtà e fa
incontrare con essa: perché la teologia sa che il suo oggetto le è dato, e solo
per la teologia «realtà» significa «realtà creata da Dio», così come
egli la ha voluta. Mentre da un punto di vista filosofico abbiamo accennato
alle mille difficoltà nel tematizzare la differenza, e tanto più la differenza
tra uomo e donna, alla teologia basta aprire il libro della Genesi per
sapere dopo poche righe che «maschio e femmina li creò». La differenza rispetto
al mito platonico è abissale. E così la filosofia potrebbe semplicemente
passare il microfono all’esegesi. Oppure, certo, basta aprire gli occhi per
rendersi conto che ci sono uomini e donne, non è certo difficile: ma questo
sguardo, mille volte più semplice del poema di Parmenide o della Metafisica
di Aristotele, è un gesto teologico, perché si incontra con la realtà, così
com’è. In questo senso, i sensi sono molto più nobili e più teologici del
pensiero (un’idea questa che forse è utile anche alla teologia dei sacramenti),
e anziché essere ossessionati dal desiderio di ricondurre la realtà ad un comun
denominatore, semplicemente entrano in contatto con essa, nella sua varietà e
nelle sue differenze. Essere fedeli ai sensi non si significa allora
altro che credere che questa varietà e queste differenze abbiano un senso.
Abbiamo prima citato Leibniz.
Per correttezza dobbiamo qui completare la sua idea: egli non dice solo che il
mondo attuale è quello con le leggi più semplici possibili: ma quello in cui le
leggi più semplici possibili producono gli effetti più vari e ricchi possibili.
La bontà, in altre parole, è ricchezza, e in questo la filosofia di Leibniz,
malgrado i suoi limiti, si mostra davvero «cristiana». Ma ci sono anche delle
pagine molto belle di Tommaso d’Aquino, forse meno note di quanto meritino, in
cui egli si interroga su quale sia l’origine della diversità delle creature;
laddove la filosofia (soprattutto il neoplatonismo) direbbe che questa
diversità è il segno di una decadenza, o magari una illusione o un incidente,
Tommaso replica che solo il creatore può averla voluta, e se l’ha voluta è
perché tante creature diverse «rappresentano» l’essenza divina meglio di una
sola, per quanto perfetta essa sia. Mi pare che sia difficile trovare un punto
cruciale in cui così chiaramente Tommaso pone sulla scena il contrasto
drammatico tra lo spirito filosofico e lo spirito della fede; solo quest’ultimo
è in grado di riconoscere senso e dignità all’esperienza di ammirazione di
fronte alla inesauribile policromia della realtà. Certo, quando fa queste
riflessioni Tommaso sta pensando alle differenze delle diverse specie, non alla
differenza sessuale. Ma non sembra esserci nulla in contrario ad estendere
questo principio, e a pensare che ogni sguardo gettato sulla differenza coglie
qualcosa dell’essenza divina.
Senza dubbio (come sembra vizio
comune della filosofia) abbiamo affrontato il nostro tema molto da lontano. Ci
è sembrato però importante farlo perché sia evidente che, prima di essere un
importante e cruciale tema di discussione sociale, la differenza tra uomo e
donna chiama in gioco alcuni dei rischi più gravi e delle possibilità più
ricche non solo della cultura, ma ancor prima della natura umana. Quando un
pensiero autonomo e apriori viene scelto come unica guida della vita, le
differenze vengono di fatto dimenticate e umiliate, e una delle prime
differenze che cade (proprio per il suo carattere reale, inquietante, e d’altra
parte incerto e sfuggente per il pensiero) è la differenza tra uomo e donna. La
storia ha conosciuto come forma prevalente (non unica) di questa
eliminazione della differenza l’emarginazione della donna, teoricamente
considerata una variante malriuscita dell’uomo maschio, e praticamente guardata
con sospetto ogni qualvolta ha espresso qualità intellettuali e morali
considerate «maschili». Il femminile diventa così da una parte semplicemente
l’immaturo, il debole, l’irrazionale, l’imprevedibile; dall’altra ciò che tanto
più diventa pericoloso quando sembra superare l’immaturità e la debolezza.
Prima di scartare questa interpretazione come una maligna e acida tesi
«femminista», inopportuna per orecchie cattoliche, conviene rileggere e non
dimenticare quello che scriveva la prima dottoressa della Chiesa, S. Teresa di
Gesù: «Signore, quando eravate su questa terra, lungi dal disprezzare le donne,
avete cercato di favorirle con grande benevolenza. Avete trovato in loro tanto
amore e fede, più grande che negli uomini. ... Non basta, Signore, che il mondo
ci tenga chiuse a chiave, che non possiamo fare nulla per Voi in pubblico che
valga qualcosa, che non osiamo parlare di certe verità che piangiamo in
segreto; avverrà pure che Voi non ascolterete la nostra domanda così giusta?
Non lo credo, Signore, per la Vostra bontà e giustizia, perché Voi siete
giudice giusto, e non come i giudici della terra, i quali, figli di Adamo come
sono e in definitiva tutti maschi, non c’è virtù di donna che non tengano in
sospetto. Sì, dovrà arrivare un giorno, mio Re, in cui tutti appariranno
quali sono».
