Le Santucce. Monache intraprendenti nel medioevo
Una attenzione particolare, in questo quadro, va data al cosiddetto "Ordo santucciarum" che prende il nome dalla Beata Santuccia Carabotti, nata a Gubbio intorno al 1258.
Non sono molte le notizie che abbiamo su questa donna. Pare fosse di famiglia distinta, che disponesse di discreti beni di fortuna e che fosse sposata. I due coniugi condividevano un ideale evangelico e, di comune accordo, sembra decidessero di emettere i voti monastici consacrandosi a Dio. Lo sposo sarebbe entrato nella comunità di S. Pietro di Gubbio e Santuccia avrebbe dato vita ad un monastero, presumibilmente di Regola benedettina. [Su questa loro scelta avrebbe avuto un notevole ascendente il Beato Sperandio, allora abate di S. Pietro di Gubbio.]
La vita che si conduceva nel cenobio da lei fondato presentava un tenore austero e povero, in contrasto con quello generalmente vissuto nei monasteri femminili di allora e ciò destò ammirazione e consensi da parte della popolazione e anche di alcuni vescovi. Questa vita così esemplare attirò presto numerose vocazioni, nonchè donazioni e anche richieste da parte di vescovi di fondazioni consimili nelle loro diocesi.
Fu così che, abbastanza rapidamente, si trovarono più monasteri della stessa osservanza in varie città. Queste nuove case fondate richiedevano da parte della beata frequenti spostamenti e questo pare sia stato il principale motivo di rimprovero da parte dell'abate di S. Pietro, che più volte richiamò la santuccia. Questa prese posizione di fronte all'abate e decise di proseguire autonomamente nel suo progetto di riforma, dal momento che era monaca di un monastero da lei fondato col consenso del vescovo diocesano e dal momento che aveva emesso i voti secondo Regola di San Benedetto, mostrando così di essere dotata di grande energia e costanza nelle iniziative intraprese e di saperle portare a compimento con sano equilibrio.
Ricevette la protezione del Papa Clemente IV con una Bolla che concesse anche la protezione al monastero di S. Maria in domnica situato non lontano da Fabriano.
Venne così a formarsi una vera e propria congregazione diffusa nelle Marche, nella Toscana, nell'Emilia Romagna, con più di 20 monasteri. L'opera della Santuccia è particolrmente significativa, perchè costituisce il primo tentativo di congregazione nel mondo monastico femminile, che allora era particolarmente frammentato.
Ci rimangono gli atti di più capitoli intermonasteriali i quali ci informano sulle decisioni prese e sullo spirito che doveva animare la nuova congregazione: osservanza letterale della Regola, centralizzazione del governo della congregazione per l' accentramento dei poteri nelle mani di una superiore generale, con controllo sull'osservanza regolare, sulla povertà individuale e sul distacco dal mondo. Proprio questa centralizzazione e la pratica del capitolo generale furono le novità che portarono più frutto, ma allo stesso momento furono anche contrastate perchè causavano inevitabilmente la mitigazione dell'osservanza della clausura (che proprio in quel tempo si andava fortemente rafforzando) nonchè della dipendenza dai vescovi locali, e in qualche modo l'autonomia dei monasteri (così tradizionale nelle comunità benedettine).
A Fabriano appartennero alla congregazione delle santucce, o ne subirono l'influenza i monasteri S. Andrea in località de cavatiis, de vineis, de vineis domnici, fondato dalla stessa Santuccia, (se ne fa menzione già nel 1271); il già citato monastero S. Angelo in fossis, situato presso la cortina S. Niccolò (edificato dalla Beata nel 1263 col titolo di S. Angelo in domnica che poi prenderà il nome di S. Sperandia; S. Tomaso poi aggregato a S. Stefano e inurbato (monastero molto importante per la congregazione e fino al 1555 uno delle ultime roccaforti delle santucce).
A causa del numero stesso delle case, insieme alle difficoltà poste dai vescovi per via della clausura, si diradarono successivamente le visite ai monasteri da parte delle generali e diminuirono così i vincoli fraterni fra le comunità. Cosa che portò poi al ri-isolamento dei monasteri e alla decadenza degli stessi.
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