Monachesimo femminile nelle Marche

Santa Scolastica

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Il monachesimo femminile, nella storia dell'ordine di S. Benedetto, proprio con le sue caratteristiche, ha avuto un peso considerevole sia all'interno di esso che - di riflesso - sulla società e sull'ambiente nei quali si trovavano i monasteri. Tanto più questo vale per il monachesimo nelle Marche in quanto ex-territorio pontificio e in specie per la città di Fabriano che è stato un nucleo particolarmente fiorente di spiritualità e luoghi di devozione (pensiamo solo alla presenza ancora oggi di due monasteri benedettini a pochi metri l'uno dall'altro o alla varietà di carismi spirituali: benedettini, camaldolesi, silvestrini, francescani, domenicani e altri).

Di fatto è molto difficile ricostruire questo percorso, sia per mancanza di documentazione, sia perchè mancano studi monografici sui singoli monasteri e soprattutto perchè spesso i documenti non sono più ritrovabili nei monasteri ma giacciono inesplorati in chissà quali archivi; questo a causa delle vicissitudini storiche di cui i monasteri sono stati protagonisti. Questo vale in generale e per i nostri monasteri della città di Fabriano (in particolare per S. Luca).

Per rendere più chiari la storia, l'identità e l'influenza che ebbero questi nuclei monastici, ci sembra opportuno suddividere il lungo arco di tempo che occupa più di un millennio (dal VIII-IX sec. ai giorni nostri), in periodi.

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1. GLI INIZI

Non è possibile risalire alle origini del monachesimo femminile della nostra zona. I primi accenni di cui abbiamo documenti risalgono al sec. VIII (Valdisasso) e X, quando pare che S. Romualdo sia stato preceduto a Valdicastro da una comunità di monache. Intorno agli inizi di questi monasteri sappiamo molto poco. Probabilmente le comunità nascevano per un movimento spontaneo su iniziativa di alcune donne, spesso vedove o sposate, che si riunivano aspirando ad un ideale di vita evangelica, oppure per volere di famiglie ricche che promuovevano e proteggevano questi nuclei. Solo in un secondo momento interveniva l'autorità del vescovo dando l'approvazione e assumendo il controllo disciplinare.

Non è facile dire se queste prime monache fossero proprio di matrice benedettina, tanto più che le comunità tra di loro non avevano forti legami.

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2. FIORITURA NEI SEC XIII-XIV

Il momento di espansione del monachesimo femminile si situa comunque nel XIII secolo, anche se caratterizzato da una notevole attrattiva soprattutto per la vita eremitica. Tuttavia la tradizione precedente di vita comunitaria non appare meno vivace e in incremento. Ne abbiamo alcune espressioni anche nella nostra città: S. Margherita, S. Salvatore, S. Angelo che poi prenderà il nome di S. Sperandia, per citare solo quelli di cui si ha più antica menzione. Quasi tutti i monasteri attorno a Fabriano in questo periodo già esistono o comunque sono fondati (arriveranno ad essere 16).

Verso la fine del secolo XIV si incomincia a diffondere la convinzione che il clima più idoneo alla vita monastica femminile sia però non tanto quello rurale quanto piuttosto quello urbano, sia per motivi di maggior controllabilità sia per motivi di sicurezza (cominciavano ad imperversare le scorrerie e le contese).

Una attenzione particolare, in questo quadro, va data al cosiddetto "Ordo santucciarum"(vedi Santucce), una sorta di prima "congregazione femminile", che prende il nome dalla Beata Santuccia Carabotti, nata a Gubbio intorno al 1258.

A causa del numero stesso delle case, insieme alle difficoltà poste dai vescovi per via della clausura, si diradarono successivamente le visite ai monasteri da parte delle generali e diminuirono così i vincoli fraterni fra le comunità. Cosa che portò poi al ri-isolamento dei monasteri e alla decadenza degli stessi.