«Tutti appariranno quali sono»:
non è soltanto un grido di dolore, ma anche un desiderio di realtà. Ma
mantenere fermo il principio della realtà (la realtà creata da Dio!)
significa anche rivalutare quel principio dell’esperienza che altrimenti sembra
solo un facile rifugio dell’effimero e dell’arbitrario. Forse mai abbastanza si
può ripetere che solo l’esperienza, presa nel suo senso più ricco, più
integrale, più profondo, può dire e insegnare la maschilità e la femminilità, e
che bisogna avere in forte sospetto ogni tentativo di definire una volta per
tutte che cosa sia la maschilità e la femminilità (un procedimento,
questo tipicamente intellettuale). In fondo, come ogni nuovo essere umano che
viene al mondo insegna qualcosa in più su che cosa sia l’umanità, così la
stessa cosa si dovrebbe dire del maschile e del femminile, sia in rapporto alle
vite individuali, sia in rapporto alle tradizioni storiche e culturali. L’unico
elemento che sembra davvero invariabile, perché inscritto nella stessa
possibilità di sopravvivenza della specie umana, e che maschile e femminile
sono destinati ad una relazione e solo in questa relazione esistono, e che la
vita, con il suo tesoro di novità che appunto produce ad ogni nascita, dipende
da questa relazione. Ma quale sia il contenuto dei due elementi in relazione è
appunto solo l’esperienza, nel suo senso più profondo e oserei dire
«teologico», che lo deve insegnare. I gravi limiti della tradizione
platonico-aristotelica, a cui prima abbiamo fatto cenno, credo che insegnino a
sufficienza quanto bisogna guardare con attenzione e sano sospetto a tutte le
determinazioni apriori troppo chiare e definitive. Affidarsi all’esperienza, e
cioè in definitiva all’incontro con la realtà, significa credere che l’alterità
umana non è semplicemente una formula, una relazione astratta, ma l’incontro di
soggettività umane concrete, ricche della loro storia, dei loro sentimenti, dei
loro progetti, della loro fede. Uno dei più grandi filosofi del XX secolo,
Emmanuel Levinas, identificò «alterità» e «femminilità», e giustificò questa
scelta appunto sostenendo che questo era il modo migliore di sottolineare il
fatto che l’alterità ha sempre un contenuto concreto.
Sarebbe interessante
ripercorrere alcuni dei tentativi che negli ultimi decenni sono stati compiuti
per individuare alcuni di questi contenuti concreti (certo in linea generale, e
quindi con una dose inevitabile di astrazione). Uno dei più noti si deve per
esempio a Carol Gilligan, che sostenne, sulla base di indagini sperimentali,
l’esistenza di due differenti modelli di evoluzione morale nell’uomo e nella
donna: mentre l’uomo tenderebbe più a ragionare per principi astratti, la donna
svilupperebbe una maggiore attitudine a risolvere i casi morali in base ad un
rapporto diretto con le persone interessate. Ciò sarebbe una lontana
conseguenza del diverso sviluppo psicologico: mentre l’uomo giunge a chiarire
la propria personalità distinguendosi dalla madre, la donna compie un
processo simile al contrario identificandosi con lei (donde la
conseguenza che l’uomo ha più spesso problemi di relazione, la donna più spesso
problemi di identità). Una moralità adeguata, pienamente umana, concludeva
Carol Gilligan, si può raggiungere solo quando i due approcci maschile e
femminile si integrano e completano. Un principio simile è stato applicato da
altri alla professione medica: il fatto che i medici siano per lo più uomini,
mentre le infermiere siano per lo più donne, rispecchia la tendenza dei primi
ad applicare i criteri di cura universali, delle seconde a trovare la giusta
mediazione personale con i pazienti. Un suggerimento ancora simile è stato
vagamente suggerito per l’informatica: il numero ridottissimo di donne operanti
in questo settore spiegherebbe il deficit di attenzione ai problemi di
«usabilità»: gli uomini, mediamente più dotati matematicamente, sono in grado
di scrivere programmi informatici estremamente raffinati e complessi; ma
vanificano il lavoro fatto dimenticando le esigenze di chi li dovrebbe usare,
cosa che una donna potrebbe spontaneamente comprendere meglio.
Questi esempi (che abbiamo
citato solo per la loro semplicità) a loro volta suggeriscono anche un’altra
ipotesi: se davvero lo spirito maschile è più connesso all’universalità, e
quello femminile alla particolarità del reale, non è in fondo l’intero
atteggiamento «filosofico», dal quale abbiamo preso le mosse, un atteggiamento
maschile? O in altre parole: la tentazione prima dell’uomo non consiste proprio
nella dimenticanza della differenza e della realtà, e da questa tentazione non
sarebbe proprio la donna a salvarlo? Questa ipotesi ha avuto di fatto una
elaborazione acuta, e anche polemica, in alcune tendenze del femminismo degli
ultimi decenni. Qui non intendiamo parlare del problema, ma soltanto suggerire
l’ipotesi che anche l’alleanza tra astrazione e concretezza, tra pensiero e
realtà, alleanza di cui forse mai come oggi si sente il bisogno, è in qualche
modo anch’essa connessa alla possibilità di un nuovo incontro tra uomini e
donne. Recentemente è stato sostenuto che il ragguardevole numero di donne che
hanno militato nelle fila della fenomenologia (prima tra tutte Edith Stein) è connesso
proprio al suo carattere «accogliente» e intenzionalmente ancorato alla realtà.
La fenomenologia sarebbe in sostanza la filosofia che di fatto include come
soggetto anche un soggetto femminile, e proprio per questo la filosofia che
riesce a prendere sul serio anche lo spessore «teologale» della realtà.
