dal Blog di Piero Stefani,Il pensiero della settimana 391: “Il terremoto dei valori”


Alcune vicende storiche o i fatti di cronaca capaci di bucare la coltre del quotidiano pervengono, a volte, a ottenere luoghi o immagini simbolo. All’inizio, forse, nessuno li ha scelti, ma poi, a poco a poco, s’impongono da sé. A volte hanno vita breve, in altre circostanze durano. Allo stato attuale – e nessuno può dire se sarà il definitivo – l’oggetto simbolico più ricorrente del terremoto in Emilia è, probabilmente, la torre dell’orologio spaccata in verticale di Finale.

La ragione di questo primato è collegata al suo rappresentare un tempo spezzato. Walter Benjamin ricorda che nel luglio del 1830 i manifestanti scesi nelle piazze di Parigi sparavano contro gli orologi. Il gesto segnava il simbolico cessare del tempo precedente e l’auspicio dell’irrompere di un tempo nuovo. Anche la grande Rivoluzione francese, del resto, aveva, qualche decennio prima, mutato il calendario per contraddistinguere l’ingresso di una nuova era. Questi atti si prefiggevano di chiudere con il passato e di aprire un definitivo dopo. Tuttavia ci sono arresti relativi al modo di segnare il tempo orientati in direzione opposta all’inaugurazione di un novum; essi attestano l’insostituibilità di quanto è andato perduto. Quando erano diffusi i calendari in cui, giorno dopo giorno, occorreva strappare un foglietto, capitava in qualche casa di trovarne uno bloccato su una data fatidica. Da quel giorno in poi tutto era diventato diverso; era avvenuta una mancanza che nessuno avrebbe mai più potuto compensare. Il grande orologio di sinistra  sulla vecchia facciata della stazione di Bologna è fermo sulle 10,25. È così dall’attentato del 2 agosto 1980. Chi non sa e guarda vede un orologio fermo, poi scorge quello collocato in modo simmetrico sull’altro lato dell’edificio funzionare regolarmente. L’anomalia tra lo scorrere del tempo e il suo essere bloccato gli fa sorgere un interrogativo che forse lo condurrà a osservare nella sala d’aspetto la lacerazione muraria tenuta aperta per fungere da memoriale dei trucidati.

L’orologio dal quadrante spezzato di Finale Emilia è simbolicamente diviso tra un prima e un dopo. La torre è diventata una specie di Giano bifronte.  Il tempo non si è fermato per sete di futuro, né sarà conservato in ricordo di un vuoto impossibile da colmare. È un segno della situazione sospesa propria delle zone terremotate. Si registra una spinta a ricostruire, ma, in tempi di incertezza economica e sismica, gli ostacoli da superare sono enormi. L’economia preme verso una ripresa a tempi brevi, i danni crescono in proporzione agli indugi, la situazione diverrebbe sempre più difficile, si temono già dislocazioni di attività specie se queste dipendono da multinazionali. Tuttavia ora è precluso che si possa ricostruire senza rigide norme di sicurezza che aumentano i costi e rallentano i tempi. Vi è, però, un ampio settore di danni che vanno riparati guardando più indietro che in avanti, la ricostruzione qui non è posta  sotto il primato dell’economico.

Il terremoto emiliano ha una simbologia doppia, da un lato ci sono i capannoni industriali distrutti, le stalle abbandonate, i bovini e i suini venduti, le cantine del lambrusco  devastate; dall’altra lo stuolo di torri, abitazioni ottocentesche, campanili, absidi, cappelle, navate crollate o lesionate. Si tratta per lo più di segni di una storia locale che mai ha attirato o attirerà turismo. La terra che trema allontana i visitatori. C’è un moto sospeso tra la pietas e gli istinti meno nobili dell’umano a recarsi  persino sui luoghi dove sono avvenute stragi o delitti, ma non vi è nulla di analogo in riferimento alle  zone terremotate. Se ci si va lo si fa per aiutare, non per visitare. Da quelle parti il timore la vince sulla curiosità.