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3. LA DECADENZA

In generale si può dire che è possibile riconoscere nelle Marche, in questo momento, un monachesimo femminile in uno stato di particolare floridezza, non solo numerica ma anche di spirito. A partire però dagli ultimi anni del secolo XIV si manifestano sintomi di stanchezza che emergeranno ancor di più nell'epoca successiva, sfociando in una vera decadenza.

Inizia infatti il calo del numero delle aspiranti, si constata una scarsa formazione religiosa, e l'intromissione dei laici negli affari interni delle comunità, per non parlare dell'infiltrazione di fini secondari nelle scelta della vita monastica. Il brigantaggio che imperversa nelle campagne poi rende pericoloso per le comunità l'isolamento rurale fuori delle mura dei nuclei cittadini.

Questa situazione dovette preoccupare la gerarchia ecclesiastica locale. Ne conseguì una intensificazione delle norme riguardanti la clausura (vedi documento di Bonifacio VIII e il rafforzamento delle leggi della clausura da parte di Pio V nel postridentino con la Bolla del 1569). In seguito a tali provvedimenti dovettero scomparire alcune attività, come l'esercizio dell'ospitalità tipico della spiritualità benedettina, mentre la gestione degli affari esterni è sempre più affidata ai laici.

L'impoverimento numerico e i pericoli di cui si accennava sopra furono all'origine dei decreti del 1408-9 di Giovanni II vescovo di Camerino ispirati a due principi fondamentali: necessità di abolire le comunità troppo piccole fondendole con altre e urgenza di trasferire tutti i monasteri entro le mura cittadine. A Fabriano così abbiamo le seguenti aggregazioni: S. Agnese, S. Marco e S. Sebastiano (S. Sebastiano); S. Bartolo e Valdisasso (S. Romualdo); S. Andrea de vineis, S. Paolo e S. Margherita (S. Margherita trasferito sul colle del Poggio); S. Luca e S. Salvatore (S. Luca); S. Maria delle vergini, S. Stefano di Vallacera e S. Tomaso (S. Tomaso).

3.1. Strutture murarie

Proprio questo spostamento all'interno delle mura della città fa sì che nel centro storico di Fabriano, come afferma la dott. Nora Lipparoni, "le strutture monasteriali intra moenia formassero un articolato complesso monumentale architettonico perfettamente integrato nel tessuto urbano, non solo per la mole delle cubature dei singoli edifici ma sopratutto per l'armonia dei volumi, per gli stili, le forme, e la collocazione dei manufatti costituenti un sistema così complesso e polifunzionale da caratterizzare l'intero assetto dell'antica città, un sistema di enormi proporzioni che esprime anche il potenziale economico delle comunità religiose, detentrici di copiosi patrimoni immobiliari e quindi in condizioni di incidere profondamente nella vita sociale fabrianese e di esercitare un ruolo egemonico nel settore dell'agricoltura" .

3.2. Influsso sulla vita culturale

Questa osservazione circa le costruzioni monastiche, insieme ad altre opere di cui abbiamo notizia, costituiscono un aspetto dell'incidenza delle comunità benedettine sulla cultura locale poichè furono occasione per l'opera di numerosi artisti, pittori, intagliatori, decoratori ecc... (a S. Luca i due quadri del Boscoli, il soffitto a cassettoni dell'intagliatore Michele Buti, l'organo settecentesco).

Altro aspetto significativo è costituito dagli educandati che dal 1600 in avanti sono presenti presso i monasteri. Si trattava di una vera opera educativa da parte delle monache data alle ragazze in preparazione al matrimonio, da un punto di vista culturale, spirituale e in parte anche professionale. Vi si apprendevano infatti la musica, la pittura, il ricamo e quell'insieme di valori propri della tradizione cristiana. Poche di queste educande passavano alla vita religiosa. In una nota dell'epoca si afferma che anzi non erano tenute nell'educandato coloro che manifestassero volontà di consacrazione. Si legge in un documento che le educande dovevano essere "perfettamente separate dalle monache per abitazione e dormitorio". Si parla anche, soprattutto per S. Luca, di una tradizione musicale con concerti nella chiesa aperti alla partecipazione pubblica e la tradizione del ricamo per il parato sacro viene proprio dai monasteri. Fino a non molti anni fa quasi tutte le famiglie più benestanti di Fabriano facevano ricamare i corredi presso le monache (ancora oggi le monache di S. Margherita hanno ricamato costumi d'epoca per la ricostruzione storica del Palio).