Del tema assegnato, ancora il
secondo elemento è rimasto costantemente sullo sfondo: «il bene comune». Per
farlo passare in primo piano, crediamo che basti riannodare alcuni fili
pendenti. Che la collaborazione tra uomini e donne sia un bene per la società,
è cosa così ovvia che non ha bisogno di essere né difesa, né argomentata.
Altrettanto ovvio (o, perlomeno, vero) è che la società stessa ha la sua radice
psicologica e ontologica nella famiglia, in cui la relazione tra un uomo e una
donna è chiamata alla sua realizzazione più dolce e vertiginosa. Certo entrambi
questi temi (e particolarmente il secondo) sarebbero segni di maggiore
approfondimento, ma l’itinerario che abbiamo tracciato ci ha suggerito qualcosa
di meno evidente che preferiamo sottolineare. Anzitutto c’è un senso
radicalissimo in cui la differenza sessuale è connessa al bene: la differenza
tra uomo e donna è parte di quella realtà data, creata, che nella
sua varietà rappresenta e simbolizza la ricchezza della natura divina, quella
natura che S. Bonaventura osava definire omnimoda, «infinitamente
varia». In fondo non dev’essere trascurabile se la Scrittura, sia pur mediate
dalla forma di un’esplicita metafora, ci trasmette anche l’immagine di un Dio
al femminile, di un Dio materno. Si potrebbe obiettare che questo vale solo per
il credente: ma bisognerebbe allora rispondere che al contrario questo vale per
tutti, e che il credente ha il privilegio di saperlo e il compito, per quanto
possibile, di trasmetterlo. In un’epoca il cui il pericolo non sembra più
quello della guerra tra sessi, ormai abbondantemente archiviata, ma quello
della caduta nell’indifferenza di tutto ciò che è differente, questo
sembra davvero un compito enorme. Si tratta di dire in modi nuovi e
comprensibili che l’uomo e la donna, nella loro sempre nuova differenza e
sempre nuova ricchezza, possono dire e significare qualcosa del bene infinito
cui tutti aspiriamo con il nostro cuore, e che non può in fin dei conti identificarsi
con nulla di creato, meno che mai con l’ordinata sopravvivenza di una società
liberale.
C’è poi un senso altrettanto
radicale, antropologico. Forse l’andrologia e la ginecologia filosofica
resteranno solo espressioni scherzose. Ma il fatto che l’essere umano esista
solo come maschio o come donna, e che questa differenza, malgrado ciò che
pensino i filosofi, non sia posteriore ad una umanità neutra, ma sia la
differenza nella quale necessariamente e fin dall’inizio esistiamo, dice molto
dell’uomo all’uomo. Di tutte le differenze che si possono empiricamente
osservare tra uomini e donne è certo molto difficile separare esattamente e
astrattamente quelle dovute alla natura da quelle dovute alla storia e alle
tradizioni. Ma questo forse non è neppure tanto importante: certamente più
importante è che, con tutta la loro storia, così come sono, uomini e
donne sappiano insegnarsi l’un l’altro che cosa sono, e in fin dei conti
che cosa è questa strana umanità della quale ciascuno di noi può vivere
soltanto una faccia. Se l’uomo vive necessariamente in questa differenza,
scoprire e vivere la differenza, comprese le ferite e le ansie che essa arreca,
significa incrociare il proprio bene nella forma più intima e più convincente
possibile.
La lettera ai
vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna
nella Chiesa e nel mondo.
CONTINUITà E
PROGRESSO RISPETTO ALLA “MULIERIS DIGNITATEM”
Prof.ssa
JUTTA BURGGRAF università di Navarra
Una riflessione previa
È ormai un'abitudine, purtroppo, assistere ai fatti più drammatici e
scandalosi che i mezzi di comunicazione ci mostrano quotidianamente, spesso
messi in scena per soddisfare la morbosità di una gran fetta di pubblico; un
marito prende un'arma e uccide sua moglie in un attacco d'ira, un altro la
spinge giù dalla finestra, un terzo ferisce gravemente la sua compagna con un
coltello. Queste scene potrebbero accadere in qualsiasi città tranquilla e
pacifica, dove i vicini si riuniscono rapidamente per esprimere il loro stupore
e sconcerto. E dopo aver ascoltato lamenti più o meno eloquenti, passiamo ad
un'altra notizia, pensando che la società dovrebbe proteggere di più le
donne... Senza negare che questa protezione è una necessità davvero urgente, i
risultati di alcune recenti inchieste fanno riflettere. Come afferma una
rivista tedesca di psicologia, a soffrire più intensamente per la violenza
domestica sono gli uomini, e non le donne (cfr «Psychologie heute», luglio
2004). Anche le donne si mostrano sempre più inclini alle aggressioni fìsiche,
mentre i loro mariti preferiscono tacere sui maltrattamenti che subiscono.
«Sono sempre stata abbastanza intelligente da .schiaffeggiare solo uomini
educati e miti, che non avrebbero restituito il manrovescio», dichiara una
femminista attiva (cfr «Die Welt», 11 giugno 2004). A parte questa confessione
rivelatrice, è noto che anche le donne sono capaci di procurare un danno (pavé
con torture psicologiche, amareggiando la vita dei loro familiari con mezzi più
sottili ed ^indimostrabili», come la coazione, l'umiliazione o il malumore
costanti.
