Monachesimo benedettino
Il monachesimo, come modo di vivere, ha sempre trovato uno spazio nel cuore dell'uomo di ogni cultura e di ogni tempo. Esso privilegia alcune forme particolari: la separazione dal mondo, la meditazione, il silenzio, l'ascesi, per mezzo delle quali l'uomo si pone alla ricerca del senso ultimo dell'esistenza. Il monachesimo cristiano nasce come radicalizzazione della vita evangelica. Ritroviamo in esso come punti fondamentali ciò che è comune ad ogni cristiano: la ricerca di Dio nella lettura e meditazione assidua delle Scritture, la preghiera continua, il servizio del prossimo, il lavoro. |
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Esso appare, sulla scia di diffusi movimenti ascetici precedenti, attorno al IV sec. d.C., in due forme: quella anacoretica (iniziata da S.Antonio), che privilegia cioè l'aspetto della solitudine e del silenzio, e quella cenobitica (iniziata da S.Pacomio), che privilegia l'aspetto della comunione fraterna e dell'obbedienza. S. Benedetto, unendo queste due forme, tenta un difficile equilibrio tra i tanti aspetti che una vita monastica, per la sua natura versatile, può prendere, ponendo a fondamento del carisma benedettino le cosiddette tre "O". Nel novizio infatti, dice S.Benedetto, si dovranno cercare tre cose: il desiderio della preghiera (Opus Dei), la capacità obbedienziale (oboedientia) e la perseveranza nelle difficoltà (obpropria). Modi in cui, cioè, la ricerca di Dio passa all'esame della storia e del limite. |
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Benedetto propone una via, quella dell'umiltà, che per lui è la strada maestra per l'unione con Dio perchè è quell'amore che ci ha manifestato lo stesso Figlio di Dio nella sua incarnazione fino alla morte di croce. Il monastero è una "scuola" (dominici schola servitii, RB, Prologo), una "officina" (RB 4) che offre alcuni strumenti utili a percorrere questa "scala dell'umiltà" (Regola, VII) con più facilità, come per esempio: custodire il senso della presenza di Dio, rinunciare alla propria volontà di potenza nell'obbedienza e nella collaborazione coi fratelli, la pazienza nelle contrarietà, l'apertura del cuore ad un padre dello spirito, l'esercizio del silenzio, la ricerca della verità di noi stessi negli atti e nelle parole. |
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Il monastero è questo ambito concreto che non è tanto il luogo rinchiuso in quattro mura, ma quello spazio - non solo locale ma certo circoscritto - delimitato da altri tre grandi capisaldi: la comunità, la regola e l' abate . "Cenobiti, sono coloro che vivono in monastero e prestano servizio sotto una regola e un abate" (RB 1). |
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La relazione che lega il monaco a questi tre capisaldi è il vincolo dell'obbedienza, quasi il cemento delle mura che hanno "come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù" (1Pt) perchè, nella sua obbedienza alle mediazioni, il monaco obbedisce in ultima istanza a Dio. Il fine di questi strumenti è quello di offrire ad ogni uomo che cerca Dio una esperienza viva del dono di Dio fatto a tutti in Gesù Cristo: la partecipazione al suo Regno (RB, Prol. 50). Inserito in Cristo, il monaco, segno per ogni cristiano, è chiamato ogni giorno a realizzare nella vita ciò che celebra nel mistero. |
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Con la particolare discretio che già Gregorio Magno riconosceva come caratteristica della Regola, Benedetto riceve e rilegge la tradizione, lasciandoci l'eredità di rifare questo sforzo in ogni epoca. Nella Regola leggiamo oggi una proposta valida di un modello di relazione col mondo, con se stessi, con agli altri, con Dio; un modo di essere nella chiesa. Con grande senso della storia e della sovranità di Dio, Benedetto si preoccupa di ricordare (nell'ultimo cap. della sua Regola) che la sua è solo una "piccola regola per principianti", un piccolo strumento. Rimanda invece alla fonte viva della Scrittura e dei Padri monastici che lo hanno preceduto, ben conscio che ciò a cui il monaco deve tendere resta al di là delle capacità di ogni umana realizzazione, perchè è azione di Dio, dono dall'alto sempre gratuito e imprevedibile, mai strumentalizzabile in nessun modo. |
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"Quale pagina, infatti, o quale parola ispirata da Dio dell'Antico e del Nuovo Testamento, non è rettissima norma della vita dell'uomo? O da quale libro dei santi Padri cattolici non echeggia un invito a correre per la via retta che conduce al nostro Creatore? (Rb 73). Solo la duttilità a questa azione dello Spirito renderà i monaci capaci di accogliere questa grazia, che rende il cuore dilatato:
"Man mano che ci si inoltra nel cammino della vita monastica e della fede, si corre sulla via dei comandamenti del Signore col cuore dilatato dalla dolcezza inesprimibile dell'amore" (RB, Prologo). |
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