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4. RIFORMA POSTRIDENTINA

In questo periodo va però anche notato che è difficile individuare nei monasteri una spiritualità tipicamente benedettina a causa degli influssi diversi dei vari ordini religiosi specialmente carmelitani e francescani e più tardi gesuiti. Raramente le comunità, forse anche per il loro numero, erano assistite spiritualmente dai confratelli.

L'applicazione delle norme del concilio di Trento porta ad una accentuazione del tema della clausura sia attiva che passiva. Questa viene ormai considerata inseparabile dalla vita monastica e non più capito come strumento atto a favorire la contemplazione ma visto anzitutto come salvaguardia del voto di castità.

Risale a questo periodo il livellamento da parte della congregazione delle monache benedettine con le altre espressioni di vita contemplativa: clarisse, carmelitane e poi visitandine. Questo determina un'ulteriore offuscamento dello specifico monastico facendo passare tutte le monache sotto il nome di "contemplative".

La monaca benedettina fu così considerata come una donna di continua preghiera. La sua giornata era cosparsa di pratiche di pietà, i locali del monastero disseminati di statue e di immagini. Diminuito fortemente il senso liturgico, aumentarono le messe di devozione (messa ascoltata e messa partecipata). L'ufficio divino era considerato obbligo grave da soddisfarsi assolutamente senza preoccuparsi troppo della "veritas horarum" e dell'effettiva comprensione di ciò che si diceva. Assumevano quindi notevole incidenza le meditazioni, il rosario, le letture spirituali che sempre più sostituivano il contatto continuo con la S. Scrittura, la famosa "lectio divina" così tipicamente benedettina per tradizione.

Si aggiungeva inoltre un forte senso della penitenza (disciplina, digiuni ecc.) mentre le monache vanno assumendo una spiritualità con un forte accento della dimensione riparatrice, tipica della spiritualità sei-settecentesca e addirittura arrivano a vedere in questa una delle finalità principali della loro vita claustrale.

Il lavoro aveva perso il suo carattere "benedettino" di labor, di attività faticosa, operativa e impegnativa e anche soprattutto remunerativa. Le monache si dedicavano invece, in quel poco tempo lasciato loro dalle pratiche di pietà, al ricamo e ad altre forme di attività più o meno artistiche come la pittura o la musica, passatempi del resto più consoni ad una vita di quiete e contemplazione, che furono favoriti soprattutto dalle rendite che non rendevano più necessario sostenersi con i proventi del proprio lavoro.

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5. SOPPRESSIONI SEC. XVIII

Nella seconda metà del sec. XVIII le comunità monastiche nelle Marche conobbero una certa diminuzione a causa di crisi di vocazioni che condusse anche alla soppressione (vedi S. Tomaso in Fabriano le cui religiose furono disperse tra le comunità di S. Luca, S. Margherita e S. Romualdo).

Ma la crisi maggiore si ebbe per motivi storici: il 21 Gennaio 1808 gli stati della chiesa furono invasi dalle truppe napoleoniche. Le conseguenze furono immediate e anche nelle Marche i monasteri furono soppressi. A Fabriano i monasteri esistenti furono tutti soppressi. Pochi ebbero la forza di ritornare in vita affittando o ricomprando.

Scomparso Napoleone, una nuova soppressione si ebbe con l'arrivo delle truppe piemontesi di Vittorio Emanuele II nel 1866. Gli edifici e i beni vennero incamerati, alle monache fu concessa una piccola pensione e proibito di accogliere nuove postulanti (nella nostra comunità resta il ricordo di due professe che vestivano abito borghese e avevano emesso professione davanti al vescovo segretamente).