Di fronte a tale situazione non sorprendo che la Congregazione per la Dottrina
della Fede si sia indirizzata, con una sua Lettera, sia agli uomini che alle
donne. Il suo intento non è solo quello di difendere la dignità della donna, come
fece Papa Giovanni Paolo II, con grande sensibilità, sedici anni fa con la
Lettera apostolica Mulieris dignitatem, documento che suscitò persino l'ammirazione
di alcuni circoli femministi radicali. «Mi piacerebbe che tutti i fanatici del
mondo ragionassero con l'equilibrio del Papa», disse ad esempio Gertrude
Mongella, Presidente della Conferenza Internazionale sulla Donna a Pechino.
Queste parole di Gertrude Mongella furono pubblicate su «Kirche heute»,
dicembre 1996, 26).
Oggi invece,-oltre ad indicare chiaramente i diritti legittimi della donna
— e ad impegnarsi perché vengano rispettati nei cinque continenti —, è
necessario parlare anche dei doveri di entrambi i sessi. Per dirla in modo più
accattivante, è giunto il momento di ricordare alle persone quale grande
missione hanno in questo mondo. Tutti siamo stati creati per essere «aquile»,
capaci di volare molto in alto, verso il sole, e non dovremmo rimpicciolirci
comportandoci come «galline» che non fanno altro che beccarsi per prendere i
chicchi di grano sparsi per terra.
La chiamata creatrlce
Sia la Mulieris dignitatem, sia la recente Lettera sulla collaborazione
dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo si rifanno ai testi della
Genesi per indicare il grande valore dell'essere umano. «Facciamo l'uomo a
nostra immagine, a nostra somiglianza» (Gn 1,26), Dio disse nel momento
culminante della creazione. Secondo un racconto ebraico, il plurale del verbo
non indica solo la maestà divina e la solennità dell’atto, ma e come se il
Creatore parlasse già con la nuova- creatura che sta per uscire dalle sue mani:
«Ecco, tu ed io faremo l'uomo. Se non mi aiuti, non potrò realizzare il
progetto eterno e meraviglioso che ho su di te». SI tratta di un'allusione
alla libertà della persona umana, che si «costruisce» attraverso i propri atti,
ed è protagonista della propria vita. L'arte di vivere consiste nel far
sviluppare - con la grazia divina - il progetto divino su di sé.
Per raggiungere questa meta non possiamo sfuggire alla nostra realtà, anzi
la dobbiamo conoscere ed affrontare, per accettarci come siamo, con le
jnnumerevoli ricchezze ricevute da Dio, e con i limiti di ogni essere finito.
In questo contesto occorre scoprire la propria identità sessuale.
Il racconto della creazione testimonia l'originaria differenza tra l'uomo e
la donna: «Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si
addormentò; gli tolse una delle costale e rinchiuse la carne al suo posto. Il
Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all'uomo, una donna e la
condusse all'uomo. Allora l'uomo disse: "Questa volta essa è carne dalla
mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall'uomo è stata
tolta”» (Gn 2,21-23).
Da questo testo non si può dedurre in alcun modo che la donna sia subordinata
all'uomo o inferiore a lui (una semplice «costola»), poiché l'Adamo prima del
sonno è la persona umana in quanto tale, L'autore della Genesi non parla della
differenza sessuale (Adamo ha ancora la sua «costala»), ma dice che l'uomo (maschio
e femmina) è il signore della creazione che lo circonda. Qui è presente anche
la donna a dare un nome agli animali e ad essere sola, senza una compagnia
adeguata.
Il sonno di Adamo solitario esprime il mistero: è Dio stesso che agisce
nella creazione dell'essere umano; e i suoi piani sono di molto superiori ai
nostri. Nella Sacra Scrittura il sonno, non poche volte, è uno spazio di
rivelazione (basti ricordare i sogni di Giacobbe o di Giuseppe).
E, finalmente, dopo il sonno, appare la differenza sessuale: Adamo ed Eva
si riconoscono uguali e complementari. Perciò si può dire che Dio ha creato
l'uomo e Ia donna in un unico atto misterioso. Non c'è destra senza sinistra,
non c'è alto senza basso, non c'è uomo senza donna. Vediamo quindi con
chiarezza che la differenza sessuale, non è irrilevante né addizionale, né si
tratta di un prodotto sociale, ma ha origine dall'intenzione stessa del
Creatore (Lettera 12).
Verso una comprensione della sessualità umana
Creando la persona umana come uomo e donna, Dio ha voluto che l'essere
umano si esprimesse in due modi distinti e complementari, ugualmente belli e
validi (Lettera 8). è certo che Dio ama la donna quanto l'uomo. Ha dato ad entrambi
la dignità di riflettere la sua immagine, e chiama entrambi alla pienezza. Ma
perché li ha fatti differenti? La procreazione non può essere l'unica ragione,
perché si potrebbe compiere anche per via partenogenetica o asessuata, o in
altri modi che si possono riscontrare, con grande varietà, nel regno animale.
Queste forme alternative sono almeno immaginabili e documenterebbero una certa
autosufficienza.
La sessualità umana, invece, significa un chiaro orientamento verso
l’altro. Mostra che la pienezza umana sta proprio nella relazione,
nell'essere-per-l'altro. Spinge ad uscire da sé, a cercare l'altro e a
rallegrarsi della sua presenza. è come il sigillo del Dio dell'amore nella
struttura stessa della persona umana (Lettera 6). Anche se ognuno è
amato da Dio «per se stesso» (cfr Concilio Vaticano II, Costituzione
pastorale Gaudium et spes, 24;
Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Mulieris dignitatem [15 agosto 1985],
n.7, 10, 13, 18, 20, 23) ed è chiamato ad una pienezza individuale, non può
raggiungerla se non in comunione con gli altri. è fatto per dare e per ricevere
amore. Di questo ci parla la condizione sessuale che ha in sé un immenso
valore. Entrambi i sessi sono chiamati da Dio stesso ad agire e a vivere
insieme. Questa è la loro vocazione. Si può persino affermare che Dio non ha
creato l'essere umano come maschio e come femmina per generare nuovi esseri
umani, ma piuttosto che l'uomo ha la capacità di generare per perpetuare
l’immagine divina che egli stesso riflette nella sua condizione sessuata.