Ogni angolo d’Italia è pieno di chiese sette-ottocentesche. Esse rientrano, non di rado, nella sfera di quelle cose da sempre viste il  cui valore si rivela solo quando le si perde. Non appartengono ai «patrimoni dell’umanità», non producono un indotto turistico e, qualora fossero ricostruite, sul piano documentario varrebbero, per definizione,  meno di prima.  Per ora i sommi capolavori urbanistici e artistici sono stati nel complesso solo sfiorati, colpiti qua e là ma non distrutti. La civiltà del rinascimento della Ferrara estense e della Mantova dei Gonzaga si è ritrovata all’improvviso esposta a una minaccia giudicata, fino a pochissimo tempo fa’, tanto remota da non essere messa davvero in preventivo. Anche i sommi capolavori bizantini di Ravenna si sono ridestati a un senso di fragilità prima ignoto. Forse non si sentono più al sicuro né Wiligelmo né la Ghirlandina. Per ora però non è avvenuto l’irreparabile, anche se i danni sono spesso ingenti e i tempi di recupero avvolti nelle nebbie dell’incertezza. Soprattutto nei centri storici si è diffuso un senso di insicurezza prima sconosciuto. Abitare in antiche magioni circonda d’inquietudine vecchi privilegi. D’altra parte le scosse hanno ridefinito in profondità i valori del mercato immobiliare. Da ora in poi i prezzi delle case saranno inversamente proporzionali ai costi di ristrutturazione sempre più esigenti. Lo si è già visto in queste scosse importanti, ma al di sotto dal rappresentare un vero e proprio cataclisma. Là dove c’era incuria, le ferite si sono subito aperte. La manutenzione ordinaria si è rivelata la tutela più efficace.

Quando i capolavori non sono sommi, dove non si è in grado di convocare un aiuto internazionale legato alla convinzione che lì c’è un dono di arte e di civiltà che l’umanità considera ufficialmente irrinunciabile (e perciò dotato anche di una ricaduta turistica), la partita si gioca, in massima parte, attorno a un ethos locale inteso  nel senso alto del termine. Nell’Italia di oggi il discorso sul denaro mancante, sperperato o investito è diventato il discorso pubblico per eccellenza. La circostanza induce ad affermare che proprio  in un paese governato sempre più dai banchieri, la scelta antieconomica di ricostruire memorie locali di chiese o edifici può divenire un momento qualificante. Occorre riprendere a riflettere su stili di vita e su modelli di sviluppo più lungimiranti del breve sguardo contabile che ci domina. È necessario  guardare più in là, a forme di economia connesse a un diverso modo di intendere l’esistenza collettiva. Nello specifico la ricostruzione di una chiesa parrocchiale va intesa non tanto come un’opera cattolica – la celebrazione della parola e dell’eucaristia la si può fare ovunque senza che nulla muti – quanto come espressione, al pari del castello o delle torri dell’orologio, di un senso di solidarietà rinnovata che deve coinvolgere anche  chi cattolico non è o perché non è praticante o perché aderente ad altre religioni. Ciò sarà tanto più vero quanto più si riconoscerà l’importanza da attribuire anche a  valori collettivi  non economici.

Piero Stefani

Nota ferrarese. Si plaude a Claudio Abbado che in un concerto a Bologna ha raccolto 30.000 euro a favore del lesionato teatro comunale di Ferrara. Altre donazioni verranno dal Festival di Lucerna. Il maestro ha già promesso un concerto offerto alla cittadinanza per la riapertura del teatro. Tutto bene. Si continua però a tacere sul Verdi. Teatro che si è deciso di ristrutturare perché Abbado aveva scelto Ferrara come sede stabile dell’orchestra giovanile europea, decisione poi finita nel nulla. Il progetto di ristrutturazione fu comunque sollecitamente affidato a suo genero. Finora sono stati spesi più di 8 milioni di euro dello stato per costruire un cubo di cemento vuoto e fermo da anni. Si dice che per completare l’opera ce ne vorrebbero altri 15. Se infine fosse portata a compimento, nessuno avrebbe i fondi per gestirla. Basti dire che l’attuale teatro comunale è in perdita per circa un milione di euro l’anno. Il terremoto evidenzia buchi che nulla hanno a che fare con gli eventi sismici e dei quali attendiamo invano che qualcuno paghi i danni da lui arrecati alla collettività.