Di fatto le monache furono costrette a vivere in un clima di illegalità e di catacomba in attesa di tempi migliori. In realtà le leggi civili non furono sempre applicate così drasticamente e per quello che riguarda i nostri monasteri ben presto riuscirono a recuperare gli edifici pagando un canone annuo o ricomprando.

Così sopravvissero e dal loro coraggio rimase presente la vita benedettina in attesa di ritornare alla luce nel secolo successivo.

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6. RINASCITA E RISCOPERTA DEL CARISMA. ATTUALITÀ

6.1.Il XX secolo.

Nei primi venti anni del 1900 i nostri monasteri ottennero il riconoscimento giuridico e poterno inserirsi in quel movimento di rinascita che allora coinvolgeva tutta l'europa monastica (i forti impulsi dal monastero di Maria Laach con dom P. Gueranger, dal monastero di Beuron, ecc...).

Il periodo bellico venne nuovamente a minacciare la vita monastica danneggiandola anche nei suoi edifici.

Subito dopo, all'interno del rinnovamento profondo che tutta la chiesa stava effettuando, le cui radici affondano nella riscoperta della centralità della Parola di Dio per il credente, nel movimento liturgico, nella riscoperta del contatto vivo con i padri della chiesa e nella cosidetta Nouvelle Theologie, moti che hanno poi trovato la espressione e rielaboazione nel Concilio Vaticano II, i monasteri femminili hanno intrapreso il loro lavoro di rinnovamento e aggiornamento.

La caratteristica di questo sforzo, non poco notevole e ancora in atto, si può individuare nel ritorno alle fonti e a quell'identità tipicamente benedettina che si era andata perdendo lungo i secoli.

Una attenzione particolare viene data alla formazione umana e spirituale del singolo, alla assunzione degli esiti della riforma liturgica; la lectio, è riscoperta come il centro della spiritualità monastica, la quale si caratterizza proprio come una spiritualità essenzialmente biblico - liturgica (-patristica); il lavoro è riscoperto e rivissuto come fonte principale di sostentamento del monastero (come prevede la Regola) oltre che come condivisione della comune situazione umana e sociale; la clausura poi ritrova il suo senso di separazione dal mondo in vista della ricerca di Dio e non esclude l'accoglienza, che anzi diviene per il monastero il modo concreto di essere presente agli altri attraverso l'esercizio dell'ospitalità, di nuovo come previsto dalla Regola. Tutto questo è favorito da una rielaborazione della tradizione monastica attraverso la conoscenza più diretta dei testi dei nostri padri.

6.2. La società e il monastero

La prospettiva storica che abbiamo visto ci ha già permesso di capire quanto profonde siano le inferenze tra la vita del monastero e la società ciorcostante. Di fatto per il monastero, la molteplice possibilità d'inserimento nelle richieste dell'epoca deriva non tanto da ciò che esso compie, quanto dal fatto stesso che esso ci sia.

La possibilità d'inserimento nel suo oggi deriva dal fatto che, ciò che lo identifica non è ciò che esso produce (sia a livello economico-sociale che "spirituale" - vedi opere di carità, istituti ecc...), ma che scopo unico dei suoi membri sia la ricerca continua di Dio.

Proprio a partire da questa ricerca, il monastero potrà e saprà trovare - al pari di qualsiasi cristiano - le risposte alle domande e alle richieste dalla cultura del momento.

E' questa ricerca che sensibilizza ai problemi dell'oggi e insegna a condividerne le istanze (all'invasione dei barbari si risponde conservando la cultura con gli scriptoria, al bisogno di un supplemento d'anima nella società tecnologica si risponde con l'accoglienza, ad una cultura delle immagini si propone una cultura del simbolo ecc... ).

In questo modo il monastero, pur separato dalla società, ne costituisce una possibile fonte di linfa spirituale e culturale.