L'amore perfetto
La sessualità umana ci parla nel contempo di identità e di alterità. Uomo e
donna hanno la stessa natura umana, ma in modi distinti, reciproci (Lettera 6,
9, 11, 12, 14).
Secondo alcune interpretazioni antiche, Adamo va incontro ad Eva come Dio
va incontro all'umanità. Pertanto l'uomo, che rappresenta Dio, sarebbe attivo,
mentre la donna, che rappresenta l'umanità, sarebbe passiva. Per superare
questa argomentazione non occorre ripetere le triviali proteste di alcune
femministe. Basta appellarsi alla nostra esperienza quotidiana per rilevare che
la donna non è affatto passiva (Lettera 1,16). Possiamo dire che è ricettiva
nella sua femminilità, in quanto immagine di Dio come l'uomo.
Nell'intimo della Trinità ci si rivela una vita insondabile di comunione
piena e felice. Il Padre dà al Figlio tutto quel che è, il Figlio lo riceve e
ricambia con uguale generosità nei confronti del Padre, ed entrambi operano
nello Spirito che è l'Amore stesso (Lettera 6). Contemplando questo mistero
possiamo scoprire che l'amore «perfetto» non consiste nel dare...e dare…e
dare, senza desiderare niente in cambio (nell'ambito umano questo
atteggiamento può esprimere una latente necessità di essere importante e può
diventare opprimente per l’altro). L'amore perfetto consiste nel dare e nel
ricevere, persino nell'intimità divina. Anche la capacità di ricevere è un
esigenza dell’amore, e a noi può costare a volte più del dare, perché richiede
umiltà.
Tornando alla relazione tra i sessi, è evidente che non è solo l'uomo a
dare, né solo la donna a ricevere. L'amore a cui entrambi sono chiamati si
esprime in una donazione libera e reciproca, che è possibile solo se è
reciproca anche la disposizione a ricevere. La capacità di ricevere, come
quella di dare, è un elemento costitutivo della comunione, e porta frutti
positivi ad entrambi. Infatti, quando si riceve, si rende felice, si
arricchisce e si rafforza anche l'altro, dato che l'accoglienza è uno dei
maggiori doni che si possano fare ad una persona. Qui si vede che anche la
ricettività comporta un'attività, ma un'attività che accetta, interiorizza ed
è al servizio dell'approfondimento dell'azione altrui. Oltre a tutto questo,
la ricettività può essere compresa integralmente se si riconosce in essa una
speciale forma di attività, di espressione, di creatività.
Senza l'altro, la persona umana si sente «sola» (come Adamo nel paradiso);
sperimenta la propria insufficienza (Mulieris dignitatem 7; Lettera 6). Per questo
l'uomo tende costitutivamente alla donna, e la donna all'uomo. Non cercano
l'unità androgina, come suggerisce la mitica visione di Platone nel «Simposio»,
ma hanno bisogno l'uno dell'altra per sviluppare pienamente la loro umanità. La
donna è data in «aiuto» all'uomo e viceversa, il che non equivale a «servo», nè
esprime disprezzo (Mulieris dignitatem 10; Lettera 6). Anche il salmista dice
a Dio: «Tu sei il mio aiuto» (Salmo 70, 6; cfr Salmo 115, 9-11; 118, 7; 146,
5).
A partire dall'esperienza primaria sappiamo che non si tratta
necessariamente della relazione tra un unico uomo e un'unica donna. La
reciprocità si esprime in varie situazioni diverse della vita, in una
pluralità policroma di relazioni interpersonali, come la maternità, la paternità,
la filiazione e la fraternità, l'amicizia e la collegialità e tante altre, che
si riferiscono in contemporanea ad ogni persona. Alcuni rilevano, pertanto, che
si tratta di una «reciprocità asimmetrica».
La differenza sessuale
Quali sono, allora, le differenze sessuali? L'uomo e la donna si
distinguono, evidentemente, per la possibilità di diventare padre o madre. La
procreazione in loro è nobilitata dall'amore che ne è t'ambito adeguato e,
proprio per il suo vincolo con l'amore, Dio l'ha posta al centro della persona
umana come opera congiunta dei due sessi. Ebbene, se affermiamo che la possibilità
di generare non può essere l'unica ragione della differenza sessuale, non
dobbiamo centrarci esclusivamente sulla paternità - maternità comune,
benché questa riveli uno speciale
protagonismo ed una fiducia immensa di Dio. Ma essere donna ed essere uomo, non
si esaurisce nell'estere rispettivamente madre o padre (Lettera 2, 13).
Considerando le qualità specifiche della donna, il recente documento parla
opportunamente del «genio della donna»( Lettera 13) (si tratta di
un'espressione coniata da Giovanni Paolo II, Lettera alle donne [29 giugno
1995], n. 9-10). Esso consiste in un'attitudine di fondo che corrisponde alla
struttura fisica della donna e ne è, a sua volta, promossa. Infatti, non sembra
sconsiderato supporre che l'intensa relazione della donna con la vita possa generare
in lei delle disposizioni particolari. Come durante la gravidanza la donna
sperimenta una vicinanza unica con un nuovo essere umano, così anche la sua
natura favorisce l'Incontro interpersonale con quanti la circondano. Il «genio
della donna» si può tradurre in una delicata sensibilità di fronte alle
necessità e alle richieste degli altri, nella capacità di rendersi conto dei
loro possibili conflitti interiori e di comprenderli. Lo si può identificare
con una speciale capacità di mostrare l'amore in un modo concreto (Mulieris
dignitatem 30), con la «capacità dell'altro» (Lettera 13).
Ma evidentemente non tutte le donne sono dolci e dedite; non tutte mostrano
un'inclinazione alla solidarietà; non è raro
che, in certi casi, un uomo abbia una maggiore sensibilità per
accogliere e aver cura, di quanta non ne abbia la maggior parte delle donne; e
può essere anche più mite di sua moglie. In questo senso è un vero passo in
avanti il fatto che la recente Lettera non solo ricorda che i valori femminili
sono valori umani, ma distingue con finezza tra la donna e i valori che le sono
più propri, e tra l'uomo e i valori che gli sono più propri (Lettera 14). Ciò
vuol dire che ogni persona può e deve sviluppare anche i talenti del sesso
opposto benché, in genere, le possa risultare un po' più difficile.
Naturalmente, se c'è un «genio femminile» vi è anche un «genio maschile».
Qual è il talento specifico dell'uomo? Questi ha per natura una maggiore
distanza dalla vita concreta. Si trova sempre «fuori» dal processo della
gestazione e della nascita, a cui può prendere parte solo attraverso la propria
moglie. Proprio questa maggiore distanza gli consente un'azione più serena a
favore della vita, per proteggerla ed assicurarne il futuro. Ciò può portarlo
ad essere un vero padre, non solo nella dimensione fisica, ma anche in senso
spirituale. Può portarlo ad essere un riferimento saldo, sicuro e di fiducia.
Ma può condurlo anche ad un certo disinteresse per le cose concrete e quotidiane,
il che purtroppo è stato favorito in epoche passate da un'educazione
unilaterale.
L'Identità sessuale
A differenza della Mulieris dignitatem, la Lettera si occupa delle
ideologie estremiste di genere (gender) che negano l'identità sessuale, perché
l'influenza di queste teorie è notevolmente aumentata nell'ultimo decennio
(Lettera 2).
Mentre il termine «sesso» si riferisce alla natura e racchiude due
possibilità (uomo e donna), il termine «genere» proviene dai campo della
linguistica dove si danno tre variabili: maschile, femminile e neutro. Le
differenze tra l'uomo e la donna non corrisponderebbero, dunque - al di là
delle ovvie differenze morfologiche -, a una natura «data» dal Creatore, ma
sarebbero mere costruzioni culturali, «fatte» secondo i ruoli e gli stereotipi
che ogni società assegna ai sessi. Date queste premesse si mette in rilievo,
certamente a ragione, che in passato le differenze sono state accentuate
smisuratamente, portando a situazioni di ingiusta discriminazione delle donne.
Per lunghi secoli il destino della donna era quello di essere «modellato» come
un essere inferiore, escluso dalle decisioni pubbliche e dagli studi superiori.
Tuttavia, ai nostri giorni non dobbiamo ostinatamente chiudere gli occhi di fronte
al fatto che il Santo Padre ha varie volte chiesto perdono, in modo pubblico
e ufficiale, per le ingiustizie che le donne hanno subito lungo i secoli anche
da parte dei cristiani; inoltre è evidente il cambiamento di rotta nel modo di
trattare le donne, sia a livello politico che giuridico, sociale e privato.
Nella persona umana, il sesso e il genere - il fondamento biologico e la
sua espressione culturale - certamente non sono la stessa cosa, ma non sono
neanche completamente indipendenti. La Lettera si propone di stabilire tra i
due una relazione corretta.
Collaborazione tra l'uomo e la donna
C'è una profonda unità tra la dimensione corporea, quella psichica e
quella spirituale della persona umana, un'interdipendenza tra il suo aspetto
biologico e quello culturale. Il comportamento ha una base nella anima, da cui
non può svincolarsi completamente.
L'unità e l'uguaglianza tra l'uomo e la donna non annullano le differenze.
Benché le qualità femminili (come quelle maschili) non siano rigidamente identificabili,
non possono essere totalmente ignorate. Continua ad esserci un fondo di
configurazione naturale, che non può essere annullato senza sforzi disperati
che conducono, in definitiva, all'autonegazione. Né la donna né l'uomo possono
andare contro la propria natura senza rendersi infelici. La rottura con la
biologia non libera la donna, né l'uomo; è piuttosto un cammino che porta alla
patologia.
La cultura, a sua volta, deve dare una risposta adeguata alla natura. Non
deve essere un ostacolo al progresso di un gruppo di persone. è evidente che
nella storia ci sono state, o continuano ad esserci molte ingiustizie nei
confronti delle donne. Questo lungo elenco di ingiuste discriminazioni non ha
alcun fondamento biologico, bensì radici culturali; sono, semplicemente,
conseguenze del peccato, ed è necessario sradicarle (Lettera 7). È auspicabile che la donna assuma nuovi
ruoli in armonia con la sua dignità: che sia presente nel mondo del lavoro e
dell'organizzazione sociale, che abbia accesso a posti di responsabilità in
politica, cultura ed economia (Lettera 13). Queste non sono concessioni forzate
allo spirito dei tempi, ma conseguenze chiare di una conoscenza più profonda
del piano divino sulla creazione (Lettera 4). Papa Giovanni Paolo II alcuni
anni fa ha esortato gli uomini a partecipare «al grande processo di
liberazione della donna» (Giovanni Paolo II, Lettera alle donne, n. 6).
L'obiettivo dell'emancipazione è quello di sottrarsi alla manipolazione,
di non diventare un prodotto, ma di essere un originale. Proprio questa
resistenza contro le tendenze erronee è la cartina di tornasole della propria
libertà (Lettera 14). Una promozione autentica non consiste nella liberazione
della donna dal proprio modo di essere ma nell'aiutarla ad essere se stessa.
Per questo include anche la rivalutazione della maternità, del matrimonio e
della famiglia (Lettera 11, 13). Se oggi si combatte contro la pressione
sociale del passato, che escludeva le donne da molte professioni, perché
allora si teme tanto di andare contro l'attuale pressione, molto più sottile,
che inganna le donne cercando di convincerle che potranno trovare la loro
realizzazione solo fuori della famiglia?
La donna nella Chiesa
E nella Chiesa? Non conviene fissarsi sull'unica cosa che la donna non può
essere per un'ineffabile volontà divina (sacerdote), ma guardare con gioia
alle molte possibilità che le si stanno aprendo, sia nella teologia, sia negli
ambiti educativi, giuridici ed organizzativi a tutti i livelli (Lettera 16). La
Chiesa è la più grande istituzione del mondo «a favore» della donna. Nessuna
istituzione dell'ONU ha tanti collaboratori in tutti i continenti - dai paesi
più piccoli dell'Africa alle isole più lontane del Pacifico - che si impegnano
per dare formazione alle donne e aiutarle a vivere con dignità.
Come il peccato ha rotto i legami tra i sessi, così la grazia può creare
una nuova armonia (Lettera 11, 17). Il loro rapporto sarà tanto più bello
quanto più saranno vicini a Dio (Lettera 12). Come cristiani, l'uomo e la donna
possono esercitare la loro libertà con maturità. Possono convivere
nell'uguaglianza dei diritti, nella responsabilità condivisa per il futuro del
nostro mondo. E infine, possono aiutarsi mutuamente a volare come «aquile»,
sempre più in allo, verso quel sole che è Cristo.
RATZINGER
BIFRONTE
LE DUE FACCE
DELL’ULTIMO DOCUMENTO VATICANO SULLE DONNE, SECONDO LA TEOLOGA BENEDETTINA
STATUNITENSE JOAN CHITTISTER.
SUOR JOAN
CHITTISTER HA SCRITTO QUESTO COMMENTO PER IL SETTIMANALE CATTOLICO U.S.A.
«NATIONAL CATHOLIC REPORTER» (13/08/04). TITOLO ORIGINALE: «TOTHE'EXPERTS IN HUMANITY’: SINCE WHEN DID WOMEN
BECOME THE PROBLEM?»
La Chiesa,
esperta in umanità, ha da sempre un interesse per tutto ciò che riguarda uomini
e donne", è l'inizio di un nuovo documento di Roma, ma dopo questa
"scienza", per quanto sincera possa essere, diventa oscura.
La cosa
interessante, se non affascinante, dei documenti vaticani che pretendono di
affrontare ciò che significa essere una donna nella Chiesa e nella società è
che essi normalmente riescono a rendere la questione più confusa invece di
chiarirla. L'ultima parola sulle donne da parte di Roma, "Sulla
collaborazione dell'uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo", non fa
eccezione. Se non altro, ricorda una scena del "Violinista sul tetto"
in cui Tevye, nel suo monologo con Dio, oscilla "da una parte" e
"dall'altra".
Ne consegue che
il documento non è così universalmente cattivo come molti titoli affermano. Né
è buono come dovrebbe essere in un mondo in cui ragazze di 12 anni e donne di
80 vengono "stuprate, vendute come schiave sul mercato del sesso nella
misura, affermano le Nazioni Unite, di due milioni all'anno, usate come strumenti
sessuali di guerra, socialmente invisibili nella maggior parte del mondo e
private della gestione della propria vita, e ovunque sono quasi del tutto
i-gnorati i loro programmi, temi e problemi.
Nel suo aspetto
peggiore, "da un lato", il documento dimostra una fondamentale
mancanza di comprensione del femminismo, delle teorie femministe e dello
sviluppo femminista.
In primo luogo,
tratta il femminismo come una creatura monolitica dai disegni oscuri e maligni.
Fa riferimento al femminismo "radicale", termine molto preciso nella
storia del femminismo, come se fosse il fondamento della teoria femminista.
Persino nel momento della sua migliore e-spressione pubblica, quasi 40 anni fa,
il femminismo radicale non è mai stato che la più piccola corrente della
storia della presa di coscienza da parte delle donne femministe e degli uomini.
In secondo
luogo, questo documento fa riferimento al femminismo radicale come se fosse la
forza trainante della filosofia femminista e una visione mondiale della donna chiaramente
univoca, e fa anche di questo una questione da discutere. Ne consegue che
tanto i termini usati tanto la teoria a cui si fa appello nella discussione
sono pietosamente desueti e parziali in
modo imbarazzante nell'analisi della natura del femminismo.
Nel suo aspetto
migliore, "dall'altro lato", il documento manifesta uno sviluppo
dell’insegnamento cattolico o vaticano sul ruolo e sul posto della donna nella
società.
Due posizioni
qui rivaleggiano per avere la supremazia, con l'una che serve solo a negare
l'altra.
Primo, il
documento ondeggia tra due antropologie, due visioni teologiche del mondo e
cerca invano di soddisfare entrambe. Esso rafforza la nozione di
un'antropologia dualistica, cioè che uomini e donne sono creature
essenzialmente differenti a causa dei loro organi sessuali; e allo stesso
tempo la confonde.
Le donne,
assicura in una sezione, sono pienamente "umane" e fatte a immagine
di Dio. In altre parole, le donne hanno il loro ruolo unico da svolgere
nell'economia della salvezza. Uomini e donne, perciò, sono ugualmente
responsabili nell'alimentare e nell'assumere la responsabilità dell'impresa
umana.
In un altro
punto, però, è ugualmente chiara l'altra antropologia. Il sesso, la
femminilità, non la personalità, non la natura di ciò che significa essere
umani determina il nostro ruolo nella vita, afferma il documento. Le nature di
uomini e donne sono determinate dal loro sesso, dice in modo inequivocabile, e
le donne, perciò, sono destinate ad essere coloro che si prendono cura della
famiglia e sono i partner maggiormente responsabili del successo della vita
familiare. Una teologia del matrimonio sullo stile "i maschi facciano i maschi",
che ha tenuto per secoli le donne all'interno di relazioni dannose, viene a
galla qui in modo minaccioso.
Un secondo
fantasma si aggira al culmine della tesi, il fantasma che accusa, avverte,
fustiga le donne che osano prendere la parola e prendere decisioni sulla loro
vita. Qui il documento rivela il suo soggiacente disprezzo, persine la sua
sottovalutazione, delle ragioni, dei significati e dei temi delle donne
affermando che la "tendenza" femminista è di sottolineare la
subordinazione per "creare antagonismo" nelle donne, per
renderle “avversarie degli uomini"
e per "cercare il potere".
Tutto ciò, dice
il documento, "porta ad una rivalità tra donne e uomini in cui l'identità
e il ruolo dell'uno sono assunti a
svantaggio dell'altro". Non si fa cenno, in questo documento, al fatto
che sono 2000 anni che questo succede, per tutto il tempo in cui gli uomini
hanno dominato sulle donne in ogni aspetto della società, compresa la
proprietà legale da parte degli uomini delle case nelle quali le donne sono
chiamate "regine".
Poi accusa il
femminismo per l'omosessualità e i matrimoni omosessuali e per la critica,
anziché lo sviluppo", delle Sacre Scritture.
Infine, esso
identifica la disponibilità di Maria all'"ascolto, l'accoglienza,
l'umiltà, la fedeltà, la lode e l'attesa" come ragioni per le quali
sbarrare la porta al sacerdozio femminile un salto teologico di immense
proporzioni.
Allo stesso
tempo, il documento rende tutto il mondo femminile nella sua immagine sponsale
per la relazione tra Gesù e la Chiesa tutta, e così facendo riconosce la
personalità universale di uomini e donne.
Esso fa appello
ad "una giusta valorizzazione del lavoro svolto dalla donna all'interno
della famiglia", una parte della liberazione delle donne troppo a lungo
ignorata dalla Chiesa e anche dalle femministe.
Fa appello
anche ad "orari adeguati di lavoro" per le donne che lavorano. Le
femministe lo chiamano "orario flessibile", e lo chiedono tanto per
le donne quanto per gli uomini, madri e padri, in modo che possano
"dedicarsi alla cura dei figli".
Esso ammette
che la "femminilità" - essendo "per l’altro" - è più di un
semplice attributo del sesso femminile.
A differenza di
centinaia di documenti precedenti, questo non dice che "il posto della
donna è in casa". Al contrario, afferma che "la promozione delle
donne nella società dev'essere compresa e voluta come una umanizzazione
realizzata attraverso quei valori riscoperti grazie alle donne".
Il documento,
in altre parole, è un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. E la classica presentazione
delle "buone nuove, cattive nuove". Il problema è che nonostante la
sua chiara confusione sul tema, esso pretende di parlare con autorità sulla
condizione e le ragioni di metà della popolazione del mondo. E la notizia
peggiore del documento può essere che esso afferma che ciò che questa
presentazione dice delle donne sarà da considerare vero "anche dopo la
morte''. Tanto per il corpo glorificato quanto per l'anima spirituale. Tanto
anche per l'uguaglianza divina.
La parte
migliore del documento, tuttavia, sarà considerata in futuro la sua introduzione.
Qui il documento ha un potenziale importante: dice di se stesso che va inteso
quale "punto di partenza”, che è "una ricerca sincera di
verità", che è "un comune impegno a sviluppare relazioni sempre più
autentiche". Speriamo.
Nella migliore
delle ipotesi sarà solo l'inizio di una conversazione su un tema che le donne
vogliono da almeno cinquant'anni. Nella peggiore, è un ostacolo al dialogo che
afferma di cercare nel momento in cui accusa le donne di fare degli uomini dei
nemici.
Ma il problema
reale di questo documento è che la sua condanna dell'ondata montante delle
rivendicazioni delle donne della pienezza dell'umanità ora chiara in ogni parte
del mondo, verrà semplicemente ignorata per la sua mancanza di profondità, di
comprensione accademica e di rilevanza. "Non è molto interessante per
me", mi ha detto oggi una giovane donna. E un uomo ha scritto in una
e-mail: "Non leggerò il nuovo documento vaticano che denuncia il
'femminismo radicale'... Mi chiedo quando scriveranno un documento che se la
prenda con il maschilismo radicale".
Ora si apre una
questione per l’esperta in umanità".